Storytelling

Lo Storytelling (video)

Negli ultimi anni si parla molto di storytelling tra chi si occupa di comunicazione; è una moda o c’è effettivamente qualcosa di importante da dire a riguardo? E soprattutto: in che misura può essere utile per aziende e organizzazioni non profit?

Ne ho parlato nel mio canale Youtube; vieni a dare un’occhiata e se ti piace iscriviti al canale!

Buona visione!

Instagram: il soggetto e il predicato dell’immagine

Instagram è una realtà con oltre 500 mila utenti attivi; tra i social media è sicuramente quello che ha attirato e sta attirando l’attenzione di molti specialisti del settore. Se due o tre anni fa traghettare le piccole medie aziende su Instagram poteva forse essere considerato pionieristico, oggi anche i più timidi e refrattari alle novità hanno intuito l’enorme opportunità che questo social offre.

Instagram è un social media che si basa principalmente sulle immagini; ciononostante l’aspetto testuale è determinante per l’efficacia del singolo post e per la riuscita della strategia. Il testo, quando parliamo di instagram, ha due principali declinazioni:

  1. il metatesto (o caption) è un testo che può accompagnare l’immagine o al quale l’immagine rimanda;
  2. gli hashtag grazie ai quali puoi aiutare il tuo follower a focalizzarsi sui principali concetti chiave del post e che possono aiutarti a farti trovare dalla tua community.

Un importante aiuto ad identificare gli hashtag migliori per la propria immagine ci viene dalla grammatica: una buona conoscenza della grammatica e dell’analisi logica ci aiuterà ad essere incisivi e a pubblicare post più efficaci.

Il nostro percorso verso l’identificazione degli hashtag migliori inizierà con l’analisi della storia per poi confrontarsi con l’effettiva presenza/utilizzo di hashtag per le parole chiave identificate durante l’analisi. Instagram è infatti un ottimo strumento di storytelling e come tale va utilizzato.

Il nucleo della storia

Quando dobbiamo preparare un metatesto da usare su Instagram (così come su Twitter, Facebook, etc.) dobbiamo concentrarci innanzitutto sui due nuclei irrinunciabili del testo:

  • Il soggetto
  • il predicato

Ogni storia si regge su questi due elementi. Instagram deve la sua fortuna alla propria capacità di raccontare storie attraverso immagini e brevi testi, aspetto che gli ha permesso di assurgere a strumento prediletto di storytelling. Nello storytelling appunto abbiamo sempre un protagonista (soggetto) che compie un’azione (predicato). In questo la forma del metatesto su Instagram differisce da quello potenzialmente ancora più semplice di Facebook dove in alcuni casi possiamo fare a meno anche del predicato (ricordo che dopo l’ennesima vittoria di Bolt alle Olimpiadi vidi un post su Facebook con un link ad un articolo e solo due parole: “ancora Bolt!”).

Identificare il soggetto e il predicato è quindi il primo compito da svolgere. Facciamo un esempio pratico dal mio account personale Andrea Wierer. Si tratta di un account che utilizzo principalmente per raccontare la mia passione: correre.

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L’immagine racconta da sé la storia: Il protagonista – io – ha partecipato ad una competizione podistica e ha vinto una medaglia. Andiamo per gradi e identifichiamo il soggetto che emerge chiaramente soprattutto dalla foto. Il secondo step è identificare il predicato che io formalizzerei con “ho corso”.

Su di me – come soggetto – non ho inserito alcun hashtag, ma avrei potuto fare diversamente se il soggetto fosse stato un terzo giocando su una serie di elementi che identificano una persona, se rilevanti ai fini della storia:

  • Tratti fisici (colore capelli, colore occhi, statura etc.)
  • Professione (se inerente all’immagine)
  • Provenienza (geografica, regionale, nazionalità, etc.)
  • etc.

A proposito del predicato ho inserito tre hashtag particolari (anche se incoerenti con la lingua con cui ho scritto il testo): #älskarlöpning #jagspringer #personalbest. I primi due si possono tradurre come “amocorrere” e “iocorro” e sono due hashtag propri della comunità dei podisti svedesi. In Italia avrei usato #iocorroqui #runlovers oppure i più internazionali #runnersofinstagram #instarunning #runnerlife etc. In tutti questi casi ho comunque trovato hashtag che hanno origine nel predicato della storia. Anche #runner o altri hashtag che potrebbero sembrare aver origine nel soggetto sono invece da ricondurre al predicato in quanto in questo caso il soggetto è tale (runner) in quanto pratica il running (predicato).

Un’altro esempio tipico di comunicazione corporate su Instagram vede l’utilizzo del prodotto come protagonista e quindi si utilizza il nome del prodotto come hashtag, rendendo di fatto anche più  rintracciabile il post. A questo proposito gli esempi sono infiniti.

Conclusione

Instagram ha coinvolto i propri utenti dando loro la possibilità di raccontare storie attraverso immagini/video e brevi testi. Per essere efficace il tuo post su Instagram deve raccontare una storia non necessariamente usando il testo; è l’immagine/video che innanzitutto deve raccontarsi e raccontarmi (come brand). Il testo può anche essere solo costituito dagli hashtag (dei quali comunque non si deve abusare!). La componente testuale è importante (io non vi rinuncerei), ma non necessaria a patto che la componente visual sia sufficientemente efficace. Essere sufficientemente efficace significa che deve saper raccontare la propria storia e trasmettere il proprio orizzonte valoriale senza l’ausilio di un testo.

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Lo storytelling del complotto

Perfino i temi più delicati vengono spesso trattati con un approccio degno di un ultras che difende la propria squadra del cuore. Marco Cattaneo sottolinea in questo articolo il curioso approccio sui social delle diverse parti nei dibattiti più accesi. Un esempio abbastanza triste ne è la discussione nata da questo post di Unicef su Facebook sul tema vaccini.

Quando però la discussione non prende la deriva, è possibile riscontrare un preciso modello narrativo all’interno del cosiddetto complottista. Il protagonista della bufala è il complotto, non la crociata. Senza il complotto non vi è movimento anticomplotto. Senza gender e lobby gay non v’è Movimento Per La Famiglia. Senza Big Pharma non v’è antivaxx. La crociata in sé serve per dare coesione ed identità ad un pubblico in cerca di affermazione, tutti sui social cercano affermazione di sé, non solo i complottisti. Il modello narrativo nasce e si configura come antagonista, alternativo ed in questa sua caratterizzazione fonda la propria ragione di esistere. Ne ho parlato anche ne I non sense della disinformazione.

La questione numerica

Nello stroytelling alternativo uno vale uno. L’idea alternativa vale come l’idea promulgata dagli organi ufficiali. Poco importa se solo 1 medico su 1000 chieda ai ricchi dei vaccini o se quattro scienziati su cento dubitino che la causa del global warming sia l’uomo. Si cerca il dibattito 1/1 mentre si dovrebbe cercare una proporzione. Se su mille medici uno è contrario ai vaccini, chi ascolta la trasmissione in radio o la guarda in TV deve saperlo. Il complotto cerca il racconto paritario dove la comparsa è elevata mediaticamente ad antieroe. Poco importa se a credere ad una buffa teoria complottista sia una piccola minoranza della comunità scientifica. Nel dibattito faccia a faccia questa ragionevole sproporzione è annullata. Questo simpaticissimo video mette in luce questo particolare aspetto nella discussione tra sostenitori e non che il global warming sia causato dall’uomo.

Il punto di vista soggettivo

Lo storytelling del complotto si concentra sull’esperienza personale piuttosto che sul dato di fatto o, quando necessaria, la ricerca scientifica. Il punto di vista soggettivo, nella visione complottista, viene sottolineato con maggiore enfasi del dato oggettivo. La testimonianza di un singolo ha valenza maggiore della ricerca scientifica. Nello storytelling del complotto l’attenzione viene posta sulla vittima del complotto. Il numero viene delegittimato della propria valenza.

Il giudizio emotivo e la partecipazione

Una volta portata l’attenzione del lettore sulla vittima del complotto come principale testimonianza verosimile, il passo è semplice: si cerca l’empatia con il lettore attraverso la sofferenza che la vittima ha vissuto. Stimolare il giudizio emotivo facilitando la vicinanza con la vittima porta il lettore a prendere una posizione etica. In questa fase del racconto il lettore partecipa a tutti gli effetti alla sofferenza, è inserito nella trama, ne diventa parte.

Il nemico nascosto

Alla fine della storia non sempre viene messa un luce la trama ordita dalla lobby segreta. Alcune volte si accenna e basta alla loro esistenza. La cospirazione è velata, ma presente. Questa misteriosa Spektre dei giorni nostri non necessita di essere smascherata. Propria il non saper provarne l’esistenza dimostra l’abilità e l’aver occupato oramai posizioni di potere. L’assenza di prove è in ultima analisi la prova definitiva del complotto.

L’eredità della letteratura e del cinema 

Il modello complottista è collaudato da anni e anni di pratica in letteratura e nel mondo del cinema. Ricordiamo Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1932) Trilogia degli Illuminati di Robert Anton Wilson (1975), oppure 1984 di George Orwell (1949)

Al cinema uno degli esempi più famosi fu Capricorn One (1978), o Quinto Potere (1976). negli anni 80 seguirono lungometraggi come Essi vivono di John Carpenter (1988), negli anni 90 Ipotesi di complotto (1997) e Dark City (1998). The Island di Michael Bay (2005) o Il Codice Da Vinci di Ron Howard (2006) sono già più recenti.

Andare a replicare un modello narrativo del genere vuol dire basarsi su trame già proposte al pubblico e molto apprezzate da una grande fetta di esso. Dal punto di vista narrativo è un’operazione a basso rischio.

Un wallpaper ispirato al film Capricorn One

Un wallpaper ispirato al film Capricorn One

Storytelling e cura di sé

Le capacità cognitive di quasi metà degli italiani hanno conosciuto momenti migliori. Come riacquistare terreno e rinsaldare il nostro rapporto con la realtà? Leggendo e scrivendo.

Raccontarsi e cura di sé

Lo storytelling diventa oggi la nostra officina, perché come ho scritto qui lo storytelling non è un’arte, è qualcosa più simile all’artigianato. Ci siamo riscoperti analfabeti e tu mi vuoi insegnare come si racconta una storia? Sì, più o meno. Anzi, voglio trasmetterti il concetto che raccontare ti fa bene (anche se non soffri di analfabetismo funzionale, beninteso), non meno che una bella passeggiata all’aria aperta o di un giro in bici. Nel nostro mondo si è forse un po’ perso il concetto di cura di sé, o forse lo si è confuso con un prendersi cura di sé come una costruzione quasi materiale basata sul principio del possesso: sto bene se posseggo molto.

Il raccontare se stessi si hanno due particolari vantaggi:

  1. L’oggetto del racconto dovrebbe esserci abbastanza famigliare 😉
  2. Dopo aver scoperto che il punto 1. non corrisponde del tutto a verità nasce una sana curiosità che ci spinge ad andare avanti con questo esercizio.

Perché scrivere?

Si scrive per esternare, per porre fuori da sé e non necessariamente di fronte ad un’altro. Scrivere ci aiuta a rileggere la realtà. Il nostro punto di vista sulla realtà è sempre mediato dal nostro approccio alla realtà stessa, da preconcetti o stati d’animo. Scrivere, quindi esternare in modo logico e strutturato gli eventi che viviamo ci aiuta a capirli meglio e in un certo qual modo ad avvicinarsi ad una visione meno soggettiva.

Perché un blog?

Un blog è uno strumento, nulla di più. La cosa più importante è come utilizzarlo e mantenerlo vivo. Il blog è uno strumento facile da utilizzare, gratuito o comunque poco costoso, se si vuole avere un proprio dominio, e facilmente accessibile ovunque. Il blog è la forma evoluta di quello che pochi anni fa veniva (e viene ancora oggi) chiamato diario, è una forma evoluta più  transmediale e interattiva.

Per chi?

Esistono moltissime persone che che scrivono blog privati, ovvero non accessibili a tutti. Può sembrare un controsenso utilizzare il web, luogo di condivisione per eccellenza, per poi non volere aprirsi agli altri. Non lo è, tutt’altro. Ci sono persone molto riservate che non vogliono esternare troppo i propri pensieri.

Ogni quanto?

La scadenza è molto importante, innanzitutto per se stessi, ma anche per il pubblico (se hai deciso di aprire il tuo blog alla rete). Scrivi almeno una volta alla settimana. Avere una scadenza è il modo migliore per non mancare un appuntamento. Sai che il sabato dopo pranzo hai un paio d’ore libere? Sfruttale e dedicale al tuo blog.

Su cosa?

Su ciò che vuoi, ma mantenendo sempre un punto di vista personale. Insomma, cerca di dare una tua prospettiva sul tema del post. Riuscire a dare un proprio taglio all’argomento ti aiuta a strutturare un pensiero razionale e doverlo presentare ti aiuta a razionalizzarlo, a giustificarlo razionalmente.

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Superare l’autosabotaggio con la ristrutturazione cognitiva

Esiste un modo di raccontarsi la vita per vivere meglio. La forma del racconto è una delle forme di interpretazione della realtà predilette dall’essere umano.

Grazie allo storytelling l’uomo si racconta, e grazie al racconto scopre (svela) la verità di ciò che lo circonda. Per gli antichi greci il concetto di verità si esprimeva con la parola aletheia ovvero disvelamento, mettendo in luce la dinamicità del concetto stesso di verità in contrapposizione alla veritas romana, oggettiva e statica.

Nel racconto il processo di disvelamento della realtà è interpretativo e costituente la realtà stessa. A seconda di come mi racconto ciò che mi circonda, vivo e creo l’orizzonte di significato che mi circonda. Trovare la chiave di lettura (o dovrei dire di racconto?) di ciò che ci circonda diventa fondamentale nel lavoro e nella vita. Riuscire a capire la connessione tra auto-racconto e capacità di risolvere i problemi vuol dire:

  1. Influenzare positivamente la community
  2. Orientarsi al problem solving
  3. Vivere meglio

Per alcuni vale lo storytelling della scusa. Tutta la loro narrazione è incentrata sulle motivazioni/scusanti del perché non hanno raggiunto un obiettivo. In questo tipo di narrazione il presente è speso per giustificare il passato. In questo tipo di lettura le energie vengono spese per cercare un alibi. Questo tipo di approccio è un aperto sabotaggio all’intenzionalità e alla progettualità futura.

In altri casi troviamo lo storytelling della rinuncia. Questi addirittura non iniziano nemmeno. Si nascondono dietro ad un “non ce la farò mai!” oppure ad un ancor più deprimente “non ho voglia di farlo!”. Anche in questo caso l’atteggiamento è quello del sabotatore.

Esiste poi lo storytelling progettuale dove il racconto è esso stesso progettualità. Il presente e il passato devono essere letti per poter giungere alla pianificazione di un progetto futuro. Nel passato e nel presente vanno identificate le criticità da affrontare per raggiungere l’obiettivo futuro. Il racconto sarà progettualità, intenzionalità. In questo tipo di storytelling l’obiettivo è la ricerca di opportunità.

Nella ricerca di opportunità ci si scontrerà con imprevisti e con momenti di difficoltà che non vanno demonizzati, bensì accettati come parte della storia, una parte integrante ed irrinunciabile. La nostra storia non deve per forza essere rosa e costellata di fiori. Qualsiasi community manager prima o poi si trova a dover gestire un flame, una critica o un reclamo. Così come in qualsiasi team ci si troverà a dover gestire degli attriti. Lo storytelling progettuale richiede sforzi e fatica. Momenti indissolubili di crescita ai quali dobbiamo abituarci, che dobbiamo vivere come momenti costitutivi dell’esperienza di crescita che non vanno evitati, bensì accettati con naturalezza e affrontati per trovare soluzioni in un’ottica di lungo termine.

È di fronte a questi momenti che necessitiamo di una ricostruzione cognitiva. Rileggere la nostra situazione nel momento in cui ci accorgiamo di essere diventati sabotatori di noi stessi, nel momento in cui il nostro raccontarci è incentrato sulla scusa o sulla rinuncia: questo deve essere il nostro obiettivo e in questo dobbiamo cercare la nostra opportunità.

Se la lettura di una situazione ora non ci permette di cogliere l’opportunità insita in essa dobbiamo cambiare chiave di lettura cercando di trovare la struttura gnoseologica che maggiormente risulta funzionale alla risoluzione del problema. La struttura attraverso la quale leggiamo la realtà è come un paio di occhiali, non siamo in grado di leggere ed interpretare nulla senza una struttura. Cambiare struttura è possibile, ma serve pratica e un continuo allenamento.

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Lo Storytelling come struttura relazionale

La domanda chiave della storia del pensiero occidentale è quelle ereditata da Socrate: cos’è?

Nel percorso che abbiamo fatto insieme finora, anche se con qualche pausa, la domanda chiave non ce la siamo ancora posta, almeno non esplicitamente. Con il post di oggi vorrei provare a dare una prima definizione prospettica, quindi non esaustiva, del nostro tema preferito.

Cos’è lo Storytelling?
Andrea Fontana, uno dei massimi conoscitori italiani di Corporate Storytelling, lo inquadra come un approccio conoscitivo al mondo. Un modo di vedere le cose. La mia visione parte dalle riflessioni, profonde, di Fontana.

Lo storytelling è ormai persuasivo della vita umana, sia la nostra vita personale che quella di lavoro, perché la nostra realtà ha una struttura discorsiva. Ma lo storytelling non è solo un raccontare storie. È molto di più. È una disciplina e un metodo di lavoro.

Lo Storytelling, sia nella sua accezione letteraria sia in quella aziendale o corporate, è una struttura interpretativa della realtà. Non dimentichiamo che il mito, la forma di sapere più antica che l’uomo abbia mai conosciuto si esplica attraversi il racconto proprio per la natura disvelante (direbbe Heidegger) che altri tipi di indagine, come quella scientifica, non hanno.

Nel mito, nel racconto mitico, la verità si svela attraverso un processo dinamico. Il raccontare è un atto che racchiude un approccio conoscitivo particolare, un approccio/struttura che ci permette di accedere alla conoscenza in modo graduale e dinamico.

Ma nel racconto non siamo noi che conosciamo qual-cosa. Nella struttura narrativa il conosciuto si mostra tra una persona che narra (narratore) è una persona che ascolta (narratario). Nel racconto si crea una relazione e ciò ha potuto portare un atto fondante dell’essere umano all’attenzione del marketing e del modo di fare azienda.

Le organizzazioni, e il mondo corporate, si sono umanizzate e avvicinate sempre più alle persone che orbitavano intorno ad esse, i cosiddetti stakeholders. In questo processo di umanizzazione i rapporti tra azienda e pubblico si sono trasformati in conversazioni (Cluetrain Manifesto) in vere e proprie relazioni.

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Storytelling: arte o artigianato?

Alla base del mio lavoro c’è la scrittura. Volendo ridurre la mia attività quotidiana ai minimi termini si potrebbe dire che mi pagano per scrivere. Che siano post su Facebook, tweet su Twitter, o delle news su un sito poco importa. Scrivo per creare attenzione sulle più diverse tematiche e per invogliare il lettore a compiere delle determinate azioni (le cosiddette call to action).

Che differenza c’è allora tra me e uno scrittore? Diverse settimane fa Onice Design scrisse un post dedicato ad Erik Spiekermann. Del corposo post di Stefano Torregrossa mi colpì il titolo, ripreso poi verso la fine dell’articolo:

Invece per un designer è una cosa buona avere limiti, ostacoli, costrizioni, obblighi – clienti, budget, tempo, audience, formati, regole. Perché senza di questi non sei più un designer, sei un artista. Sono questi limiti ad insegnarti ad essere un vero designer: perché non è importante solo arrivare al massimo livello di qualità e dettaglio. È anche importante finire il lavoro in tempo, andare a casa, magari fermarti un po’ prima perché devi pulire la bottega

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Ecco il nocciolo della questione: avere obblighi, ostacoli, restrizioni! Questo vuol dire essere artigiani, non artisti. Il nostro ruolo è di affiancare un’impresa nel perseguire gli obiettivi che essa si pone. Affiancarci ad essa vuol dire consigliare, supervisionare, ma soprattutto mettere impegno, tempo e competenze al servizio di chi ci da lavoro.

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Lo scopo ultimo di un’azienda qual è? Fare utile e creare valore, che piaccia o non piaccia. Il nostro dovere è creare valore intorno a ciò che l’azienda è e vuole ottenere. Lo storytebler è un artigiano ossessionato dalla raccontabilità (perdonatemi l’orrore) degli eventi. Lo storyteller non è un artista, non necessariamente. Lo storyteller è un incontro di competenze umanistiche ed economiche, perché non si può fare questo lavoro senza avere delle conoscenze approfondite di marketing o senza saper scrivere.

Essere storyteller significa svegliarsi al mattino e coricarsi la sera vivendo costantemente in tensione fra due mondi diversi, seppur comunicanti. Le tipiche professioni del web hanno questa caratterista, sono un luogo di incontro tra competenze permeabili, dialoganti e in divenire. Nel mondo del narratore d’impresa gli interessi dell’organizzazione sono i propri e in quanto professionisti si è sottoposti alle leggi di mercato. Quello che non ci rende liberi di svegliarci di mattina per scrivere ciò che ci passa per la testa è anche ciò che che rende fertile il nostro lavoro…….e che comunque ci fa mangiare 🙂

Corporate Storytelling Vs Social Media Management

Storytelling e Social Media Management o Social Media Marketing sono termini tra i più utilizzati e spesso abusati degli ultimi anni. Il Nuovo millennio ha visto nascere, soprattutto dopo la rivoluzione digitale, una serie di neologismi, spesso mutuati dall’inglese. Dietro questi termini si celano nuovi concetti, e approcci innovativi alla comunicazione, non solo a livello corporate.

Tra i più inflazionati e diffusi va annoverato quello di Social Media Management o nella sua accezione più comune anche se più ristretta Social Media Marketing. In questo caso, come la parola suggerisce, si tratta dell’insieme di attività svolte in ambito web, più precisamente social media (e social network) atte a favorire il raggiungimento degli obiettivi di marketing di una organizzazione. In entrambi i casi stiamo parlando di Social Media e si presuppone che esista già rapporto con la community all’interno della quale si vuole interagire.

Il rapporto tra i due concetti è delicato, anche se possiamo già dire che il Corporate Storytelling fa parte del più ampio Social Media Management. L’utilizzo della propria comunità online per poter attirare l’attenzione su temi caldi presuppone il fatto di avere una community, quindi il mio concetto di Corporate Storytelling è successivo, in qualche modo, a quello di Social Media Marketing o Management. Per essere efficace una storia deve avere dei narratori pronti ad ascoltarla, vogliosi di ascoltarla e magari di parteciparvi.

Un oratore senza platea racconta storie che probabilmente si perderanno nel vuoto del web. Lo storytelling che ci interessa è innanzitutto corporate. Non siamo scrittori e non facciamo arte, la nostra attività serve a creare attenzione su temi che devono portare l’azienda o l’organizzazione a fare profitto o, nel caso di ONG, aumentare le donazioni. Affinché i nostri sforzi abbiano senso non dobbiamo forzare i tempi, un progetto di storytelling deve seguire l’introduzione del brand nelle community di riferimento. Anticipare questa mossa vorrebbe dire sprecare risorse.

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Il titolo: eterno problema

Dopo le parole di Luisa Carrada sul modo di scrivere i titoli, credo ci sia poco da aggiungere. Per chi non lo sapesse Lavoro, dunque scrivo! sta al webwriter (e non solo) come il codice penale sta all’avvocato penalista o la Bibbia al prete. Secondo la Carrada

un testo sul web assomiglia ad una scala che conduce in profondità: dal titolo, giù verso gli strati più profondi. I contenuti più ricchi e interessanti rischiano di stare in cantina, per proseguire la metafora architettonica, e il lettore laggiù bisogna portarcelo: titoli e sottotitoli servono proprio a questo, a convincerlo a seguirci, a fare i primi passi.

Luisa Carrada Lavoro, dunque scrivo! Zanichelli 2012

Il titolo della nostra storia non deve per forza essere il primo nostro pensiero. Non è raro che anche in narrativa il titolo dell’opera nasca alla fine della stesura dell’opera stessa. Vi sono numerosi casi in cui il testo è stato cambiato successivamente alla prima pubblicazione, creando quindi prime edizioni con titoli diversi.

Humans Of New York

Una delle prime domande che sorgono è: nel Corporate Storytelling il titolo ha la stessa funzione che ha in narrativa? Assolutamente no. Per due motivi:

  1. il titolo non è necessariamente una parte della narrazione;
  2. non è affatto detto che il titolo debba essere noto al lettore.

Spesso in narrativa il titolo è parte integrante della storia, un’anticipazione con lo scopo di racchiudere il cuore dello scritto senza però svelarne del tutto i contenuti, cosicché si crei nel lettore un’aspettativa e una curiosità che lo spinga ad acquistare il libro e leggere l’opera. Nel mondo Corporate il titolo ha più che altro il significato di nome del progetto.

Sia parlando di titolo del progetto, sia nel dettaglio di ogni singolo capitolo, non è detto che lo si debba palesare al lettore. Pensiamo a tal proposito ai bellissimi post della pagina Facebook Humans Of New York. Il titolo della pagina è sicuramente il titolo della storia, nulla più nulla meno, i singoli capitoli sono rappresentati da post accompagnati da immagini/ritratti (vedi l’immagine qui sopra). Possiamo addirittura interpretare l’immagine come una sorta di titolo silente del post, nei limiti di quanto un’immagine possa definirsi silente.

Strutturalmente Humans of New York presenta post con immagini allegate, molto semplicemente. L’immagine è sempre contestualizzata, ammicca alla storia, la introduce in qualche modo, facendosi in un certo senso Titolo senza Parole.

La narrazione online essendo per propria natura frammentata non necessita sempre di titoli, bensì di rimandi e contestualizzazioni, e soprattutto di semplicità.

2 introduzioni alla narratologia

Lo storytelling si basa giocoforza sulla narratologia. Ogni storia ha una propria struttura e all’interno di ogni struttura sono presenti elementi comuni. La narratologia ci aiuta a identificare questi elementi per poter disporne al meglio nella declinazione della narrazione in ambito d’impresa. Avere una base teorica degli strumenti e dei cosiddetti tasselli dei quali possiamo disporre per rendere il nostro racconto più efficace aiuta a raggiungere in modo più preciso e snello i nostri obiettivi. Voglio condividere con te un paio di letture interessanti in materia, buona lettura!

La NarrazioLa Narrazione - Andrea Bernardelline di Andrea Bernardelli
L’opera di Bernardelli è sicuramente la più veloce e concisa. Meno di 140 pagine scaricabili in eBook a 4,99 €. Una struttura chiara e lineare ne fanno un boccone digeribile in pochi giorni.

Il breve percorso da Bernardelli parte dalle definizioni chiave del contesto narrativo, dalla creazione dei mondi all’approfondimento dei personaggi e così via. In un secondo momento affronta le questioni più tecniche come gli incipit, le collocazioni temporali e il movimento della storia tra prolessi e analessi, per poi arrivare alla conclusione. È molto interessante la bibliografia riportata dall’autore al termine del volume.

La Narrazione è a parer mio la partenza ideale per chi volesse muovere i primi passi nel mondo della struttura della storia narrata. La prima parte, quella forse più concettuale è molto utile al corporate storyteller per identificare le aree di intervento e i singoli moduli con i quali giocare in ambito di narrazione d’impresa.

Bernardelli, bolognese classe 1962, è ricercatore in Filosofia e teoria dei linguaggi presso l’Università di Perugia dal 2006.

Officina del Racconto di Angelo MarcheseL'officina del racconto - Angelo Marchese
Rispetto al precedente, questo volumetto di Marchese si presenta leggermente più impegnativo. In meno di 240 pagine l’autore approfondisce lo studio delle strutture narrative affrontando temi come il rapporto tra storia e discorso. Una volta superata la prima parte dedicata alla storia delle teorie della narratività la strada si fa in discesa, per il lettore.

Le cinque parti seguenti si affrontano temi quali le strutture del racconto, il tempo o i personaggi che offrono molti spunti su come impostare la narrazione anche in ambito di business. Spesso Marchese offre approfondimenti molto tecnici, ma mai eccessivamente pesanti.

Angelo Marchese, genovese di nascita è scomparso nel 2000 a Firenze a 63 anni. Insegnante di italiano e latino presso il liceo classico Cristoforo Colombo e il liceo scientifico Enrico Fermi di Genova,  si è occupato di saggistica e critica letteraria.