Storytelling: narrazioni d’impresa

Lo Storytelling (video)

Negli ultimi anni si parla molto di storytelling tra chi si occupa di comunicazione; è una moda o c’è effettivamente qualcosa di importante da dire a riguardo? E soprattutto: in che misura può essere utile per aziende e organizzazioni non profit?

Ne ho parlato nel mio canale Youtube; vieni a dare un’occhiata e se ti piace iscriviti al canale!

Buona visione!

Superare l’autosabotaggio con la ristrutturazione cognitiva

Esiste un modo di raccontarsi la vita per vivere meglio. La forma del racconto è una delle forme di interpretazione della realtà predilette dall’essere umano.

Grazie allo storytelling l’uomo si racconta, e grazie al racconto scopre (svela) la verità di ciò che lo circonda. Per gli antichi greci il concetto di verità si esprimeva con la parola aletheia ovvero disvelamento, mettendo in luce la dinamicità del concetto stesso di verità in contrapposizione alla veritas romana, oggettiva e statica.

Nel racconto il processo di disvelamento della realtà è interpretativo e costituente la realtà stessa. A seconda di come mi racconto ciò che mi circonda, vivo e creo l’orizzonte di significato che mi circonda. Trovare la chiave di lettura (o dovrei dire di racconto?) di ciò che ci circonda diventa fondamentale nel lavoro e nella vita. Riuscire a capire la connessione tra auto-racconto e capacità di risolvere i problemi vuol dire:

  1. Influenzare positivamente la community
  2. Orientarsi al problem solving
  3. Vivere meglio

Per alcuni vale lo storytelling della scusa. Tutta la loro narrazione è incentrata sulle motivazioni/scusanti del perché non hanno raggiunto un obiettivo. In questo tipo di narrazione il presente è speso per giustificare il passato. In questo tipo di lettura le energie vengono spese per cercare un alibi. Questo tipo di approccio è un aperto sabotaggio all’intenzionalità e alla progettualità futura.

In altri casi troviamo lo storytelling della rinuncia. Questi addirittura non iniziano nemmeno. Si nascondono dietro ad un “non ce la farò mai!” oppure ad un ancor più deprimente “non ho voglia di farlo!”. Anche in questo caso l’atteggiamento è quello del sabotatore.

Esiste poi lo storytelling progettuale dove il racconto è esso stesso progettualità. Il presente e il passato devono essere letti per poter giungere alla pianificazione di un progetto futuro. Nel passato e nel presente vanno identificate le criticità da affrontare per raggiungere l’obiettivo futuro. Il racconto sarà progettualità, intenzionalità. In questo tipo di storytelling l’obiettivo è la ricerca di opportunità.

Nella ricerca di opportunità ci si scontrerà con imprevisti e con momenti di difficoltà che non vanno demonizzati, bensì accettati come parte della storia, una parte integrante ed irrinunciabile. La nostra storia non deve per forza essere rosa e costellata di fiori. Qualsiasi community manager prima o poi si trova a dover gestire un flame, una critica o un reclamo. Così come in qualsiasi team ci si troverà a dover gestire degli attriti. Lo storytelling progettuale richiede sforzi e fatica. Momenti indissolubili di crescita ai quali dobbiamo abituarci, che dobbiamo vivere come momenti costitutivi dell’esperienza di crescita che non vanno evitati, bensì accettati con naturalezza e affrontati per trovare soluzioni in un’ottica di lungo termine.

È di fronte a questi momenti che necessitiamo di una ricostruzione cognitiva. Rileggere la nostra situazione nel momento in cui ci accorgiamo di essere diventati sabotatori di noi stessi, nel momento in cui il nostro raccontarci è incentrato sulla scusa o sulla rinuncia: questo deve essere il nostro obiettivo e in questo dobbiamo cercare la nostra opportunità.

Se la lettura di una situazione ora non ci permette di cogliere l’opportunità insita in essa dobbiamo cambiare chiave di lettura cercando di trovare la struttura gnoseologica che maggiormente risulta funzionale alla risoluzione del problema. La struttura attraverso la quale leggiamo la realtà è come un paio di occhiali, non siamo in grado di leggere ed interpretare nulla senza una struttura. Cambiare struttura è possibile, ma serve pratica e un continuo allenamento.

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Storytelling: arte o artigianato?

Alla base del mio lavoro c’è la scrittura. Volendo ridurre la mia attività quotidiana ai minimi termini si potrebbe dire che mi pagano per scrivere. Che siano post su Facebook, tweet su Twitter, o delle news su un sito poco importa. Scrivo per creare attenzione sulle più diverse tematiche e per invogliare il lettore a compiere delle determinate azioni (le cosiddette call to action).

Che differenza c’è allora tra me e uno scrittore? Diverse settimane fa Onice Design scrisse un post dedicato ad Erik Spiekermann. Del corposo post di Stefano Torregrossa mi colpì il titolo, ripreso poi verso la fine dell’articolo:

Invece per un designer è una cosa buona avere limiti, ostacoli, costrizioni, obblighi – clienti, budget, tempo, audience, formati, regole. Perché senza di questi non sei più un designer, sei un artista. Sono questi limiti ad insegnarti ad essere un vero designer: perché non è importante solo arrivare al massimo livello di qualità e dettaglio. È anche importante finire il lavoro in tempo, andare a casa, magari fermarti un po’ prima perché devi pulire la bottega

Erik Spiekermann

Ecco il nocciolo della questione: avere obblighi, ostacoli, restrizioni! Questo vuol dire essere artigiani, non artisti. Il nostro ruolo è di affiancare un’impresa nel perseguire gli obiettivi che essa si pone. Affiancarci ad essa vuol dire consigliare, supervisionare, ma soprattutto mettere impegno, tempo e competenze al servizio di chi ci da lavoro.

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Lo scopo ultimo di un’azienda qual è? Fare utile e creare valore, che piaccia o non piaccia. Il nostro dovere è creare valore intorno a ciò che l’azienda è e vuole ottenere. Lo storytebler è un artigiano ossessionato dalla raccontabilità (perdonatemi l’orrore) degli eventi. Lo storyteller non è un artista, non necessariamente. Lo storyteller è un incontro di competenze umanistiche ed economiche, perché non si può fare questo lavoro senza avere delle conoscenze approfondite di marketing o senza saper scrivere.

Essere storyteller significa svegliarsi al mattino e coricarsi la sera vivendo costantemente in tensione fra due mondi diversi, seppur comunicanti. Le tipiche professioni del web hanno questa caratterista, sono un luogo di incontro tra competenze permeabili, dialoganti e in divenire. Nel mondo del narratore d’impresa gli interessi dell’organizzazione sono i propri e in quanto professionisti si è sottoposti alle leggi di mercato. Quello che non ci rende liberi di svegliarci di mattina per scrivere ciò che ci passa per la testa è anche ciò che che rende fertile il nostro lavoro…….e che comunque ci fa mangiare 🙂

Corporate Storytelling Vs Social Media Management

Storytelling e Social Media Management o Social Media Marketing sono termini tra i più utilizzati e spesso abusati degli ultimi anni. Il Nuovo millennio ha visto nascere, soprattutto dopo la rivoluzione digitale, una serie di neologismi, spesso mutuati dall’inglese. Dietro questi termini si celano nuovi concetti, e approcci innovativi alla comunicazione, non solo a livello corporate.

Tra i più inflazionati e diffusi va annoverato quello di Social Media Management o nella sua accezione più comune anche se più ristretta Social Media Marketing. In questo caso, come la parola suggerisce, si tratta dell’insieme di attività svolte in ambito web, più precisamente social media (e social network) atte a favorire il raggiungimento degli obiettivi di marketing di una organizzazione. In entrambi i casi stiamo parlando di Social Media e si presuppone che esista già rapporto con la community all’interno della quale si vuole interagire.

Il rapporto tra i due concetti è delicato, anche se possiamo già dire che il Corporate Storytelling fa parte del più ampio Social Media Management. L’utilizzo della propria comunità online per poter attirare l’attenzione su temi caldi presuppone il fatto di avere una community, quindi il mio concetto di Corporate Storytelling è successivo, in qualche modo, a quello di Social Media Marketing o Management. Per essere efficace una storia deve avere dei narratori pronti ad ascoltarla, vogliosi di ascoltarla e magari di parteciparvi.

Un oratore senza platea racconta storie che probabilmente si perderanno nel vuoto del web. Lo storytelling che ci interessa è innanzitutto corporate. Non siamo scrittori e non facciamo arte, la nostra attività serve a creare attenzione su temi che devono portare l’azienda o l’organizzazione a fare profitto o, nel caso di ONG, aumentare le donazioni. Affinché i nostri sforzi abbiano senso non dobbiamo forzare i tempi, un progetto di storytelling deve seguire l’introduzione del brand nelle community di riferimento. Anticipare questa mossa vorrebbe dire sprecare risorse.

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Il tempo nel Corporate Storytelling

Il concetto di tempo è sempre stato uno dei concetti chiave della filosofia in tutte le epoche.

Lo è indubbiamente anche nel complesso mondo della comunicazione. Ha delle dinamiche ben precise che vanno comprese e rispettate per massimizzare il risultato del proprio lavoro.

Il racconto stesso è costituito da una serie di avvenimenti in un determinato o indeterminato arco di tempo. Il legante tra questi eventi è solitamente la causa-effetto. Senza il concetto di tempo, non ci è possibile addirittura anche solo pensare una storia.

Ma qual è la mia dimensione temporale? Come posso identificare lo spazio temporale all’interno del quale vado a muovermi?

146HAndrea Bernardelli ne La Narrazione ( Editori Laterza, 2006) distingue tra:

  1. il tempo della storia, ovvero l’arco di tempo durante il quale si svolge la storia
  2. il tempo della narrazione, che invece dipende dalla collocazione temporale del narratore
  3. il tempo del racconto, che riguarda il modo e le forme attraverso le quali è gestita la trama (linearmente, con dei flashback, a salti, etc.)

Il tempo della storia
La storia di una azienda non è un romanzo, è più una antologia di racconti e spesso scritti da autori diversi. Nel Corporate Storytelling vive una moderna Sherazade. Nelle decine e centinaia di racconti che compongono questa antologia vivente il tempo della storia non è certo identificabile in un determinato arco temporale. Raccontare il congresso annuale dei donatori per una ONG o un corso di aggiornamento per la forza vendite, oppure l’anniversario dei 30 dalla nascita della società e ancora la storia che fa da sfondo alla promozione natalizia con sconti e concorsi, sono tutte storie a sé stanti con un orizzonte temporale ben definito ed autonomo. Vi ricordate che non è l’azienda (o l’organizzazione) la protagonista della propria storia?

Il tempo della narrazione
Tutt’altro vale invece per il cosiddetto tempo della narrazione. Il narratore ha una collocazione spazio temporale ben precisa…..o forse no? Chi è il narratore oggi? Individuare la figura del narratore nel Corporate Storytelling è tutt’altro che facile. Vi sono due differenti chiavi di lettura:

  1. Il Narratore/Storyteller è quel losco figuro che, dipendente o collaboratore dell’impresa, ne racconta le gesta
  2. I Narratori sono coloro che raccontano le gesta dell’impresa.

Ad esempio, se un cliente descrive in un post del suo blog un servizio specifico o ancor più semplicemente racconta la propria esperienza ad un determinato convegno, non è esso stesso un cratere di contenuti (prosumer), una qualche specie di autore? Io sostengo che il Narratore, lo Storyteller siamo fondamentalmente uno e che non ve ne siano di inconsapevoli tra i prosumer, ma ciò lo argomenterò in un post fra poche settimane. Se mi date per buona questa posizione la comunicazione narrativa non si discosta molto dal presente; possiamo raccontare storie appena successe o che succederanno a breve, ma sarà difficile occuparsi di eventi lontani nel tempo ameno che non sia funzionale a dar valore ad un avvenimento presente.

Il tempo del racconto
Questo è, a parer mio, il vero terreno di gioco del corporate storytelling. Qui il narratore trova libero sfogo nel giocare con i modi e le forme più avvincenti e adatte a creare valore per il proprio lettore. La domanda che si deve fare il moderno narratore d’impresa, a questo punto è: come rappresenterò le vicende che vanno a costituire la mia storia.

Il terreno di gioco del narratore
I limiti del Corporate Storytelling da un punto di vista temporale sono quindi ben chiari. Sappiamo che ogni racconto ha la sua dimensione e che questa non si scosterà di molto dal presente. La vera sfida quindi è giocare sull’anticipazione, sui flashback e su quei piccoli accorgimenti, come le pause narrative, al fine di creare e soddisfare ciclicamente le aspettative del lettore.

Il patto all’inizio del racconto

Il narratore e il narratario si incontrano all’inizio di ogni storia e entrambi accettano di stipulare un patto tra di loro. Il tacito patto che accettano di stringere l’un l’altro li terrà uniti, nella peggiore delle ipotesi per la durata della storia, nella migliore delle ipotesi per tutta la vita.

Nel momento in cui il narratore inizia a narrare si rende disponibile, allunga la mano a costui o costei al fine di stringere il patto all’inizio del racconto. È lui che fa il primo passo, è lui che tende la mano e presenta l’invito. Al narratario spetta rispondere o meno all’appello. Il narratario ora ha la palla e se accetterà di giocare stipulerà il patto.

L’autore deve avviare un processo di complicità tra il testo e il lettore, deve fare in modo che quest’ultimo sia costretto a proseguire la lettura. Per ottenere questo obiettivo l’autore deve sapere introdurre il lettore nel proprio mondo narrativo. […]. L’importanza delle operazioni di apertura di un racconto è stata così condensata nella formula di un metaforico patto di lettura o patto narrativo
(Bernardelli 2013)

Balance

Nel Corporate Storytelling, oltre all’ascolto, che è indubbiamente il primo requisito che va soddisfatto al fine di mantenere un rapporto tra le due parti, questo patto ha un’ulteriore contropartita: la compartecipazione del narratario al dialogo scaturente dalla narrazione e alla narrazione stessa. Esiste la possibilità di chiedere un’intervento, da parte del lettore, che sia esterno alla storia. Uno degli obiettivi dello storytelling nelle organizzazioni può essere quello di raccogliere contatti, email, numeri di telefono, etc. attraverso ad esempio una richiesta di iscrizione alla newsletter o all’area riservata del sito.

Ognuna di queste richieste ha però un livello ed un senso di partecipazione, o come si usa dire engagement, diversi.

  1. Partecipazione alla Discussione
  2. Partecipazione alla Narrazione
  3. Call To Action Esterne

Partecipazione alla Discussione
Ogni interazione sarà profondamente, sostanzialmente diversa dalle altre.  Nella strategia del narratore può esserci la volontà di chiedere al narratario di partecipare alla discussione commentando un post, condividendolo e discutendone con gli amici sui social network. Qui parliamo di partecipazione inerente alla storia.

Partecipazione alla Narrazione
È possibile chiedere al narratario di partecipare alla narrazione, di far parte della storia, come ha fatto Riccardo Luna con i video dove i lettori di Cambiamo Tutto leggevano in un minuto delle parti per loro significative del libro  pubblicato da Riccardo. In questo caso parliamo di partecipazione interna alla storia

Call To Action Esterne
Tutte queste sono call to action, ma alcune sono esterne alla storia. Il narratore può raccontare cosa sta succedendo in un paese in guerra, e alla fine della storia della piccola bimba, salvata da una scheggia di granata o mutilata da una mina antiuomo chiedere di fare una donazione per un progetto di pacificazione o di bonifica dalle mine.

Da “La sentinella” di Fredric Brown alla trama non lineare nella narrazione d’impresa

Hai mai letto la sentinella di Fredric Brown? No? Allora vai qui, stampa la pagina (scarsa) che contiene il breve racconto dello scrittore statunitense e rimedia subito.

L’hai letto? Non hai ancora finito? Aspettiamo altri 10 minuti….

A parte il fatto che questo racconto del 1954 è un riconosciuto capolavoro, fa al caso nostro perché in poche decine di righe sintetizza ciò che la nostra comunicazione non deve essere. La prima cosa che si evince dopo aver letto lo splendido finale è che il lettore è convinto fino alla fine che il protagonista/narratore sia umano. Alla fine le carte vengono scoperte e la realtà è diametralmente opposta alle aspettative/convinzioni del lettore.

"Le Meraviglie del Possibile" Antologia che contiene il bellissimo racconto di Brown

“Le Meraviglie del Possibile” Antologia che contiene il bellissimo racconto di Brown – Ed. Einaudi

Nella comunicazione tradizionale, pensa ad una pagina pubblicitaria su una rivista, questo tipo di approccio geniale in letteratura sarebbe stato un flop incredibile nel marketing.

Con l’avvento dello storytelling le cose cambiano e le carte si confondono. Continua ad essere un grosso rischio, a parer mio, ribaltare le convinzioni del nostro interlocutore.

Tutt’altro va detto invece riguardo alle sue aspettative. Saper, nella narrazione, giocare con le aspettative di chi ci segue è molto difficile, ma può portarci a risultati inaspettati. Le aspettative, così come i desideri e le necessità di chi legge sono la nostra migliore arma e il nostro alleato più importante dietro le linee nemiche.

È possibile creare un’aspettativa simile a quella creata da Brown grazie al fattore tempo che i pubblicitari (dinosauri di un’epoca passata) non avevano sempre alla loro portata.

Esatto: il fattore tempo, grazie alla componente dell’attesa, è ciò su cui fa leva il ribaltamento di prospettiva nella comunicazione moderna.

Nell’introduzione alla sua Narratologia (Parma, 1984), Gerald Prince scrive:

la narrativa può dunque essere definita come la rappresentazione di avvenimenti e situazioni reali o immaginari in una sequenza temporale

La letteratura torna ad essere, nel 21° secolo, una preziosa alleata dell’impresa, svelando trame ed artifici fin ad oggi negati o per lo meno pericolosi per i moderni markettari.

Il narratore, il Ghost Writer e il Corporate Storyteller

Secondo Andrea Bernardelli

“una delle prime forme secondo cui può manifestarsi la figura del narratore è quella del commentatore o interprete dei fatti che rimanga una entità estranea alla storia e al mondo narrativo di cui riporta gli eventi. […]. In altri casi il narratore è un personaggio della stessa vicenda narrata – un abitante del mondo narrativo – che si fa carico di riportare gli eventi, o nelle vesti di un testimone secondario e laterale della vicenda, oppure come il protagonista stesso della storia. Tale personaggio-testimone definito da Booth narratore rappresentato o palese, è evidentemente caratterizzato da un maggiore coinvolgimento nella vicenda rispetto al narratore non rappresentato, fino a spingersi alle forme estreme della testimonianza diretta”

(La Narrazione)

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Non facciamoci ingannare dal nome. Quando parliamo di ghost writing il narratore non è il fantasma: è il protagonista. Ad esempio, in una autobiografia il narratore è il protagonista. Nel momento in cui si ricorre al ghost writer, questo artificio non cambia le carte i tavola. Il ghost writer deve scrivere l’autobiografia di Mister X come se lui stesso fosse realmente Mister X, imitandolo nel linguaggio, nell’approccio alle emozioni e via di seguito. Se Mister X ad un certo punto della vicenda, perde in un incidente la compagna, il writer deve far arrivare la drammaticità e il dolore dell’evento. Quindi, a ragion veduta, il ghost writer entra a pieno titolo nella seconda categoria, quella del narratore rappresentante.

Un altro mondo è quello del corporate storyteller. Io, personalmente, colloco il corporate storyteller fuori dal binomio narratore rappresentato/non rappresentato. Se come abbiamo visto qui l’impresa non è protagonista, bensì orizzonte assiologico (valoriale) del racconto, ma protagonisti sono come per Bernardelli personaggi (clienti, dipendenti, collaboratori), oggetti (prodotti, servizi) e eventi (raggiungimento di obiettivi, promozioni, fiere, presentazione nuovi prodotti, etc.) la domanda trova la sua naturale e comunque prevedibile risposta. Il narratore è coinvolto negli eventi narrati, è esso stesso un collaboratore/dipendente quindi fa parte sicuramente della seconda categoria, ma in modo diverso dal ghost writer.

Il Ghost Writer scrive mettendosi nei panni di una persona (Mister X), lo Storyteller parla a nome di un brand.
Il Ghost Writer (nel caso di autobiografia) parla di se stesso, lo storyteller parla di altro da sé nell’orizzonte valoriale proprio del brand.
Questo fa si che dai protagonisti della narrazione, gli oggetti del racconto e gli eventi narrati, debba emergere la appartenenza dell’ascoltatore/lettore a quello specifico orizzonte assiologico.

In ciò consiste la principale sfida del Corporate Storyteller, aspetto decisivo assente in questa forma nella narrazione classica, così come nell’attività di ghost writing. In un’altra forma più simile a quella d’impresa è presente lo storytelling politico

Protagonisti del corporate storytelling

Ricordo un breve ed affascinante testo scritto da Michail Michajlovič Bachtin intitolato Dostoevskij. Poetica e stilistica (1963, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1968). In breve il filosofo e critico russo definiva i personaggi del suo connazionale come polifonici rispetto a quelli rappresentati da molti suoi contemporanei. I personaggi di Dostoevskji vivono di vita propria nelle opere dell’autore russo, fino a raggiungere la più profonda ed insondabile profondità in opere come I Demoni o I fratelli Karamatzov. Questo aspetto delle creazioni dell’autore rende assolutamente realistici i suoi romanzi. A differenza di molti altri autori o della maggior parte delle opere di genere, i capolavori di Dostoevskji possono vantare persone vere come protagonisti e non macchiette, caricature caratteri belli e pronti, impacchettati per essere venduti a lettori di poche pretese.

Quando ho iniziato a riflettere sulla narrazione nel mondo delle imprese e delle organizzazioni ho subito accostato la polifonia dei personaggi dostoevskjiani a la complessità insita in qualsiasi organizzazione. Ma presto mi sono accorto dell’errore.

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Se penso all’oggetto della narrazione di un moderno cantastorie appare fin da subito evidente che un’organizzazione non ha semplicemente una storia, ne ha decine. La realtà narrativa di un’organizzazione è decisamente polifonica, per usare il termine di Bachtin. Ma dietro questa prima riflessione si cela un pericolo.

L’oggetto della narrazione, l’insieme dei fatti narrati (l’enunciato narrativo) composto da

  1. personaggi
  2. oggetti
  3. eventi

non è l’organizzazione, l’impresa, l’azienda, il brand. Se andiamo ad indagare sul ruolo che ha l’organizzazione nel processo di Corporate Storytelling, sicuramente non è quello di essere protagonista del racconto.

Nel racconto d’impresa, così come in alcuni generi letterari (il fantasy ad esempio), l’ambientazione assurge a componente fondamentale del racconto, ne costituisce in buona parte la sostanza stessa. Detto con un’immagine, lo sfondo è esso stesso protagonista e primo piano. In che modo, nel modo dell’impresa, questo può accadere? Grazie ad una forte e ben delineata corporate identity (considerata nell’insieme di mission, vision e valori).

Il momento in cui l’organizzazione racconta se stessa è esso stesso un momento all’interno della vita non narrabile dell’organizzazione stessa, una vita costretta a vivere sullo sfondo ma dalla quale sono determinati tutti i colori del quadro.

Mi racconto quindi esisto

Mi racconto quindi esisto. Questo è il nostro inizio, il punto di partenza del nostro essere persone ed in fin dei conti del nostro cammino insieme.

Dietro al fenomeno apparentemente recente del Digital Storytelling si nasconde una necessità ancestrale dell’essere umano: la necessità di raccontarsi.

Nulla è reale se non è stato raccontato, ciò che è stato raccontato esiste seppur non sia mai stato reale. La narrazione è l’entrata principale della realtà e dell’esistenza, in tutto e di tutto ciò che ci circonda. Nel raccontarsi, non solo acquistiamo credibilità ontologica verso chi ci ascolta, bensì anche verso noi stessi.

È nel racconto che i principi primi della nostra cultura sono arrivati a noi, nella forma di mito. Ed è sempre in forma di racconto che le verità più antiche di ogni religione sono arrivate ad oggi. È quindi il racconto la forma privilegiata dell’esistenza e della comunicazione.

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Lo spazio sociale del web 2.0 è quantitativamente il luogo privilegiato, o perlomeno uno dei luoghi privilegiati, di questo riconoscersi. All’interno di questo spazio, racchiusi in community identitarie, troviamo persone  desiderose di raccontarsi e di essere raccontate. L’indicibile essere stesso trova casa nel linguaggio .

Il desiderio più intimo delle persone oggi è essere considerate persone, non sentirsi parte di un budget. Le persone sono esseri umani con paure, desideri e necessità. Hanno momenti di felicità e di frustrazione, di rabbia e di irragionevole euforia. Lo spazio sociale oggi è diventato, anche, un luogo libero per sentirsi in questo senso umani e qualche volta, perché no, per sfogarsi. Un luogo “virtuale” dove troviamo la realtà personale nel raccontarci e nel ritrovarsi nella narrazione degli altri.

Uno dei più acuti interpreti del fenomeno social network identificò il successo di questi grazie alla piramide di Maslov, raccontare insieme ai nostri fan, follower, amici o conoscenti diventa il modo più diretto per far entrare loro nel nostro mondo e riconoscerli come persone. Capire questo meccanismo è la base per poter affrontare un percorso come quello che stiamo facendo alla ricerca delle origini e delle declinazioni del cosiddetto corporate storytelling.

La cura della persona nella sua ricerca identitaria attraverso il racconto è oggi la prima occasione delle organizzazioni per identificarsi con le proprie communities di utenti.