Social Media Management

Qualche utile consiglio su come affrontare il relativamente nuovo tema del Social Media Marketing e della presenza in rete; principalmente, ma non esclusivamente rivolto a professionisti e organizzazioni

Policy e nudità: solo Facebook trova differenze fra il David e Rocco Siffredi?

La necessità di scrivere questo articolo è nata da una mail di Pinterest.
Sabato 30 marzo mi è stato notificato che un’immagine da me “pinnata” era stata rimossa a causa della violazione della policy del social in questione.
L’immagine la potete vedere qui sotto, è ‘In Voluptas Mors’, 1951 di Salvador Dalì.

Salvador Dalí - Women forming a skull entitled ‘In Voluptas Mors’, 1951

Ora, dato che la policy di Pinterest parla chiaro ed effettivamente l’avevo violata, mi sono preso la briga di leggermi le policy dei principali Social Network e confrontarle facendo particolare attenzione a come viene trattato l’argomento nudità.

Facebook
I contenuti che il social di Zuckerberg non tollera sono raccolti in 10 punti.
Il punto Nudità e pornografia appare al sesto posto e recita:

Facebook applica una politica molto severa in materia di condivisione di contenuti pornografici e con riferimenti espliciti al sesso, specialmente nel caso in in cui siano coinvolti dei minorenni. Imponiamo anche delle limitazioni alla pubblicazione di immagini di nudità. È nostra intenzione rispettare il diritto delle persone di condividere contenuti importanti per loro, siano essi fotografie di una scultura come il David di Michelangelo o foto di famiglia di una madre che allatta al seno il figlio”

La nudità non è vietata in toto, viene rispettato da il diritto di pubblicare foto che pur essendo di nudo non vengono ritenute pornografia.

Twitter
Per il social di microblogging più noto al mondo la nudità non sembra essere un problema. Nelle Regole di Twitter leggiamo all’ultimo posto di ben 14 voci:

“Pornography: È vietato utilizzare immagini oscene o pornografiche nella foto del profilo o nello sfondo”

È vietato far uso di immagini oscene o pornografiche, non si parla infatti di nudità. Twitter non si pone neppure il problema della nudità,.

Google Plus
Per il Social di Mountain View la situazione è differente.
Il punto 9, intitolato Materiali sessualmente espliciti, delle Norme relative ai contenuti e al comportamento degli utenti recita:

“Non distribuire contenuti che includano nudità o che rappresentino atti sessuali espliciti o altri materiali pornografici. Non deviare il traffico verso siti di pornografia commerciale.
Le foto dei profili non devono includere contenuti offensivi o per adulti. Non utilizzare, ad esempio, foto che ritraggano da vicino le parti intime di una persona”

Google non sembra fare distinzione tra nudità artistica e pornografica, ma lascia uno spiraglio sottolineando che le foto dei profili non devono ritrarre da vicino le parti intime di una persona.

Pinterest
Per Pinterest sembra essere particolarmente importante il tema nudità, tant’è che nella propria Acceptable Use Policy appare al primo posto:

“You agree not to post User Content that is sexually explicit or contains nudity, partial nudity or pornography”

Non solo è vietato pinnare immagini di nudo, ma pure di nudo parziale. L’attenzione a questo tipo di ricchi è chiaramente legato alla natura stessa del social in questione.

Strategie Social nell’era dell’eBook

Twitter_MEC_Research

Da un tweet attraverso il carrello di Amazon fino al mio Kindle.
La storia che voglio raccontare oggi riguarda le relazioni tra le persone, nel mondo della lettura, all’interno dei social network.
Questo racconto parte da un tweet. E si conclude con un acquisto su Amazon.
È il racconto della “relazione digitale” di uno scrittore, Luca Rossi (@LucaRossi369), con i suoi lettori.
Mentre i grandi editori italiani si muovono, chi meglio chi peggio all’interno del mondo del social web, le piccole case con gli stessi autori si muovono nel sottobosco.

L’era degli eBook e dell’auto pubblicazione è l’era dei social network e delle relazioni digitali. Come chiunque oggi, pure l’editoria (digitale in particolar modo) deve fare i conti con la social revolution. Nel mio post precedente ho messo sul tavolo qualche numero per capire come il mercato dell’editoria digitale sia in crescita, non solo economicamente, bensì pure culturalmente. L’80% del mercato digitale è in mano ai piccoli e medi editori.

Il tam tam digitale parte spesso dagli autori stessi e dalle loro relazioni digitali con i lettori. Una serie di scambi che man mano si propagano in rete, non perdono la propria grande forza: l’autenticità. La formula è concettualmente semplice, ma soffre di un limite che è la capacità dell’autore di gestire questi strumenti.
C’è chi, come Luca, si muove con disinvoltura su Twitter, c’è chi invece fatica ad interagire. In un epoca dove il Personal Branding è una competenza quasi necessaria per emergere, questo può costituire un forte limite.

Ecco che si riscopre la figura dell’editore. Editore come facilitatore di relazioni online. Editore come “centro” delle conversazioni sui social. Editore anche come comunicatore del proprio valore, del valore della propria “scuderia”.
Competenze di Social Media Marketing sono oggi più che mai indispensabili in un mercato frammentato e privo dei grandi “mediatori”. Che siano competenze prese in outsourcing o che siano interne all’azienda, poco importa, la questione principale è interagire e coinvolgere in prima persona.

È tutta una questione di Team

La domanda che mi pongo da qualche tempo è: quali sono gli sforzi che un social media manager compie per raggiungere gli obiettivi del proprio cliente?
E ancora: in che cosa consiste questo rapporto? esistono comportamenti virtuosi nella gestione del cliente? Quando delle difficoltà, in un progetto di Social Media Marketing, vengono dal flusso di lavoro a monte rispetto al mercato?
La risposta non può essere univoca ed esaustiva. Sicuramente esistono comportamenti virtuosi nella gestione del cliente e sicuramente un flusso di lavoro impostato bene fa sì che un team lavori al meglio senza eccessivo dispendio di energie.
Il rapporto tra consulente (parola che personalmente non amo) e organizzazione (non sempre il cliente è un’azienda) può assumere diverse forme. I due estremi sono:
A – La prima è quella del “ragazzo” che mi posta i link su Facebook (Magari il “ragazzo”, ha 40 anni, una laurea e un master in una prestigiosa Business School…). In questo caso il flusso di informazioni e di lavoro è a senso unico. Il committente comunica al “fornitore di servizi” il quale comunica al mercato.
B – La seconda è quella del consulente che gestisce  sì i social, ma contribuisce a creare valore in azienda supportandola nella stesura e nell’attuazione di un piano marketing integrato.
Il ruolo del social media manager va visto aziendalmente come un ingranaggio all’interno del sistema azienda, un tassello della supply chain da integrare nel processo aziendale, se si vuole approfittare delle risorse messe in campo senza buttare via soldi.
pensiamo a quanto cosa avere un consulente e ai benefici che se ne vogliono trarre. per farlo immaginiamo una squadra di calcio che gioca senza schemi e la risposta sarà presto chiara.
Ok, tutto chiaro, spero, ma cosa vuol dire integrare il lavoro del consulente nella supply chain aziendale?
Integrare, vuol dire far parte di una squadra. Vuol dire sapere che se l’azienda sta organizzando un meeting per la metà di giugno, forse è il caso di mettersi al lavoro almeno un paio di mesi prima per promuoverlo attraverso il web e i social network. Integrare vuol dire condividere informazioni, vuol dire coordinare. L’azienda è come il corpo umano e sempre di più questo corpo, ha arti “esterni” (cerca competenze in outsourcing). Più sono le figure “esterne”, più è necessaria coordinazione, in quanto queste ultime non vivono l’azienda dall’interno, in alcuni casi i consulenti non vivono neppure nella stessa nazione dell’azienda.
Da dove partire, allora per creare il team?