Running

Gli alibi e le discussioni che fanno perdere tempo

Esistono momenti, nella vita del manager quanto in quella dell’atleta (seppur amatore) dove bisogna saper evitare le discussioni inutili e andare dritti verso il traguardo. La discussione è un momento decisivo per il successo di un progetto o un impresa se e solo se affrontata nel momento giusto e con lo spirito giusto. Ogni discussione che non sia in fase di analisi iniziale, all’interno di un workshop o durante l’analisi al raggiungimento di una milestone è molto probabilmente una perdita di tempo, un alibi o nel peggiore dei casi un sabotaggio.

Il problema è che discutere ha un prezzo: il tempo. Ed il tempo è probabilmente la risorsa più importante che hai, di conseguenza quella che non puoi permetterti di perdere. Sei sicuro di voler cedere il tuo tempo al vortice della discussione? Ci sono argomenti dei quali è abbastanza stupido parlare e altri che vanno invece discussi con tempismo. Esatto, ci sono cose troppo stupide o inutili per le quali discutere. Se le riunioni alle quali partecipi durano più di un’ora (e non sono workshop) probabilmente stai già buttando via il tuo tempo.

La discussione è uno degli alibi preferiti di chi non vuole tornare a lavorare. Tutti abbiamo avuto un collega che tira la riunione per le lunghe con domande auto riferite o critiche viziate da onanismo professionale. Che tu sia un runner o un manager devi essere bravo a prendere la mira (goal setting) all’inizio del progetto e per farlo bene serve un’analisi puntuale che può essere arricchita da confronti e discussioni. Successivamente sono altre le attività che richiedono attenzione ed energie. Saper zittire voci esterne o interne inopportune è l’unica maniera di focalizzarsi sull’unica cosa che in alcuni momenti devi fare: correre!

La discussione, se fuori posto, è quell’attraente alternativa, divertissement, al rimanere nel flusso: quello stato di coscienza nel quale una persona è talmente immersa in un’attività tanto da esserne coinvolta totalmente. In questo stato la focalizzazione sull’attività è talmente intensa che la performance è ottimale. Esistono diversi fattori che contraddistinguono l’esperienza del flusso (Flow), eccone alcuni:

  1. avere chiari obiettivi
  2. essere focalizzati sull’attività
  3. la perdita dell’autoconsapevolezza e del senso di sé
  4. distorsione nella percezione del tempo
  5. motivazioni intrinseca massima
  6. senso di controllo
  7. piacere intrinseco

Questo stato, conosciuto anche tra gli sportivi come la zona oppure l’esperienza ottimale permette all’atleta di avere una prestazione massimale e uno stato d’animo positivo ed è intimamente connesso con la capacità di focalizzare la propria motivazione. Quando cedi al diversivo della discussione sappi che stai rinunciando a questo. Come un corridore che passa più tempo a decidere la tipologia di allenamento che a correre.

Quando la discussione assume la forma dello storytelling nella ricerca dell’alibi si parla di autosabotaggio. Se avviene in team il danno è esponenziale. Di questo tipo di atteggiamento ne ho parlato nel mio post di luglio Superare l’autosabotaggio con la ristrutturazione cognitiva. Sta di fatto che dobbiamo fare economia. Di tempo e di energie.

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Dalla comfort zone alla ricerca della fatica

La comfort zone è uno stato psicologico nel quale una persona si trova a proprio agio, dove sente di avere il controllo della situazione con uno stato di ansia pressoché inesistente e un basso livello di stress. Secondo Alasdair A. K. White è in questo stato che il manager può trovare la performance ottimale:

  • Percezione di controllo sulla situazione
  • Stato di ansia pressoché inesistente
  • Basso livello di stress

In questo stato psicologico il manager può focalizzarsi senza distrazioni sulle proprie attività core.

Dalla comfort zone alla ricerca della fatica

Come può questo compromettere, nel lungo periodo, le tue performance? Quello che una condizione del genere ti dà è un temporaneo vantaggio che, se prolungato troppo ti penalizza. Ogni situazione di vantaggio racchiude in sé delle minacce. Prova a pensare ad esempio quanto il concetto di dolore sia spesso mal interpretato. Si cerca di fuggire il più possibile dal dolore, mentre il dolore non è altro che uno strumento che abbiamo in dotazione per la nostra stessa sopravvivenza.

In quest’ottica, il guscio di sicurezza nel quale troviamo la nostra comfort zone altro non è che una prigione. È uno stato psicologico che racchiude in sé delle minacce. La più insidiosa di queste è la percezione del controllo di ciò che ci sta intorno.

Secondo Neale Donald Walsch

la vita inizia alla fine della propria comfort zone

Al di fuori della comfort zone troviamo il confronto con noi stessi. Che ci faccia piacere o no, questo tipo di esperienza ci mette in uno stato di:

  • Ansia
  • Stress
  • Sensazione di non avere il controllo

Durante un’esperienza conflittuale come questa riscopriamo la necessità della perdita dell’equilibrio. La corsa è un’ottima metafora di questa situazione: dal punto di vista della dinamica il running non è altro che una continua perdita di equilibrio, di fuga dalla comfort zone. Il corpo in questione sposta il proprio peso oltre il proprio baricentro perdendo l’equilibrio e quindi è costretto a ridefinire il proprio assetto spostando in avanti la gamba per poter atterrare sul piede, andando a spostare il proprio baricentro.

Il nuovo equilibrio che si troverà non sarà uguale a quello perso in precedenza. Avremo infatti guadagnato diverse decine di centimetri portando tutto il nostro corpo oltre la posizione che avevamo in partenza, e questo con una sola falcata. Ripetiamo questo movimento per due ore, con una frequenza di 180 passi al minuto e la distanza coperta sarà di diversi chilometri. Perdere l’equilibrio è l’unico modo per poter guadagnare terreno e spostarsi in avanti lungo il nostro cammino. Quindi non essere troppo fiero dell’equilibrio che hai guadagnato oggi, perché domani dovrai sbarazzartene.

La ricerca della fatica 

La cosa più difficile è perdere l’equilibrio. Lasciare la propria comfort zone per uno stato di insicurezza. Uscire dalla Comfort Zone significa tentare l’intentato, esplorare l’inesplorato, abbracciare l’incertezza, proiettare le proprie azioni verso la realizzazione dei propri sogni, entrare in intimo contatto con se stessi, crescere ed aprirsi alla sfida. Come fare allora per abbandonare il caldo giaciglio che questa piacevole illusione offre?

  1. Fissare obiettivi importanti per se stessi
  2. Legare la fatica al raggiungimento degli obiettivi

A nessuno piace sudare per nulla. Soprattutto quando lo sforzo richiesto è costante nel tempo e per lunghi periodi. Fare fatica, e di questo i runners ne sanno qualcosa, spesso vuol dire soffrire, aprire le porte ad alcuni tipi di disagi nella propria quotidianità. Non si tratta di non apprezzare le comodità che la vita ci offre, bensì di accettare il fatto che per raggiungere alcuni obiettivi è necessario rinunciare a queste comodità. In questo caso non si tratta di amare la sofferenza, è forse più saperci convivere per poter raggiungere dei traguardi che altrimenti non potresti raggiungere.

Per arrivare dove ti sei prefisso di arrivare non otterrai sconti. Il prezzo da pagare conosce due tipi di moneta: fatica e costanza. Puoi allenarti meglio o peggio, con l’aiuto di un professionista o da autodidatta, ma alla fine, presto o tardi arriverai al traguardo. Questo è l’aspetto della fatica che ti entra maggiormente nell’anima, perché attraverso la rilettura dello sforzo e del sacrificio in un’ottica di traguardo la fatica stessa diventa quasi una necessità.

Per fare questo e per raggiungere i tuoi sogni dovrai fare fatica. Fare fatica alcune volte vuol dire soffrire. Soprattutto se sogni in grande! La fatica è quella cosa che rende saporita un’esperienza. È quel filtro che rende magica anche un’immagine di Rovigo. La fatica provoca dipendenza, una volta vissuta nel tuo quotidiano non potrai farne a meno e le giornate facili ti risulteranno quanto meno noiose.

L’obiettivo ed il piano

Per il manager, così come per l’atleta, la capacità di fissare i goal da raggiungere è costitutiva del concetto stesso del successo. Capire quali obiettivi fissare richiede capacità di analisi e profonda conoscenza di sé. Capire quali goal si potranno considerare compatibili con la propria condizione attuale sarà un esercizio self confidence e ci permetterà di orientare la motivazione verso un traguardo nel lungo periodo andando a mettere in campo la nostra resilienza.

Come e perché fissarsi degli obiettivi?

Fissare degli obiettivi serve a rimanere motivati, soprattutto nel medio lungo periodo. Avere un obiettivo significa dare un perché ai momenti di frustrazione e di difficoltà nel quotidiano. Inoltre un obiettivo che si possa dire tale permette di  essere misurato e quindi valutato. Partire dall’obiettivo è l’unico modo per stendere un piano d’azione, non esiste pianificazione senza obiettivo.

Per fissare il goal si deve sempre necessariamente partire dall’analisi della situazione attuale. Non puoi sapere dove realmente sarai in grado di arrivare se non sai dove sei e in che condizione. Oltre a questo è importante che il goal sia fissato con qualcuno che è a conoscenza della tua situazione presente. Quasi mai si è soli nel fissare gli obiettivi più importanti e ciò non è di per sé un male, anzi. Per essere stimolante un obiettivo deve poter essere raggiungibile, ma non troppo facilmente altrimenti non risulta sfidante. Una presenza

Non c’é goal setting che tenga senza una analisi preliminare. Provate a pensare ad un coach che vi da un piano di allenamento senza sapere se siete in grado di correre un chilometro senza stare male. Ecco, per il management vale il medesimo principio. Se il mio brand è ampiamente riconosciuto nel mio mercato di riferimento cercherò obiettivi annuali diversi rispetto ad un manager che si appresta a avviare una nuova attività. Avere un quadro preciso di quella che è la situazione presente è indispensabile se vogliamo fissare obiettivi realistici.

La pianificazione e la resilienza 

La pianificazione è per il runner la razionalizzazione dell’impegno verso un obiettivo da raggiungere. E per raggiungerlo è necessario essere resilienti. La palestra del runner sta nella strutturazione razionale degli sforzi in un piano di allenamento. Per il manager il discorso non cambia. Attraverso una serie ragionata di azioni e di sforzi si raggiunge l’obiettivo che ci si è posti. Il piano è per il manager la palestra per coltivare la propria resilienza. Il piano è il luogo della resilienza in quanto nessun obiettivo minimamente ambizioso si raggiunge senza pianificazione. Nella pianificazione anticipiamo l’obiettivo.

In ogni fase del piano si attualizza il raggiungimento dell’obiettivo.

Questa attesa attiva è il terreno sul quale far crescere la resilienza e in un certo senso è essa stessa resilienza. La domanda che ci dobbiamo porre infine è: che tipo di manager vogliamo essere? Resilienti e pianificatori o vittime dell’improvvisazione?

Ma il manager si allena?

Pietro Trabucchi, psicologo da sempre vicino al mondo degli sport e alle discipline di resistenza di cui abbiamo già parlato molto in precedenza, dedica una parte del suo Resisto quindi sono (2007) allo stretto rapporto tra management e sport di resistenza. Entrambi questi ambiti hanno uno stretto legame con quella che Trabucchi chiama resilienza, ovvero la capacità di mantenere la motivazione per lunghi periodi di tempo. Sia gli ultrarunner sia i manager hanno necessità di trovare in se stessi le motivazioni necessarie a superare le imprese che sono chiamati ad affrontare.

La capacità di resistere allo stress, di superare gli ostacoli e di rimanere motivati nel perseguire i propri obiettivi: questa è la resilienza (P. Trabucchi)

La principale differenza tra i manager e i runner, secondo Trabucchi, sta nel fatto che i primi a differenze dei secondi non hanno la possibilità di allenarsi per superare le prove alle quali sono chiamati.

Forse nel mondo del management non c’é allenamento, ma sicuramente c’è la pianificazione. Se un atleta dovesse partecipare a competizioni con una frequenza tale da non poter allenarsi, non diventerebbero esse stesse delle sedute di allenamento? Altra cosa è il piano o programma di allenamento, che in questo caso coinciderebbe con le competizioni stesse. Il manager non conosce, se non in alcuni casi, il concetto di gara. La quotidianità del manager è una continua prova o un continuo allenamento. nel mondo del manager i due concetti si fondono più spesso di quanto si possa pensare. In questo il manager è più simile al coach che all’atleta: vince quando i suoi uomini raggiungono il goal.

Nel mondo del manager la pianificazione è la strada per arrivare al traguardo, pur non essendo allenamento. Il concetto stesso di competizione o traguardo è diverso nel mondo dello sport e nel mondo del business. Nel secondo è più facile trovare l’aspetto introspettivo della competizione del singolo, piuttosto che nel rapporto oggettivo e diretto che si ha in molti confronti sportivi.

Competizione con se stessi e raggiungimento del goal

In breve, il punto di contatto tra i due mondi consiste nel come si vive quotidianamente la competizione con se stessi alla luce del raggiungimento del goal quindi estendendo il concetto di competizione anche alla preparazione (programma o piano di allenamento). Va inoltre sottolineato la maggior caratterizzazione del management come sport di squadra o come coach piuttosto che come semplice atleta.

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Si chiude un’avventura e se ne apre un’altra

Dopo praticamente nove mesi di allenamenti quasi ininterrotti, qualche sacrificio e quasi seicento chilometri percorsi è arrivato il giorno. Volenti o nolenti il momento di posizionarsi sulla linea dello start arriva per tutti, o perlomeno per quelli che si mettono in discussione. Il problema di mettersi in discussione è proprio questo: che alla fine ti fai prendere la mano e una volta raggiunto un traguardo ne vedi subito uno ancora più impegnativo.

Nove mesi fa iniziai a correre. Partii il 5 gennaio con l’idea di correre un minuto e camminarne un altro, per dieci volte. E dopo venti minuti tornai a casa stremato, sudato e senza fiato. Sono passati nove mesi, poco più e ho raggiunto il mio obiettivo: la Stockholm Half Marathon.

Allora mi sembrava qualcosa di impossibile. Correre 21 chilometri per me che a malapena riuscivo a portarne a termine uno senza dovermi fermare a prendere fiato sembrava un’impresa. Oggi ho deciso di pormi un nuovo obiettivo, ho deciso di spostare un pochino più in là l’asticella che segna i miei limiti. Il 24 settembre 2016 correrò la Lidingoloppet che viene definita dalla IAAF the longest and the largest cross country race in the world.

30 chilometri, una corsa leggendaria qui in Svezia, nella bellissima cornice dell’isola di Lidingö e parte dello Svensk Klassiker (che oltre ai 30 km di corsa prevede i 90 km di fondo della Vasaloppet, i 3 km a nuoto e 300 in bici da fare nello stesso anno).

La mia avventura si è quindi conclusa il 21 settembre, ma solo per dare spazio ad un’altra impresa

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Running & Management su Linkedin Pulse – aggiornamento

Nel frattempo il mio esperimento su LinkedIn sta procedendo non senza qualche soddisfazione. Gli argomenti sono molti e mi verrebbe voglia di raddoppiare l’appuntamento da qui a fine ottobre.

Nel frattempo ti aggiorno sui temi trattati:

Resilienza, running e management
Linkedin Pulse.005Ciò che ho vissuto correndo mi ha portato a trovare diverse similitudini tra i due mondi che costituiscono il mio presente: il running e il management. Da qui e attraverso la lettura di alcuni testi, ho approfondito questi temi sempre sul mio blog nella sezione dedicata al management.

Tra allenamenti e competizioni
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La quotidianità del manager è una continua prova o un continuo allenamento. nel mondo del manager i due concetti si fondono più spesso di quanto si possa pensare. Il concetto stesso di competizione è diverso nel mondo dello sport e nel mondo del business.

Perché ci piace il running
Linkedin Pulse.002Negli ultimi 15 anni il numero di praticanti attività sportive è cresciuto in maniera importante nel nostro paese. Il running ha preso piede anche in funzione della sua relativa economicità (un buon paio di scarpe all’anno da 130/160 euro non sono un grande investimento) e al fatto che lo si può praticare ovunque e quando si vuole. Perché sempre più spesso si associano attività come questa, e affini, al mondo del management? Io ho individuato 6 motivi per i quali molti manager sono passati al podismo.

I tre ingredienti della resilienza
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La buona notizia, secondo Trabucchi è che la resilienza si può imparare. È una capacità e come tale possiamo accrescerla. Non è un talento, non è un qualcosa di magicamente innato. È qualcosa che si ottiene con la continua pratica senza compromessi e senza scorciatoie. Ciò che infatti è necessario per essere resilienti cresce al contempo con la nostra resilienza e ne fonda l’essere.

Vivi l’errore resilientemente
Linkedin Pulse.007Uno degli aspetti maggiormente interessanti del concetto di errore sta nel fatto che è l’unica via sicura per raggiungere il successo. Non esiste grande impresa che non sia passata dall’errore. Alcuni mesi fa lessi degli oltre 70 prodotti lanciati dalla svedese (ora ha sede a Dublino) King prima di lanciare Candy Crush Saga, ma di storie come questa ne è pieno il web. Esistono una verità e due reazione quando si parla di errore.

Buona lettura 😉



Running e management: l’appuntamento su LinkedIn Pulse

L’appuntamento di oggi su Linkedin Pulse vuole rispondere alla domanda: perché ai manager piace tanto il running?

Io ho individuato 6 motivi per i quali tra manager e running si sia creato un rapporto privilegiato. Svieni su LinkedIn Pulse a conoscerli e dammi il tuo parere 😉

Se non sai ancora in cosa consiste l’appunto del venerdì su Pulse vieni a scoprirlo qui

Resilienza Running e Management su LinkedIn Pulse

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Dopo alcune settimane che riflettevo sul modo più opportuno di sfruttare uno strumento come LinkedIn Pulse ho pensato di approfittare del fatto che fra circa 2 settimane correrò la Stockholm Half Marathon e che la mia avventura con il progetto Run4Bethlehem giungerà quindi al termine (o comunque alla fine del suo primo capitolo)

Il tema che ho deciso di approfondire con cadenza settimanale è proprio quello della connessione tra running e management nel loro rapporto attraverso la resilienza. Saranno post veloci senza troppe pretese, che riprodurrò anche qui, magari ampliati, fra qualche mese.

Nel frattempo vi lascio al mio primo articolo: Running e management: tra allenamenti e competizioni

Buona lettura

7 consigli per rimanere motivati

Qualche giorno fa ho letto un post molto bello di Run Like Never Before, un blog che si occupa di running (ovviamente), intitolato proprio così: 7 consigli da runners per rimanere motivati.

Mi ha colpito molto perché spesso la motivazione e non le gambe sono l’aspetto decisivo per portare a termine una gara. Ciò che mi ha colpito maggiormente è come almeno cinque di questi sette consigli si possano leggere in chiave manageriale. Più entro nel mondo del running e più mi rendo conto dei forti legami tra i due temi. Non a caso Daniele Barbone ne parla spesso nel suo bellissimo libro Runner si diventa: dall’ufficio al deserto. Il running diventa presto un approccio alla vita che ha molto in comune con lo spirito imprenditoriale. Di Daniele magari parliamo la settimana prossima

Non tutti i sette consigli per rimanere motivati sono centrali nella vita di un manager o di un professionista, ma è utile focalizzarci su ognuno di questi sette punti per capire come attività apparentemente così diverse abbiano così tanto in comune.

Pianifica la settimana
Mai attività si è dimostrata migliore nella vita di un manager o di un libero professionista. Dobbiamo essere consapevoli del tempo che le nostre attività ci chiedono, cosicché da poter sfruttare al meglio ogni mezz’ora del tempo che abbiamo. La gestione del tempo, grazie alla calendarizzazione degli appuntamenti e delle attività come gli allenamenti per i runners, è vitale e irrinunciabile. Pianificare, in entrambi i mondi (running e managerialità) vuol dire ottimizzare e focalizzare.

Svegliati presto
Io ho due bimbi piccoli quindi da questo punto di vista la decisione risvegliarsi presto non la prendo io, ma è pur vero che le prime ore del mattino sono le migliori e quelle dove riusciamo a ragionare meglio, com più lucidità. Svegliarsi presto vuol dire andare a letto presto per non essere degli zombie la mattina dopo. Svegliarsi presto vuol dire essere più attivi durante il giorno e non dover rinunciare a parte del carburante necessario per affrontare le sfide di ogni giorno. Questo è a parer mio un punto utile da ricordare, ma non essenziale.

Obiettivi a breve
Porsi obiettivi troppo lontani nel tempo può essere inefficace come porsene troppo importanti. Se si ha come obiettivo un risultato nei prossimi 12 mesi è il caso di darci dei sotto obiettivi mensili o almeno trimestrali, che ci facciano sentire il fiato sul collo. Si corre il rischio di fare male i conti e arrivare in prossimità delle scadenze che non si è lavorato abbastanza. Impegnarsi per qualcosa che verificherai a breve è tutt’altra cosa. Nel running sono delle gare da 10 km in vista della mezza maratona. Gli obiettivi a breve ci aiutano a tenerci focalizzati sui KPI (Key Performance Indicator, indicatori di performance) per noi più importanti.

Compagnia
Per i runners vale il correre in compagnia. Per i manager e i professionisti vale il continuo confronto attraverso riunioni e call periodiche (meglio se settimanali o quindicinali) costanti. Attraverso il confronto con colleghi, amici, competitore nascono sempre (e lo dico con cognizione di causa) idee fruttuose. Soprattutto circondarsi di professionisti di alto livello possiamo mettere in dubbio le nostre convinzioni e superare i nostri limiti. Nel running questo è vero per molti ma, a differenza del management, non è valido per tutti. Io ad esempio prediligo uscire da solo, senza distrazioni, per stare in silenzio e ritrovare un po’ di quel me stesso che si é perso nel frastuono del quotidiano. La compagnia per me è correre in competizione, in gara.

Scommettete su voi stessi
Chiunque voglia intraprendere qualsiasi attività deve imparare a credere in se stesso. Non esistono scorciatoie. Tanto per il runner quanto per il manager imparare a conoscersi e potersi fidare di se stessi è vitale. La strada per la conoscenza di sé passa da una costante attività di mettersi alla prova. Se impari a conoscerti sai dove puoi arrivare con un po’ di impegno e sai quando scommettere senza fare salti nel buio. Non si può credere in se stessi senza conoscersi almeno in parte, e la self confidence è la chiave del successo. Conosci te stesso gnôthi sautón, diceva Socrate citando l’incisione nel tempio di Apollo a Delfi. Socrate sapeva che qualsiasi tipo di conoscenza deve partire da se stessi e ci si conosce quando ci si mette alla prova nei momenti di extra-ordinarietà della vita, quando appunto si scommette su se stessi.

Medaglia
Questa è l’unica attività che, a mio parere, è difficile trovar nella vita professionale. Per un manager la vittoria e la medaglia può essere un premio per il raggiungimento di alcuni obiettivi particolarmente ardui da raggiungere, ma mi sembra quasi una forzatura. Certo, sentirsi apprezzati aiuta a restare motivati, ma non dobbiamo cercare in altri la fonte delle nostre motivazioni.

Corri bene, mangia meglio
Una vita sana, con un’alimentazione sana sono uno dei tanti accorgimenti per essere lucidi e focalizzati sul lavoro. L’alimentazione di un manager è data da quanto sa coltivare le proprie competenze, quindi in questa accezione possiamo dire che per un professionista la continua formazione e lettura di testi nei quali trovare nuove idee aiutano a rimanere motivati acquisendo nuovi punti di vista e ampliando i propri orizzonti di consapevolezza professionale. Questo punto, come il punto numero due, sono importanti anche se non essenziali. Vivere una vita sana aiuta anche ad essere più lucidi e a raggiungere una maggior efficacia ed efficienza nelle attività di concetto.

Concludendo. Il running (come molte altre discipline) ci insegna il sacrificio, l’impegno, la determinazione così come la conoscono molti professionisti o manager. Al centro di questo tema la motivazione è la spinta vitale ci fa accettare un incarico impegnativo sul lavoro o ci fa iscrivere ad una gara cercando il nostro personal best. Poco importa se indossi le scarpe da running o delle Fricker’s fatte a mano: dove trovi la tua motivazione?

Un'immagine tratta dalla toughviking.se

Un’immagine tratta dalla toughviking.se

È iniziata la preparazione alla mezza maratona di Stoccolma

Il tempo passa e la Stockholm Half Marathon si avvicina. Il programma di 16 settimane per prepararmi all’evento è iniziato lunedì 27 maggio e come prima settimana è andata bene anche se non è stata troppo spinta.

Lunedì 40 minuti lenti, giovedì 60 e domenica mattina 90, sempre tentando di mantenere un’andatura lenta tra i 6’40” e i 7’15” minuti per chilometro. Nulla di spettacolare. La vera prova è stata quella di domenica mattina visto che non ho mai corso per 90 minuti filati prima d’ora. Se fino a sabato sera il pensiero mi eccitava, domenica mattina un po’ di paura l’avevo. Ogni volta che ci si mette alla prova si è un po’ tesi.

Sia giovedì che domenica ho optato per un percorso molto bello, quasi esclusivamente in mezzo ad alberi o sulle rive del Lago Mälaren (il terzo lago svedese per superficie, 3,4 volte il lago di Garda) vicino a casa mia. Questo però ha voluto dire soffrire il vento freddo proveniente da ovest che forse mi ha un po’ ostacolato. Correre con il vento freddo che ti sferza il viso ha senza dubbio ripercussioni sul cronometro, ma la sensazione di pace e di vigore interiore che si prova è indescrivibile, sembra quasi di vivere un’esperienza inaccessibile agli altri.

I primi chilometri, nonostante faccia 10 minuti di cyclette e 10 di stretching prima di partire, sono sempre drastici. Superato il terzo/quarto chilometro inizio a prendere consapevolezza di me stesso. Nell’uscita di domenica mi sono reso conto che dal 10 chilometro (gli ultimi 22 minuti) in poi ho dato il meglio, le gambe andavano avanti da sole e il mio passo era costante. Uscire senza fare riscaldamento e stretching per me è deleterio, non riesco ad ingranare come vorrei neppure dopo diversi chilometri. Uscire già caldo mi permette di vivere al meglio il piacere della corsa, dell’uscita in sé. Senza contare il rischio infortuni che un buon riscaldamento riduce drasticamente.

L’importanza di avere un programma di allenamento è incommensurabile. Affidarsi ad un calendario fatto di appuntamenti ragionati e prestabiliti ti aiuta ad affrontare ogni uscita focalizzato sul risultato da raggiungere. Dalla settimana prossima so già che le mie settimane saranno scandite da un’uscita lenta il lunedì o il martedì, una seduta di ripetute il giovedì e un lungo la domenica.

La raccolta fondi prosegue, anche se lentamente. Questo mi rincuora, e ho comunque qualche bella idea per stimolare i miei contatti. ti ricordo infatti che sto preparando la mezza maratona di Stoccolma per raccogliere fondi a favore del Caritas Baby Hospital di Betlemme, l’unico ospedale pediatrico della Cisgiordania. Se vuoi sostenermi, dona cliccando sul banner qui sotto.

Grazie in anticipo e buone corse a tutti 😉

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La mia prima gara

Sabato ho corso la prima gara della mia carriera di runner.
Mentirei se vi dicessi che non ero nervoso. Ho iniziato a sentire la tensione per la competizione di 10 km di Norra Djurgårdsstadsloppet già alcuni giorni prima.

Non mi sono preparato nello specifico per i 10 chilometri di sabato, ho voluto inserire questo evento nel mio cammino verso la Mezza Maratona di Stoccolma del 12 settembre. È una distanza che in allenamento ho già coperto un paio di volte, senza spingere, per lavorare sulla durata più che sulla velocità, ma volevo a tutti i costi sperimentare il prima possibile l’atmosfera della gara, la compresenza di altri corridori, il profumo della competizione. Ho scelto la 10 chilometri e non la 5 inoltre per spirito di sfida e ne sono soddisfatto.

Il percorso designato dagli organizzatori è stupendo, se passerete mai da Stoccolma vi esorto a provarlo perché merita tantissimo, anche solo per una lunga passeggiata. Il tempo è stato clemente e la temperatura mite, cosa chiedere di più? Alle 13.45 siamo partiti ed io, consapevole dei miei limiti mi sono tenuto infondo al gruppo pensando che avrei dovuto tenere il mio passo, seppur lento.

La maggior parte dei partecipanti hanno tenuto fin da subito ritmi decisamente alti, me ne sono accorto quando il mio smartphone mi ha comunicato di aver percorso il primo chilometro in 5.44 minuti. Il mio obiettivo era di tenere una media di 6.30 minuti/km per stare sotto 1h 10 minuti di gara. Al secondo chilometro ho cominciato a sentire subito la stanchezza, mi capita sempre, e al terzo mi sono venuti dubbi sulla mia preparazione. Al quinto, in mezzo ad una fattoria didattica con mucche e capre ho visto il primo punto ristoro con bicchieri d’acqua e passato quello ho capito che avrei finito la gara. Dal 5° all’8° il mio passo è stato costante, tanto che il 6° il 7° chilometro li ho percorsi entrambi in 6.30 minuti ciascuno con il passo che la mia preparazione mi ha concesso come confortevole. Dall’ottavo in poi ho cominciato a prendere i corridori che avevano speso troppo all’inizio e li ho superati, non sarei arrivato ultimo perlomeno. Alcuni di loro si sono ritirati nella seconda metà della gara.

Gli ultimi due chilometri ho dato tutto, portando i miei tempi al chilometro sotto i 6 minuti. Ero consapevole che l’arrivo non sarebbe stato semplice. Poche centinaia di metri dopo la partenza vedevo salire i partecipanti alla 5k per la salita che noi stavamo scendendo con un dislivello di circa 25 metri. Su per la salita ho spinto e ho dato tutto quello che potevo, a qualche decina di metri dalla fine ho sentito che non ce la facevo più e per la prima volta durante la gara ho rallentato fino a camminare per un paio di metri affinché i conati di vomito mi sparissero. Lo scatto finale l’ho fatto con tutte le energie rimaste.

Quando appena dopo l’arrivo una biondina mi ha consegnato la medaglia del finisher mi sono sentito bene, quasi come se lo sforzo fatto nell’ultima ora non mi fosse neppure pesato più di tanto. Alla tenda degli organizzatori mi hanno confermato il tempo di 1.02.15. Non ci credevo. Avrei pensato di chiudere in non meno di 1.05.00. Guardando in serata i tempi dei partecipanti mi sono reso conto che il primo ad arrivare ha fatto registrare  34.15 minuti mentre l’ultimo 1.04.10. La maggior parte ha tenuto ritmi sotto i 5 min/km. È stata una gara molto veloce.

Sono arrivato alla fine della mia prima gara e per la terza volta ho corso per 10 chilometri filati, questa è la mia vittoria. Ora so che ce la posso fare se mi preparo e lavoro con costanza. Prima devo portarmi a correre per i 21 km della Mezza Maratona, che è il mio obiettivo il 12 settembre, poi lavorerò sulla performance. Nel frattempo avanti tutta!

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