Progetto

L’obiettivo ed il piano

Per il manager, così come per l’atleta, la capacità di fissare i goal da raggiungere è costitutiva del concetto stesso del successo. Capire quali obiettivi fissare richiede capacità di analisi e profonda conoscenza di sé. Capire quali goal si potranno considerare compatibili con la propria condizione attuale sarà un esercizio self confidence e ci permetterà di orientare la motivazione verso un traguardo nel lungo periodo andando a mettere in campo la nostra resilienza.

Come e perché fissarsi degli obiettivi?

Fissare degli obiettivi serve a rimanere motivati, soprattutto nel medio lungo periodo. Avere un obiettivo significa dare un perché ai momenti di frustrazione e di difficoltà nel quotidiano. Inoltre un obiettivo che si possa dire tale permette di  essere misurato e quindi valutato. Partire dall’obiettivo è l’unico modo per stendere un piano d’azione, non esiste pianificazione senza obiettivo.

Per fissare il goal si deve sempre necessariamente partire dall’analisi della situazione attuale. Non puoi sapere dove realmente sarai in grado di arrivare se non sai dove sei e in che condizione. Oltre a questo è importante che il goal sia fissato con qualcuno che è a conoscenza della tua situazione presente. Quasi mai si è soli nel fissare gli obiettivi più importanti e ciò non è di per sé un male, anzi. Per essere stimolante un obiettivo deve poter essere raggiungibile, ma non troppo facilmente altrimenti non risulta sfidante. Una presenza

Non c’é goal setting che tenga senza una analisi preliminare. Provate a pensare ad un coach che vi da un piano di allenamento senza sapere se siete in grado di correre un chilometro senza stare male. Ecco, per il management vale il medesimo principio. Se il mio brand è ampiamente riconosciuto nel mio mercato di riferimento cercherò obiettivi annuali diversi rispetto ad un manager che si appresta a avviare una nuova attività. Avere un quadro preciso di quella che è la situazione presente è indispensabile se vogliamo fissare obiettivi realistici.

La pianificazione e la resilienza 

La pianificazione è per il runner la razionalizzazione dell’impegno verso un obiettivo da raggiungere. E per raggiungerlo è necessario essere resilienti. La palestra del runner sta nella strutturazione razionale degli sforzi in un piano di allenamento. Per il manager il discorso non cambia. Attraverso una serie ragionata di azioni e di sforzi si raggiunge l’obiettivo che ci si è posti. Il piano è per il manager la palestra per coltivare la propria resilienza. Il piano è il luogo della resilienza in quanto nessun obiettivo minimamente ambizioso si raggiunge senza pianificazione. Nella pianificazione anticipiamo l’obiettivo.

In ogni fase del piano si attualizza il raggiungimento dell’obiettivo.

Questa attesa attiva è il terreno sul quale far crescere la resilienza e in un certo senso è essa stessa resilienza. La domanda che ci dobbiamo porre infine è: che tipo di manager vogliamo essere? Resilienti e pianificatori o vittime dell’improvvisazione?

Ma il manager si allena?

Pietro Trabucchi, psicologo da sempre vicino al mondo degli sport e alle discipline di resistenza di cui abbiamo già parlato molto in precedenza, dedica una parte del suo Resisto quindi sono (2007) allo stretto rapporto tra management e sport di resistenza. Entrambi questi ambiti hanno uno stretto legame con quella che Trabucchi chiama resilienza, ovvero la capacità di mantenere la motivazione per lunghi periodi di tempo. Sia gli ultrarunner sia i manager hanno necessità di trovare in se stessi le motivazioni necessarie a superare le imprese che sono chiamati ad affrontare.

La capacità di resistere allo stress, di superare gli ostacoli e di rimanere motivati nel perseguire i propri obiettivi: questa è la resilienza (P. Trabucchi)

La principale differenza tra i manager e i runner, secondo Trabucchi, sta nel fatto che i primi a differenze dei secondi non hanno la possibilità di allenarsi per superare le prove alle quali sono chiamati.

Forse nel mondo del management non c’é allenamento, ma sicuramente c’è la pianificazione. Se un atleta dovesse partecipare a competizioni con una frequenza tale da non poter allenarsi, non diventerebbero esse stesse delle sedute di allenamento? Altra cosa è il piano o programma di allenamento, che in questo caso coinciderebbe con le competizioni stesse. Il manager non conosce, se non in alcuni casi, il concetto di gara. La quotidianità del manager è una continua prova o un continuo allenamento. nel mondo del manager i due concetti si fondono più spesso di quanto si possa pensare. In questo il manager è più simile al coach che all’atleta: vince quando i suoi uomini raggiungono il goal.

Nel mondo del manager la pianificazione è la strada per arrivare al traguardo, pur non essendo allenamento. Il concetto stesso di competizione o traguardo è diverso nel mondo dello sport e nel mondo del business. Nel secondo è più facile trovare l’aspetto introspettivo della competizione del singolo, piuttosto che nel rapporto oggettivo e diretto che si ha in molti confronti sportivi.

Competizione con se stessi e raggiungimento del goal

In breve, il punto di contatto tra i due mondi consiste nel come si vive quotidianamente la competizione con se stessi alla luce del raggiungimento del goal quindi estendendo il concetto di competizione anche alla preparazione (programma o piano di allenamento). Va inoltre sottolineato la maggior caratterizzazione del management come sport di squadra o come coach piuttosto che come semplice atleta.

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Risalire sulla barca rovesciata

Tutte le barche si rovesciano. Prima accetti questo aspetto della vita in ogni suo declinazione, prima ti metti al lavoro per essere bravo nel risalire. Accettare il fatto che il naufragio è un aspetto strutturale del progetto ti permette di capire che per essere un vincitore devi essere bravo a risalire sulla barca.

Nella vita sono un vinto, io corro per vendetta, corro per rifarmi (Marco Olmo)

Tutti noi lo siamo. Tutti abbiamo affrontato il naufragio, la sconfitta. È inevitabile: il ricorrere allo storytelling della scusa ci aiuterà solo a evitare di migliorare. Lo storytelling della scusa ci porterà a partire per un’altra spedizione che finirà in un già noto naufragio.

“C’è una buona notizia” scrive Pietro Trabucchi in Resisto quindi sono (Corbaccio 2010), la resilienza è una capacità dell’uomo che possiamo aumentare con la pratica. La resilienza è la capacità di rimanere motivati nel tempo, di essere determinati nonostante le difficoltà, la capacità di non mollare.

Questo è ciò che ci insegna la pratica, affrontare ogni naufragio come il trampolino di lancio di un nuovo progetto, rialzarsi ed essere un passo più vicini al successo cercato. In questo lo storytelling gioca un ruolo centrale in fase di ricostruzione cognitiva, come abbiamo visto qui.

Non so quante volte raggiungerai il tuo obiettivo, ma so per certo che naufragherai spesso quindi non aspettare che qualcuno ti tragga in salvo, risali sulla barca e ricomincia a remare.

E se qualcuno ti fa notare che stai sbagliando prova a metterti in dubbio 😉

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I 5 fattori chiave per la riuscita del progetto

Ogni volta che si dia il via ad un progetto è insito il rischio di fallimento. Quello che puoi fare per diminuire questo rischio è assicurarti di partire con il piede giusto. Ogni progetto è una questione a sé, mercati diversi, concorrenti diversi, dinamiche e scenari differenti. Ma sotto alcuni aspetti tutti i progetti sono accomunati da alcuni fattori:

  1. Un’analisi
  2. Uno o più obiettivi
  3. Una serie di azioni coordinate da un piano per raggiungere lo/gli obiettivo/i
  4. Un risultato (raggiungimento o meno del/degli obiettivi)

Affinché gli sforzi si traducano nel raggiungimento dell’obiettivo servono 5 fattori ben precisi.

1. Budget
Senza soldi non si va da nessuna parte. Il 99% dei progetti ha bisogno di essere finanziato per stare in piedi. Perché? Perché tutto ha un costo. Il nostro tempo, le risorse delle quali necessitiamo per portare aventi le attività, i materiali o le consulenze… La lista è lunghissima. Non avere un budget è probabilmente il metodo migliore per evitare di raggiungere il risultato sperato.

2. Competenze Specifiche
Starai pensando che alla fine vado sempre a parare qui. È vero! Senza competenze non vai da nessuna parte. Meno competenze possiedi, maggior budget ti servirà per assumere chi le competenze le ha veramente. Senza il “saper fare” le attività pianificate dal progetto saranno tentativi più o meno maldestri di fare qualcosa che in realtà non si sa bene cosa sia. Se il mo progetto prevede la costruzione di una casa dovrò avere competenze in ambito edile, impiantistico etc. affinché il risultato sia quello sperato. Così come se il mo progetto consiste nello studiare un nuovo menu per il mio ristorante dovrò avere competenze culinarie e di contabilità analitica per poter offrire ottimi piatti con marginalità interessanti.

3. Competenze Gestionali
Cosa vuol dire avere struttura? Per struttura intendo metodologia. Saper strutturare un progetto significa orchestrare le attività in base alle competenze del team in un processo ben definito che porti al raggiungimento di uno o più risultati. Saper lavorare a progetto è una competenza non da poco. Quante volte ti è capitato di vedere progetti per lo sviluppo di un nuovo prodotto mai messi per iscritto o senza studio di mercato e identificazione dei bisogni del cliente? Progetti del genere non sono progetti: sono tentativi spesso riusciti di buttare via soldi e tempo. Un progetto deve pianificare, e non c’è pianificazione che non vada messa per iscritto. Un piano necessita spesso di diverse fasi al termine delle quali si tirano le somme per andare avanti (milestones), se queste sono sono mentali nella testa di un improvvisato project manger allora c#è qualcosa che non va.

4. Perseveranza
La perseveranza è tutto. Si possono avere master e lauree, ma se non si ha la perseveranza non si va molto lontano. La perseveranza è quella forza che nei momenti più bui in mezzo a mille difficoltà ti fa dire: “aspetta un attimo, ce la posso fare”! Parliamo di un atteggiamento mentale che ci spinge da dentro a superare le difficoltà anziché arrendersi. Di questo particolare aspetto ne ho parlato nel mio post sulla resilienza ovvero la capacità di mantenere la motivazione anche durante periodi di tempo prolungati.

5. Tempo
Il fattore tempo è uno di quegli aspetti ai quali nessuno pone mai troppa attenzione, ma è determinante. Il tempo non lo puoi acquistare. Non è neppure un fattore se vogliamo ben vedere, bensì una dimensione nella quale il progetto trova il suo essere. Senza una finestra di tempo di tempo adeguata nessun progetto potrà mai trovare successo. A me è capitato un paio di volte di parlare con persone che volevano iniziare un progetto di Social Media Marketing e ottenere risultati in due settimane o un mese. Più il progetto è strategico e maggiore è il tempo di cui abbiamo bisogno per ottenere i risultati previsti.

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Lo spirito imprenditoriale è fatto di squadra

Perché l’imprenditore – che non è l’affarista – usa il denaro non per il potere, ma per realizzare le proprie idee. È pronto al sacrificio e ama il rischio e il cambiamento. È ottimista, fiducioso, responsabile e altruista.

Così scrive Daniele Barbone nel suo Runner si diventa: dall’ufficio al deserto, il libro uscito quest’anno, dove racconta di come in sei anni sia passato dal correre intorno al proprio isolato (finendo il giro con il fiatone) fino a correre la 100 km del Sahara.

Cosa c’entra questo con lo spirito imprenditoriale?
Tutto! Leggete il libro di Daniele, che è imprenditore oltre che runner, e capirete.

Oggi abbiamo bisogno di imprenditori. Abbiamo bisogno di sognatori che grazie a team costruiti intorno al loro sogno realizzino progetti per il nostro domani. Ciò che un imprenditore non deve dimenticare è infatti il team, il luogo delle competenze.

Il successo dell’individuo è in realtà frutto del lavoro di un microcosmo che si muove verso lo stesso obiettivo

scrive Daniele e come dargli torto? Ogni azienda gira se il il proprio microcosmo, il team, pedala nella medesima direzione. Avete mai provato ad andare in canoa con quello seduto dietro di voi che rema al contrario?

Il team è il luogo delle competenze, ho scritto poco sopra. ma è anche il luogo dove nascono le idee in fase di brainstorming e dove successivamente le idee si strutturano in progetto. Non capire le dinamiche di sviluppo e degli strumenti del team vuol dire non dare spazio a tutte le sue potenzialità.

È nel team che le competenze diventano impresa se alla guida c’è un imprenditore con un progetto. Facendo una facile metafora potremmo dire che:

  1. Il Team è l’auto
  2. Le Competenze sono la benzina
  3. Il Progetto è la strada
  4. L’Imprenditore è il pilota

Quindi é intorno a questi quattro punti fondamentali che si concentra tutto. Trascurarne uno metterebbe a dura prova la riuscita del business, pensate ad un team senza competenze o senza un progetto da seguire. tutto sarebbe affidato al caso.

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