Personal Branding

Polifonia transmediale del freelance

La settimana scorsa ho scritto a proposito di Personal Branding (termine che a me piace poco) e di come pensare costruttivamente i diversi approcci alla comunicazione. Oggi vorrei soffermarmi con te sul questo bellissimo tema: come questi stessi approcci possono renderti una figura polifonica in un web di marionette.

Incipit drammatico e teatrale, ma neppure troppo lontano dalla realtà. Urge premettere che vorrei circoscrivere il terreno di gioco alla presenza online del freelance che vuole farsi conoscere, trovare spunti e contatti interessanti online.

Hai aperto un blog, hai deciso che Facebook è essenziale, cerchi lavoro su LinkedIn, ti piace twittare e senza Instagram non puoi vivere. Su Facebook pubblichi le fotografie dei tuoi bimbi, ma visibili solo agli amici o addiruttur ad un più ristretto gruppo di persone, le tue bacheca su Pinterest crescono di settimana in settimana. Sei una persona normale, e come tale hai mille diverse anime che costantemente si scontrano e desiderano raccontarsi a chi ti sta vicino. Il fatto che tu stia padroneggiando più social vuole semplicemente dire che ti piace raccontarti più di altri.

mirror-510976_1280Ogni persona reale è una questione aperta e complessa. Ciò vuol dire innanzitutto che è una domanda, un buon professionista non si vende come risposta ai mille bisogni di un’azienda. Si propone come mente analitica e critica capace di porre le domande giuste e strutturare i problemi in maniera tale da trovare soluzioni efficaci. Il resto, se te lo propinano, è fuffa!

Essere una domanda non basta, è necessario essere una domanda aperta. Nel mondo della libera professione se non sei una domanda aperta sei morto. Sia nel senso letterale, in quanto la tua storia ha già pubblicato il suo epilogo, sia in senso metaforico perché hai smesso di cercare, di migliorarti e di cercare nuove strade di sviluppo.

Ogni freelance è una persona e non esistono persone semplici. Esistono prospettive parziali, ma non persone semplici. La storia di ognuno di noi è data da mille eventi contrastanti, che si intrecciano e rimandano ad interpretazioni sempre diverse. Ognuno di noi, non ha una storia, ne ha mille, milioni, tante quante sono le prospettive dalle quali la leggi. Se un miliardo di persone fossero in grado di raccontare la nostra storia, noi stessi avremmo un miliardo di storie. Semplificare è necessario, ma occorre farlo con stile. Se togliamo la polifonia della persona, al professionista così come alla persona non rimane nulla, se non una funzione. Un quadro senza ombre e profondità. E se non vuoi essere trattato come una funzione, non presentarti come tale.

Bene, filosoficamente parlando non fa una piega, ma qual è la strada giusta? La strada giusta non c’è, ma ve ne sono di interessanti. In un epoca dove i luoghi all’interno dei quali raccontarsi sono centinaia e tutti popolati da persone diverse ci si presenta un’occasione. Offri un lato più o meno conosciuto di te a seconda del luogo che vesti. Un uomo non è una storia, è una biblioteca. Una biblioteca con molte entrate e sale lettura separate tra di loro.

Se sulla tua pagina Facebook pubblichi solo articoli relativi al tuo lavoro, la percezione che di te avranno i tuoi fan sarà sempre parziale. Creare ombre e profondità nel raccontarsi attraverso i media vuol dire rompere gli schemi, pensare in maniera liquida, spezzare delle catene d’immagine che inevitabilmente cerchiamo di darci. Dietro al chi è? si cela l’insidia del cos’è?. Non può esserci una risposta semplice o esaustiva. Questo per me è fare debranding. Rendere liquidamente umana o umanamente liquida la nostra immagine.

Uscire dal marchio per approdare ala liquidità e all’empatia. Affrontare il business sporcandosi di valori ed etica. Sfumare se stessi per dar vita al processo creativo del quale siamo luogo. E raccontare tutto attraverso canali diversi con approcci e tempistiche diversi. Questo potremmo definirlo liquid branding.

Attuarlo nella quotidianità significa creare un equilibrio di pubblicazioni diverso per ogni canale, cercando di sfumare le nostre competenze professionali con la nostra umanità.

Personal DeBranding da LinkedIn a Facebook e ritorno

Da diverso tempo si parla di erroneamente di Facebook come del nuovo LinkedIn.
Questo per due motivi:

  1. Il maggior popolamento del social di Zuckerberg
  2. La maggior confidenza con Facebook di utenti con profilo professionale medio basso

è vero che in tutta Europa LinkedIn ha meno utenti attivi di quanti ne abbia Facebook in Italia, ma va pur detto che impostare una strategia di Personal Branding (o Debranding come piace a me) sul principio di “questo social è meglio dell’altro” può solo nuocerti.

Il concetto di Personal Branding si basa sul farsi notare (nel nostro caso online) per le proprie capacità e competenze. In quest’ottica va impostata una strategia che unisca anziché dividere gli approcci. La mossa vincente sta nel coordinare differenti approcci in una strategia più ampia che racchiuda al proprio interno azioni diversificate.

Per un approccio pratico, non è vincente scegliere un social anziché un altro. È vincente capire cosa condividere e come presentarsi in maniera diversa su piattaforme diverse usando linguaggi diversi, il tutto coerentemente con la community con la quale ci si interfaccia, ma mantenendo la nostra identità.

Sull’approccio coerente alla community si potrebbe scrivere un libro. Ogni luogo è popolato da persone diverse con caratteristiche diverse e costumi diversi. In palestra non ci alleniamo in giacca e cravatta e in riunione probabilmente non ci presentiamo in bermuda e flip flop. Proprio qui si innesca il meccanismo polifonico del quale però scriverò la settimana prossima.

Differenti luoghi virtuali, differenti persone, differenti approcci. Il concetto che vorrei passarti oggi è proprio quello di non mettere in conflitto le piattaforme, ma permetti loro di farti esprimere sotto più punti di vista. La necessità di non potersi uniformare non va vista come un limite, bensì come un’occasione di esprimere la nostra identità di professionisti sotto diverse forme. Dal punto di vista narrativo immaginiamo di raccontarci, mettendoci però di volta in volta nei panni di persone diverse.

A questo punto non ti rimane che pianificare la tua presenza sul web. Secondo Riccardo Esposito per farlo bene è necessario avere un blog con dominio proprietario innanzitutto e io sono d’accordo. In secondo luogo, aggiungo, vanno selezionati alcuni social. Per capire quali basti chiedersi dove si trovano online le persone che più potrebbero essere interessate a noi. Una volta identificati i diversi social il gioco sta nel capire come comunicare su ogni singola piattaforma. Lascia che siano le differenze tra queste piattaforme a tirare fuori il meglio di ciò che hai da dire.

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Debranding: non diventare un Brand, resta una persona

Uno degli effetti della Social Web Revolution, avvenuta grazie all’avvento dei social network e del web 2.0, è l’aver dato visibilità a decine se non centinaia di Freelance che hanno potuto mettere in mostra le proprie competenze e creare intorno a sé piccole o grandi community di interessati.

L’errore fondamentale nel quale molti guru sono incappati è quello di confondere il ruolo del narratore e del protagonista nel corporate storytelling di grandi aziende e professionisti. Si tratta di un errore per lo più formale e non certo sostanziale, ma ci tengo a sottolineare la differenza tra i due aspetti.

La forza del web è l’abbattimento (quasi totale) delle barriere tra i piccoli professionisti e le loro comunità, quelli che una volta avremo chiamato segmenti di mercato. La comunicazione era qualcosa presidiata principalmente da grandi Brand verso il mercato di massa (Mass Market, che a parer mio è astrazione vera e propria). Ad oggi ogni piccolo professionista può trovare online un gruppo più o meno ristretto di colleghi e potenziali clienti interessati alle sue competenze (nicchie).

Il trend, in molti casi, è stato quello di suggerire a questi professionisti di diventare un Brand, quando a parer mio la soluzione sta nel muoversi nella direzione opposta. In breve sostengo che non è il professionista a doversi trasformare in Brand, è il Brand a doversi trasformare in persona. Debrandizzare vuol dire in questo caso diventare persona e co-protagonista della storia, oltre che narratore. Vuol dire scendere dal piedistallo e parlare con le persone, trovare una relazione alla pari (nei limiti del possibile) con le persone che ci stanno intorno.

Nell’immaginario popolare, ma anche in realtà se ben vogliamo vedere, l’azienda da più sicurezza al cliente per quanto riguarda presenza di competenze e solidità. In questo caso è sicuramente il Freelance che deve imparare a comunicare se stesso come punto di riferimento, professionista preparato, flessibile e presente. Ma nella ricerca dell’immagine da dare è vero il contrario.

Il professionista sul mercato non dovrà mai e poi mai abbandonare il suo essere persona per essere un Brand. Il trend sempre più evidente dei grandi Brand evoluti è infatti quello di avere un tono confidenziale e personale con i propri utenti e con i concorrenti stessi (avete presente le chiacchierate amichevoli tra Ceres e Carlsberg su Facebook?).

La ricerca di una dimensione personale non deve farsi sovrastare dalla staticità del Brand, il quale è pur sempre un marchio, un qualcosa apposto e statico per definizione. Il marchio è un qualcosa che si frappone tra le persone che lavorano per l’azienda e gli utenti con i quali si vogliono relazionare. Se gli sforzi dei grandi Brand evoluti vanno nella direzione di debrandizzare se stessi, perché il piccolo professionista (già debrandizzato) dovrebbe incorrere in questo errore?

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Editoria in mutazione e autopromozione

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“Un declino inarrestabile?
Inequivocabili, impietosi e tragicamente allarmanti, i dati pubblicati da Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Unione Europea, che comparano la spesa pubblica dei 27 stati-membri, hanno suscitato un flebile dibattito sui giornali e il disinteresse più totale del ceto politico nazionale”.

Così esordisce Neri Pozza Editore sulla sua pagina Facebook il 10 aprile 2013.
Effettivamente allarmanti i dati che vedono l’Italia all’ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinato alla cultura, 1,1% a fronte del 2,2% della media europea, e al penultimo, seguita solo dalla Grecia, per la percentuale di spesa in istruzione, l’8,5% a fronte del 10,9%.

Oltre ad una palese cecità dimostrata dal Paese Italia e dal crescente fenomeno del neo-analfabetismo, in questo momento l’editoria tradizionale sta vivendo una grande mutazione. Sia chiaro, non si parla di crisi, bensì di mutazione. La crisi è destinata a finire, questa mutazione sta invece trasformando la natura stessa dell’editoria.

In cosa consiste questa mutazione? Semplicemente nel ripensamento della relazione autore/lettore. Può sembrare semplicistico,  in realtà è semplice. Guardate cos’è successo nel mondo della musica con l’avvento dell’mp3 e saprete che errori non fare con l’avvento dell’eBook!

Non mi stancherò mai di citare la prima tesi del cluetrain manifesto: “i mercati sono conversazioni”!
Conversazioni che, nell’era digitale, sono diventate liquide, fluttuanti nella sconfinata rete.

Come faceva notare Luca Masali sul suo blog pennyebook gli investitori stanno abbandonando la carta, avvicinandosi sempre più al digitale, dove la forma comunicativa è dialogica e non unidirezionale, dove l’advertising perde il senso stesso che lo fonda in quanto l’advertiser vero e proprio diventa l’utente. Come sottolinea lo stesso Masali, negli USA è previsto che il budget pubblicitario destinato ai media digitali passi da 42,5 a 60,4 miliardi di dollari contro la costante contrazione dei cosiddetti media classici (in questo caso si tratta di quotidiani o periodici)

Ahimè, una conseguenza di questa rivoluzione è pure la riduzione dei budget delle case editrici o la totale assenza di budget degli autori indipendenti che porta ad una frammentazione delle opere e degli editori. Mentre nell’epoca dell’editore come filtro il punto di riferimento potevano essere proprio le webzine che filtravano e recensivano le opere, oggi siamo in mano principalmente ad Amazon e alle recensioni di altri utenti con il rischio di leggere cose come quella riportata nello screenshot qui sotto.

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Il punto è allora, come muoversi? I portali di settore spesso non tengono conto del cosiddetto self-publishing per non intasare il proprio lavoro (spesso è un hobbie), dato che aprendo le porte a tutti il numero di news e recensioni da dare crescerebbe in maniera spaventosa. Questo al contempo significa che spesso le cosiddette webzine stanno ignorando il fenomeno più interessante del momento, ovvero la fetta di mercato costituita dagli autori auto pubblicati.

L’unica strada sembrerebbe affidarsi alla capacità di fare Personal Branding dei singoli autori. O forse qualche alternativa esiste?