Libero Professionista

Perché non sono un nomade digitale

Ultimamente si parla sempre più spesso di nomadi digitali. Figli delle professioni legate al web che possono operare virtualmente da qualsiasi luogo purché ci sia una connessione alla rete.

Ho conosciuto questo termine solo pochi giorni fa (mea culpa) grazie ad un articolo su Facebook suggeritomi da un amico. Preso dall’entusiasmo mi sono subito sentito parte di questa tribù, poi però ho riflettuto. Io non credo di essere nomade per due ragioni.

Non ho intenzione di spostarmi dalla Svezia 
Vorrei infatti che Stoccolma fosse la nostra nuova casa. Dico nostra perché sono qui con la famiglia. Il nostro emigrare non fa parte di una vita in costante movimento, è piuttosto passare da sedentari in Italia a sedentari in Svezia. Tutto qua. Ovviamente il fatto di avere due bimbi piccoli ci invoglia ad una vita più sedentaria, se non ne avessimo chi può dire che scelte avremmo preso?

Pagare le tasse in Svezia
Sto portando la mia attività in Svezia e non ho intenzione di spostarla altrove. Che si lavori un mese in Italia e il mese successivo in Thailandia continuando a migrare di continente in in continente, la propria attività dovrà avere un posto dove essere registrata e pagare le tasse. Per me questo posto non sarà l’Italia, bensì la Svezia. Questa scelta l’ho fatta per due motivi. Il primo è che qui ci vivo e quindi mi pare giusto contribuire (educazione civica?), il secondo motivo consiste nel fatto che pago meno tasse in Svezia che in Italia (se questo vi stupisce approfondiremo il tema prossimamente) pur ricevendo qui centinaia di servizi in più.

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Debranding: non diventare un Brand, resta una persona

Uno degli effetti della Social Web Revolution, avvenuta grazie all’avvento dei social network e del web 2.0, è l’aver dato visibilità a decine se non centinaia di Freelance che hanno potuto mettere in mostra le proprie competenze e creare intorno a sé piccole o grandi community di interessati.

L’errore fondamentale nel quale molti guru sono incappati è quello di confondere il ruolo del narratore e del protagonista nel corporate storytelling di grandi aziende e professionisti. Si tratta di un errore per lo più formale e non certo sostanziale, ma ci tengo a sottolineare la differenza tra i due aspetti.

La forza del web è l’abbattimento (quasi totale) delle barriere tra i piccoli professionisti e le loro comunità, quelli che una volta avremo chiamato segmenti di mercato. La comunicazione era qualcosa presidiata principalmente da grandi Brand verso il mercato di massa (Mass Market, che a parer mio è astrazione vera e propria). Ad oggi ogni piccolo professionista può trovare online un gruppo più o meno ristretto di colleghi e potenziali clienti interessati alle sue competenze (nicchie).

Il trend, in molti casi, è stato quello di suggerire a questi professionisti di diventare un Brand, quando a parer mio la soluzione sta nel muoversi nella direzione opposta. In breve sostengo che non è il professionista a doversi trasformare in Brand, è il Brand a doversi trasformare in persona. Debrandizzare vuol dire in questo caso diventare persona e co-protagonista della storia, oltre che narratore. Vuol dire scendere dal piedistallo e parlare con le persone, trovare una relazione alla pari (nei limiti del possibile) con le persone che ci stanno intorno.

Nell’immaginario popolare, ma anche in realtà se ben vogliamo vedere, l’azienda da più sicurezza al cliente per quanto riguarda presenza di competenze e solidità. In questo caso è sicuramente il Freelance che deve imparare a comunicare se stesso come punto di riferimento, professionista preparato, flessibile e presente. Ma nella ricerca dell’immagine da dare è vero il contrario.

Il professionista sul mercato non dovrà mai e poi mai abbandonare il suo essere persona per essere un Brand. Il trend sempre più evidente dei grandi Brand evoluti è infatti quello di avere un tono confidenziale e personale con i propri utenti e con i concorrenti stessi (avete presente le chiacchierate amichevoli tra Ceres e Carlsberg su Facebook?).

La ricerca di una dimensione personale non deve farsi sovrastare dalla staticità del Brand, il quale è pur sempre un marchio, un qualcosa apposto e statico per definizione. Il marchio è un qualcosa che si frappone tra le persone che lavorano per l’azienda e gli utenti con i quali si vogliono relazionare. Se gli sforzi dei grandi Brand evoluti vanno nella direzione di debrandizzare se stessi, perché il piccolo professionista (già debrandizzato) dovrebbe incorrere in questo errore?

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Il futuro incerto dei liberi professionisti

skeletonAlfredo Accatino ha pubblicato martedì sull’Huffington Post intitolato “Inps Inps hurrà: come Inps e governo uccidono le libere professioni“.

Inutile dire che qualche riflessione va pur fatta. Io sono tra quei 5 milioni di italiani che lavorano autonomamente e che, iscritto alla gestione separata, paga il 27,72% del proprio reddito netto all’Inps.

Partendo dal presupposto che il libero professionista iscritto alla gestione separata non ha diritto a ferie pagate, malattia, maternità, contributi pensionistici rivalutati, cassa integrazione, formazione, disoccupazione, tutela sindacale, ammortizzatori sociali (ah no, gli assegni famigliari li hanno inseriti qualche mese fa), il fatto di dover finanziare lo stato con il 33% del proprio reddito, oltre all’Irpef fa un po’ arrabbiare.

Cito dal sito dell’Inps: “L’aliquota media a carico ditta (salvi ulteriori sgravi ed agevolazioni)  è pari al 32,70% della retribuzione lorda per la generalità dei lavoratori dipendenti. La quota a carico del dipendente è normalmente pari al 9,19% della retribuzione”.

Ora, anziché fare facili polemiche, preferisco porre una domanda: cosa giustifica una pressione fiscale così alta verso una categoria che non gode di nessun benefit da parte dell’Inps (lo sappiamo tutti che non avremo nessuna pensione, non illudiamoci) se non una completa incompetenza da parte del legislatore oppure la volontà di nuocere a specifiche categorie di lavoratori poco “rumorose” a livello mediatico?

P.S. merita una letta l’articolo di Giovanni Medioli sul portale lamiapartitaiva.it intitolato Legge di stabilità: tante chiacchiere, ma niente per le partite Iva