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Facebook, algoritmi e persone

Un paio di settimane fa il tragico annuncio di Facebook: l’algoritmo che determinerà quali contenuti appariranno nel tuo news feed darà la precedenza ad amici e famigliari. Molti colleghi social media così hanno tradotto questo annuncio come un’ulteriore limitazione della visibilità delle cosiddette pagine.

Indubbiamente una delle conseguenze del nuovo algoritmo sarà la riduzione della portata dei post delle pagine; ciononostante questa è una buona notizia per chi come me lavora con i social network. Perché?

La risposta l’ha data senza mezzi termini una delle maggiori conoscitrici italiane del social di Zuckerberg; Veronica Gentili in un post datato 30 giugno scrive:

Abbiate pazienza, ma io proprio non vi capisco.
Facebook annuncia i valori principali che guidano l’algoritmo.
Dice che viene data priorità ai post di familiari e amici.
E ripartono le lamentele, i “ecco, darà ancora meno visibilità ai brand”, i “tutto perché vuole i nostri soldi” e “come faranno le micro imprese?!”.
3 cose:
1. La priorità di Facebook non è l’azienda, ma la persona. Senza persone perde totalmente di valore (anche per le aziende, per altro). E le persone sono più interessate a sapere che l’amico ha appena avuto un figlio, che il cugino lontano si è appena diplomato, rispetto a qualsiasi altra notizia branded. Ti torna?
2. Facebook non è uno spazio proprietario, ma un ecosistema che ti mette a disposizione uno spazio per far incontrare il tuo brand con le persone. Può cambiare regole in qualsiasi momento, senza dirti niente. Semplicemente, ne ha il diritto.
3. Facebook non è gratis per chi vuole farci business. E se ancora non lo hai capito, forse non sei pronto a farci business.

Veronica è stata lapidaria, ma proviamo a tirare comunque le somme del suo ragionamento:

  1. Facebook è un ecosistema, non è la versione giovane del tuo sito, non è una piattaforma di distribuzione. Facebook è un luogo dove puoi incontrare persone e stringere relazioni con loro; al centro di Facebook ci sono le persone e le relazioni che queste creano fra di loro. Questa è la forza di Facebook, il fatto che il focus sia sulle persone e non sui brand.
  2. Se Facebook funziona (ovvero attira persone) allora le organizzazioni avranno la possibilità di far parte di un ecosistema incentrato sulle persone per poter creare relazioni con i propri utenti, ma sapendo che non sarà mai una piattaforma incentrata sulle organizzazioni.
  3. Per fare business su Facebook devi investire dei soldini (probabilmente molti meno di quelli che investi per comprare liste di email fuori target o pagine pubblicitarie su giornali generalisti); senza un budget adeguato su Facebook non fai molto.

La persona è al centro della comunicazione all’epoca dei social, mettiamocelo in testa; se non siamo pronti a comunicare alle persone non siamo pronti a fare comunicazione. La centralità della persona è ciò che ha fatto grande Facebook, ma è anche il principio fondante dei social network, dei luoghi di condivisione dove instaurare relazioni. Fare social media marketing vuol dire comunicare alle persone mantenendo il focus sulle persone e per farlo bisogna investire.

Per concludere ti consiglio di seguire il blog di Veronica e di leggere il suo libro sul Facebook Marketing.

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Fare Social Media Marketing nel 2016

È da qualche giorno che penso a cosa cambierà per chi si occupa di Social Media Marketing nel 2016. Un utile articolo di Dario Ciraci su Web in Fermento ne parla, relativamente a Facebook in un articolo intitolato I trend della Facebook Strategy del 2016.

I social non servono a vendere

Fare strategia oggi sul web vuol dire sapere quale approccio avere con i canali disponibili e conoscere precisamente cosa essi hanno da offrire e quali dinamiche offrono. Non è sbagliato chiedersi quanto posso guadagnare/raccogliere/vendere con Facebook o con Twitter. Ogni progetto deve avere un suo ROI, assolutamente. È sbagliato credere che questo ROI sia sempre e solo legato ad un risultato economico.

I social servono per creare interazioni e favorire rapporti digitali tra persone. Pensa a come questo può favorire il tuo business o la tua organizzazione. Una verità inconfutabile, che cito almeno tre volte l’anno qui sul blog, è la prima tesi del Clutrain Manifesto (1999):

I mercati sono conversazioni

Finché non hai chiaro questo, non hai ancora capito il marketing degli ultimi 10 anni almeno. I social servono a favorire (e solo in alcuni casi creare) queste conversazioni. La vera domanda da porsi è come inserire: voglio partecipare a queste conversazioni? Se inserisci la tua risposta in un piano marketing strutturato, i risultati non possono non arrivare.

Una volta capito questo dobbiamo capire come potrebbe evolvere il mondo dei social nell’anno appena iniziato per adattarvi le nostre strategie.

La casa dei contenuti 

Il 2016 sarà l’anno, a parer mio, dove dovremmo rivalutare il concetto di Inbound Marketing. Vedere i social come piattaforme all’interno delle quali incontrare utenti da portare sul proprio sito con contenuti interessanti potrebbe essere un errore. Non è nell’interesse di un social lasciar uscire utenti dal proprio sito per consumare contenuti.

È iniziato con i video e in breve Facebook ha capito che sarebbe stato saggio spodestare il primato di Youtube. Un video caricato su Facebook, quindi un contenuto nativo, avrà molte più visualizzazioni di un contenuto condiviso come un link a Youtube o Vimeo. Dal punto di vista dei contenuti scritti il tentativo di Facebook con lo strumento Note non sembra aver avuto molto successo, al contrario si è fatto notare Pulse su LinkedIn.

Il succo del discorso comunque non cambia: i contenuti nativi avranno sempre più visibilità dei contenuti condivisi all’interno del social web. Questo è un dato di fatto, prima lo si capisce e prima si aggiusta la propria strategia, se questa si basa su condividere sui social contenuti esterni creati su piattaforme proprietarie (il proprio sito).

I blog e i siti ovviamente non moriranno, ma a pare mio dovremmo sempre più aggiustare i contenuti di volta in volta a seconda di dove li pubblichiamo, senza dimenticare che in alcuni casi la scelta di condividerli sui social potrebbe non premiare quanto quella di crearli come contenuti nativi del social stesso.

In conclusione, le conversazioni nasceranno e rimarranno sempre più sui social.

Presenza organica e advertising

Il cruccio di ogni social media manager oggi è quello di aumentare la capacità organica di raggiungere più utenti possibili, senza quindi dover appunto investire in advertising per far vedere i propri contenuti alla propria community. Facebook è – e lo sarà sempre meno –  orientato alla possibilità di avere buoni riscontri in termini di copertura organica. Puntare la propria strategia sulla capacità di raggiungere senza budget i propri utenti in maniera massiva è una strategia fallimentare in partenza.

Se punti tutto (o quasi) su Facebook prepara (anche) il portafoglio. Sottolineo anche perché spingere in social advertising quando i tuoi contenuti non sono validi sarebbe come urlare ai quattro venti cosa tu NON sai fare. Il fatto che Facebook sia orientato a premiare chi investe in ads  non vuol dire che tu non sia obbligato a curare nei dettagli il tuo piano editoriale e pubblicare comunque contenuti di alto livello e che abbiano valore per la tua community.

Più lungimirante e saggio è guardarsi intorno e cercare canali alternativi che permettano una diversificazione strategica della propria social presence. Canali che sappiano offrire la possibilità di engagement attraverso un piano editoriale efficace.

Fare social advertising non è il male, ma se non si hanno risorse in abbondanza, potrebbe essere un terreno rischioso. Se competi contro chi ha budget limitati come i tuoi la partita vera e propria la sposti sulla qualità della comunicazione. Più la battaglia la sposti sul denaro, meno verrà riconosciuta e premiata la qualità della tua comunicazione. In breve, puoi affrontare e forse sconfiggere Golia finché non la metti sul piano del budget. Focalizzarsi troppo su una piattaforma che premia fortemente il budget investito non è per nulla saggio.

Instagram è pronto per salire sul trono

Il 2015 ha consolidato il ruolo di Instagram che può vantare 400 milioni di utenti attivi al mese con 80 milioni di foto condivise giornalmente. Come fa notare Maria Pia De Marzo (sempre su Web in Fermento il 6 marzo 2015)

La crescita [di Instagram, ndr] è esorbitante se si fa un raffronto con quanto avvenuto con altri canali. Facebook, ad esempio, nel range 2013-2014 è cresciuto solo, si fa per dire, del 3,4% mentre Twitter è cresciuto maggiormente con un +12%

La crescita di Instagram è stata tra il 2013 e il 2014 quasi del 60%. Ad oggi gli utenti attivi in Italia sono circa 8.4 milioni (contro i 4.7 di Twitter e i 7 di LinkedIn) e la promessa è diventata una realtà. Scommettere su Instagram oggi è un rischio meno azzardato che puntare la propria strategia solo su Facebook.

Il tasso di engagement è molto più alto che su Facebook, si raggiunge il 100% della community e (per ora) non si è vincolati ad algoritmi di sorta. L’advertising quindi qui è una scelta, non una necessità.

Un’indagine (anche se non troppo recente) di Forrester si è occupata di misurare il tasso di Engagement su Facebook, Twitter ed Instagram e su quest’ultima piattaforma il tasso di coinvolgimento (non a pagamento) è del 4.21%, mentre su Facebook è dello 0,7% e su Twitter dello 0,3%.

Non prendere questo treno oggi vuol dire perdere una ghiotta occasione. Questo sarà per molti il periodo migliore perché non è ancora troppo tardi per ottenere ottimi risultati senza investire in advertising e non è troppo presto, in quanto la piattaforma ha già dimostrato di essere una certezza nel presente e con ogni probabilità nel futuro. Investire su Instagram nel 2014 sarebbe forse potuto sembrare un azzardo per i più timorosi. Aspettare ad investire vorrà dire probabilmente fare i conti con i medesimi vincoli che esistono per Facebook oggi. Ecco perché il 2015 è stato l’anno del boom di instagram e il 2016 sarà quello dei ritardatari più “prudenti”.

Conclusioni

Il mondo del web muta con una rapidità disarmante. Fa parte della sua natura e va benissimo così, è uno dei sui vantaggi cometitivi. Nel 2015 tutto è un rischio, ma esistono rischi più o meno azzardati. Se si a che fare con piccole realtà il vantaggio competitivo è approfittare del momento giusto per trarre il massimo da un progetto con il minimo investimento. Ovvero affidarsi alle competenze dei propri collaboratori per agire con tempismo.

Se sei piccolo hai solo una chance: essere innovatore! Nelle scelte e nelle pianificazioni, sapendo quali rischi correre e quali no (scordati di non correre rischi), affidandoti alle  competenze delle persone e ragionando su numeri che, beninteso, non ti diranno mai tutto e saranno sempre parziali.

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Da Maslow a Gianni Morandi

Il nostro bisogno di affermare la nostra identità è assolutamente coerente con il periodo storico di benessere che stiamo vivendo. Lo psicologo statunitense Abraham Maslow teorizzò attraverso la sua famosa Piramide (di Maslow, appunto) una gerarchia dei bisogni umani a partire da quelli fisiologici (alla base della piramide) fino a quelli legati all’autorealizzazione (ovviamente al top della piramide), passando per bisogno di sicurezza, appartenenza, stima etc.

Fonte: Wikipedia

Fonte: Wikipedia

Il successo dei social network è dovuto in buona parte a questo aspetto dell’essere umano. Una società come la nostra, nella quale i bisogni basilari sono soddisfatti ampiamente, vengono percepiti spesso come impellenti i bisogni delle categorie gerarchicamente superiori. I social hanno permesso di soddisfare con estrema facilità questo nostro aspetto, questo desiderio di comunicare ad altri (e un po’ anche a noi, che abbiamo sempre bisogno di convincerci di essere o di appartenere a qualcosa) cosa siamo. Ho usto la parola cosa anziché chi per un motivo ben preciso.

Dal nobile #JesuisCharlie ai più recenti #iostoconvale o #iostocongianni (potremmo citarne a decine) abbiamo assistito e magari partecipato ad una serie di prese di posizione più o meno sensate. In ogni caso tutte atte a urlare al mondo che noi siamo così, condividiamo un certo tipo di valore, vediamo il mondo in un certo modo. In alcuni casi abbiamo usato hashtag, in altri una particolare immagine di profilo. Bellissima quella lanciata da Facebook dopo la storica sentenza della Corte Suprema statunitense sulla dignità costituzionale del matrimonio omosessuale.

Poco importa che la sentenza non abbia valore in Italia (non ancora e non direttamente), io mi rivedo in quei valori di accettazione della diversità e lo voglio urlare ai quattro venti. Siamo fatti così. Ogni volta che condividiamo un video su Facebook non lo facciamo perché lo stiamo effettivamente ascoltando/vedendo, bensì perché vogliamo comunicare ai nostri amici che quel gruppo o canzone ci identifica. Così come negli anni 80-90 alcuni di noi vestivano il chiodo o le t-shirt degli Slayer, mentre altri calzavano le Clark sotto ai pantaloni a zampa d’elefante, per non parlare dei paninari con il Winchester al polso e la cintura di El Charro.

Il stato della viralità si raggiunge grazie alla condivisione, che è spesso affermazione di appartenenza. Questo l’hanno capito bene molti brand già prima dell’avvento dei social perché è un fenomeno naturale. Ciò che negli ultimi anni è cambiato è  stato l’approccio di chi era abituato alle dinamiche della comunicazione tradizionale. Molti soggetti hanno sofferto di ansia da pubblicazione. In un mondo dove Content is King ci si è lanciati, spesso avventatamente, ci si è lanciati nella produzione senza pudore di contenuti (qualcuno li chiama oggetti sociali).

Il nostro bisogno di condividere è così forte, impellente, che viene attivato anche con contenuti meno nobili di #JeSuisCharlie. Alcuni articoli pubblicati da testate giornalistiche ormai passate al mondo del gossip, riescono ad attivare un pubblico che non può fare ameno di manifestare la propria posizione anche nei confronti di un presunto social media manager dietro il successo social di Gianni Morandi. Dobbiamo stare da una parte o dall’altra, non esiste il grigio: la nostra identità sembra essere minacciata da questi grigi. Questa è la deriva del web, il suo lato oscuro stando in tema Star Wars. L’esagerazione nell’affermare un’identità che diventa carattere, macchietta.

Quando e come aprire una pagina Facebook

Torniamo su un tema molto diffuso tra gli utenti di Facebook: quando e come creare una Pagina Facebook?

Iniziamo a capire quando è il caso di ricorrere alla pagina anziché al gruppo o ad un profilo. La pagina è la scelta migliore nel momento in cui vuoi rappresentare un brand o un’organizzazione, la Pagina Facebook è uno strumento che aiuta brand e organizzazioni a connettersi con gli utenti. Alla pagina non devi chiedere l’amicizia, è sufficiente cliccare sul mi piace per rimanere in contatto con lei e ricevere i suoi aggiornamenti. Il tuo account personale lo puoi usare solo come persona e non come brand. Utilizzare un profilo personale come account della propria attività non ti permette di usufruire degli strumenti studiati appositamente per pagine, oltre ad essere vietato dalla policy di Facebook.

Per approfondire il tema leggi informazioni di base sulle Pagine pubblicate da Facebook.

Una volta appurato che la Pagina è lo strumento migliore è necessario capire come fare per aprirla e renderla presentabile. Sia ben chiaro che il valore della pagina è dato dai contenuti che pubblica/condivide con la sua community, quindi è sì importantissimo curarne la presentazione (il cosiddetto set up), ma sicuramente NON è sufficiente.

Prima di andare ad aprire una pagina o un qualsivoglia account, ogni organizzazione dovrebbe avere una Corporate Identity ben definita e preparare un piano marketing dettagliato (in Italia non è pratica diffusa e questo non è un bene) con target, segmenti di mercato di interesse, prodotti o servizi offerti, etc. Questo ti permetterà di dare struttura razionale alle tue azioni di marketing e di risparmiare tempo in fase operativa.

Come aprire la mia pagina Facebook?

Per prima cosa clicca su Crea una Pagina. La prima scelta da fare è capire a quale categoria appartiene il tuo Brand: hai bisogno di maggior geo localizzazione oppure la tua pagina rappresenta un’organizzazione non profit? Vendi mattoni o infissi oppure sei un produttore di vino?

Una volta capito questo esistono tre diversi ambiti da sistemare:

  1. il nome
  2. le immagini
  3. i testi

Il nome

Dato che sei giunto fin qui parto dal presupposto che tu abbia già dato un nome alla tua organizzazione o che comunque chi ti ha affidato questa responsabilità ti abbia anche comunicato il nome dell’organizzazione. Se così non fosse, prima di andare avanti ti consiglio di prepare una corporate identity a prova di bomba.

Alcuni consigli generali che ti posso dare sono di non scrivere il nome tutto in maiuscolo e di non inserire eventuali forme societarie SPA o Srl. Inoltre limitati al brand, non aggiungere ‘Associazione” e postille di proprietà “Gelateria Fiore di Mario Rossi”. Il tuo nome è il tuo Brand, mantieniti sul semplice ed evita diciture da visura camerale. La brevità è quasi sempre un plus, rispettala.

Le immagini

Un’immagine vale più di mille parole è un modo di dire che spesso utilizziamo. In questo caso personalmente non lo condivido, ma rimane il fatto che l’aspetto visivo della tua pagina sia determinante. Le due immagini sulle quali porre la nostra attenzione sono:

  1. Profilo
  2. Copertina

Per immagine del profilo intendo quell’immagine quadrata che appare sulla destra quando condividi qualcosa o quando commenti i post, proprio come quella del tuo profilo personale. A me piace molto usare il logo, ma in alcuni casi può risultare impersonale e alcuni professionisti, sulla propria pagina, utilizzano una propria fotografia.

Per immagine di copertina invece intendo quell’immagine che appare in alto, quando visiti la tua pagina. È molto grande (851 x 315 px) e offre diversi spunti creativi. Se hai dubbi in proposito ti consiglio di visitare la pagina con le informazioni di base sull’utilizzo delle immagini di profilo e di copertina su Facebook.

I testi

Ormai la tua pagina è quasi pronta. Devi solo terminare di compilare alcuni campi descrittivi. È bene prendere in mano il Piano Marketing preparato in precedenza e iniziare a lavorare a partire da quello. I testi chiave da inserire sono:

  1. Breve descrizione
  2. Panoramica società
  3. Descrizione lunga

Nella Breve Descrizione hai 155 caratteri per far capire a chi visita la pagina di cosa ti occupi. È la voce più importante perché, a differenza delle altre, è visibile a tutti i visitatori della pagina. Sii breve e fai capire di cosa ti occupi, se hai lavorato bene sulla mission puoi prendere spunto da quella.

Panoramica Società e Descrizione Lunga sono i luoghi più utili per descrivere dettagliatamente di cosa ti occupi, o di cosa si occupa il marchio che rappresenti. Prima di scrivere la storia dettagliata della azienda dal 1389 ad oggi rifletti su cosa effettivamente può interessare ed essere utile al lettore. Porsi queste due domande è la base del social media marketing e nel momento in cui apri una pagina, volente o nolente, ti stai confrontando con questa disciplina. Alcuni tipi di pagine ti permettono di inserire i prodotti che offri e la fascia di prezzo all#interno della quale ti poni. Poni particolare attenzione ad indirizzo, orari e numeri di telefono se la tua attività ha bisogno di una forte geo-localizzazione, se ad esempio si tratta di un parco divertimenti, una gelateria, un ristorante, un negozio etc.

Impara dai migliori

Se hai dubbi e spero veramente tu ne abbia, vai a controllare i grandi brand come si comportano. è molto difficile se non impossibile creare un tutorial universale, il set up della pagina dipende da una serie di fattori come gli obiettivi che ci si è posti o la natura dell’organizzazione, solo per nominarne un paio. Impara da chi ha potuto rivolgersi ai migliori professionisti. Non ti sto dicendo di copiare, ma se non sei il migliore cerca sempre di imparare qualcosa da chi è migliore di te (e qualcuno migliore di te lo trovi sempre).

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Il web è nostro: teniamolo pulito

Il 26 maggio 2004 il New York Times pubblica un pezzo intitolato The Times and Iraq a firma degli editori dove sostanzialmente si ammette di non aver verificato dovutamente le fonti quando appoggiò la guerra in Iraq per cercare e distruggere le armi di distruzione di massa in mano all’ex dittatore Saddam Hussein.

Sulla colonna di sinistra della pagina web è interessante vedere la classifica degli articoli most emailed. Questo mi ha fatto pensare a quanti sono 11 anni, o meglio quanto lo siano stati questi 11 anni. Il mondo è cambiato. Noi siamo cambiati. Ed è cambiato il modo in cui noi ci raccontiamo filo mondo.

La creazione e la condivisione delle notizie da allora è cambiata molto e non parliamo di un epoca pre-web. Anche allora esistevano blog, siti di notizie o approfondimenti. La partecipazione di non giornalisti al mondo dell’informazione era allora come oggi elevata. Ciò permette a tutti noi di essere un importante ingranaggio nel processo virale della notizia. Gli onori portano oneri e questo vuol dire responsabilità.

Essere parte del processo virale fa sì che in un certo qual modo siamo responsabili di quello che passa attraverso di noi. Se una cosiddetta bufala ti appare in bacheca sono due le possibilità:

  1. Hai degli amici creduloni
  2. Segui delle pagine poco serie

Nel momento in cui ricondividi questo contenuto ti rendi a tuo modo:

  1. Ridicolo e credulone se non addirittura stupido
  2. Responsabile di imbrattare il web con delle scempiaggini

Il web è diventato un luogo di tutti o forse lo è sempre stato. Come il parco che abbiamo sotto casa, o come una sorta immensa riserva naturale all’interno della quale incontrarsi e parlare. L’unica minaccia a questo ecosistema siamo noi e la nostra pochezza nel condividere contenuti (immagini, articoli, video, etc.) con una leggerezza tale da dimostrare la totale inesistenza di spirito critico. La facilità nel premere il pulsante condividi su Facebook non ti deve esimere dall’accendere il cervello e chiederti: è autentica questa notizia? Può interessare alla mia cerchia di amici? Oppure sto insozzando la nostra bella riserva con della vera e propria immondizia?

Il nostro spirito critico è importante nel nostro stare con gli altri soprattutto negli spazi comuni della nostra vita, sia online che offline. Con pochi semplici accorgimenti e senso di partecipazione si può rendere il web un posto migliore e più pulito.

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Personal DeBranding da LinkedIn a Facebook e ritorno

Da diverso tempo si parla di erroneamente di Facebook come del nuovo LinkedIn.
Questo per due motivi:

  1. Il maggior popolamento del social di Zuckerberg
  2. La maggior confidenza con Facebook di utenti con profilo professionale medio basso

è vero che in tutta Europa LinkedIn ha meno utenti attivi di quanti ne abbia Facebook in Italia, ma va pur detto che impostare una strategia di Personal Branding (o Debranding come piace a me) sul principio di “questo social è meglio dell’altro” può solo nuocerti.

Il concetto di Personal Branding si basa sul farsi notare (nel nostro caso online) per le proprie capacità e competenze. In quest’ottica va impostata una strategia che unisca anziché dividere gli approcci. La mossa vincente sta nel coordinare differenti approcci in una strategia più ampia che racchiuda al proprio interno azioni diversificate.

Per un approccio pratico, non è vincente scegliere un social anziché un altro. È vincente capire cosa condividere e come presentarsi in maniera diversa su piattaforme diverse usando linguaggi diversi, il tutto coerentemente con la community con la quale ci si interfaccia, ma mantenendo la nostra identità.

Sull’approccio coerente alla community si potrebbe scrivere un libro. Ogni luogo è popolato da persone diverse con caratteristiche diverse e costumi diversi. In palestra non ci alleniamo in giacca e cravatta e in riunione probabilmente non ci presentiamo in bermuda e flip flop. Proprio qui si innesca il meccanismo polifonico del quale però scriverò la settimana prossima.

Differenti luoghi virtuali, differenti persone, differenti approcci. Il concetto che vorrei passarti oggi è proprio quello di non mettere in conflitto le piattaforme, ma permetti loro di farti esprimere sotto più punti di vista. La necessità di non potersi uniformare non va vista come un limite, bensì come un’occasione di esprimere la nostra identità di professionisti sotto diverse forme. Dal punto di vista narrativo immaginiamo di raccontarci, mettendoci però di volta in volta nei panni di persone diverse.

A questo punto non ti rimane che pianificare la tua presenza sul web. Secondo Riccardo Esposito per farlo bene è necessario avere un blog con dominio proprietario innanzitutto e io sono d’accordo. In secondo luogo, aggiungo, vanno selezionati alcuni social. Per capire quali basti chiedersi dove si trovano online le persone che più potrebbero essere interessate a noi. Una volta identificati i diversi social il gioco sta nel capire come comunicare su ogni singola piattaforma. Lascia che siano le differenze tra queste piattaforme a tirare fuori il meglio di ciò che hai da dire.

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Facebook: verso una social strategy più efficace

È chiaro a tutti da questa ricerca di Social@Ogilvy di Marzo 2014 ripresa da Michele Papaleo a febbraio 2015 che il futuro di una social strategy su Facebook non può rinunciare al prezioso strumento di Facebook Advertising.reach-organica

Da Ottobre 2013 a Marzo 2014 la reach organica (non a pagamento) è calata del 50%; ne hanno sofferto maggiormente le pagine con più fan, come ad esempio i brand con più di 500.000 likes che si sono trovati un calo drastico fino a meno del 2%. Papaleo fa notare giustamente

“Vuoi utilizzare questo social network per comunicare liberamente con i tuoi amici? Bene, puoi farlo gratis. Vuoi utilizzare Facebook per guadagnare e promuovere i tuoi prodotti? Bene, paga”

Come affrontare questo nuovo scenario? Come improntare la propria strategia per arrivare ai nostri utenti? Come spendere il budget dedicato al social advertising?

In primis, non esiste una risposta univoca e unilaterale. Dipende molto dalla quantità di contenuti che la pagina è in grado di condividere, da quali sono i suoi obiettivi all’interno della macro strategia di marketing, etc. Le variabili sono davvero molte.

Quali contenuti condividere?
Molte pagine, soprattutto quelle che non producono contenuti in abbondanza, riempiono il proprio palinsesto, o piano editoriale, con contenuti non proprietari, ovvero news o aggiornamenti di fonti esterne all’azienda (quotidiani, blog di settore, etc.). Sicuramente questo non è un male, ma in ottica di investimento sarebbe un peccato spendere soldi per mandare i nostri fan su altri siti. Il piano editoriale migliore ha sicuramente una buona parte di contenuti proprietari (news, landing pages, immagini, video), che abbiano obiettivi ben precisi esterni al social (iscrizione al sito o alla newsletter, partecipazione ad un evento, iscrizione ad un concorso, etc.) o interni. Quale sia la proporzione da seguire è difficile dirlo. Se possibile i contenuti dovranno essere proprietari o, se non proprietari, direttamente riferiti al nostro Brand.

Promuovere razionalmente i contenuti
Una volta selezionati con cura e raggruppati in cluster in base alla tipologia, possiamo iniziare a impostare la nostra promozione. A me non piace sovrapporre post pianificati con altri post pianificati, ai miei utenti chiedo una cosa alla volta e la chiedo con decisione. Quindi se per i prossimi 5 giorni voglio promuovere un evento che ho organizzato a Verona non andrò a chiedere agli stessi di iscriversi ad un seminario a Bari, o a visitare il mio sito dove presento il mio nuovo prodotto. Per gli eventi posso promuovere post diversi geolocalizzando il segmento di utenti più interessanti. Alla monte di questo ragionamento deve esserci un calendario (Piano Editoriale) condiviso e non pensato esclusivamente per Facebook.

Incrementare i Like a pagamento?
Ciò non vuol dire comprare pacchetti di like come fossero caramelle, soprattutto dopo la batosta meritata inflitta da Facebook poche settimane fa . Con Like a pagamento intendo attivare campagne targhettizzate verso un pubblico potenzialmente interessato aventi come call to action il “mi piace” sulla mia pagina da utenti che ancora non mi seguono. Questa è una delle attività più discusse tra i social media manager negli ultimi mesi. Io sono favorevole a dedicare una parte del budget (non più del 20% del budget totale dedicato a Facebook) a questa attività. Una pagina con una buona fan base profilata può contare su uno zoccolo duro al quale proporre post sponsorizzati.

Promoted Post, a chi indirizzarli
Una strategia che finora mi ha dato soddisfazioni è stata quella di lavorare con promoted post indirizzati ad utenti che seguono già la pagina. Questo perché:

  • mi ha risparmiato flame o scocciature da parte di troll
  • mi sono preso cura della mia community esistente senza relegarla in secondo piano rispetto all’acquisizione di nuovi utenti
  • Non pescando all’esterno della mia community ho potuto contare su una comprensione del messaggio più immediata da parte del mio utente.

Chiaramente una strategia di questo tipo vede due azioni contemporanee e complementari. Con una parte del mio budget acquisisco nuovi like, mentre con un’altra azione li fidelizzo e li invito a compiere le azioni coerentemente con il Piano Marketing. Con la prima attività creo la community e mi faccio conoscere (faccio conoscere il mio brand e i miei valori), con la seconda attività agisco sui singoli aspetti del mio business (promozioni, eventi, ebook, novità di prodotto, case history, etc.)

Agire da professionisti oggi vuol dire essere chirurgici e misurare i singoli euro investiti per le proprie aziende. È chiaro che fare marketing oggi non è gratuito, richiede skills, competenze e denaro, per andare a raccogliere il massimo risultato con il minimo sforzo economico.

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Facebook e l’amicizia delle aziende

re-nudoCiao, sono un’azienda e voglio essere tua amica per poterti tartassare con eventi inventati, messaggi privati e tutto ciò che di più spammeggiante riesco a inventare!

Del fatto che certi comportamenti su Facebook non funzionino per nulla, ne avevo scritto nel mio articolo Facebook e aziende: lo stai facendo “sbagliato”.

Oggi mi voglio soffermare sulle mancate conseguenze di una di queste azioni in particolare: usare un profilo personale su Facebook per la propria organizzazione. Quali sono le conseguenze che dovrebbero arrivare? Semplicemente il blocco del profilo da parte del social in questione.

Il più babbarone è sicuramente Facebook. Il social di Zuckenberg minaccia ma non attua se non in rari casi. Conosco aziende avvertite, di far migrare il profilo in pagina, nel 2010 che al momento sono ancora lì. Non vi dico i titolari di queste pagine: “visto, tu ci rompi con la policy, ma tanto se faccio così non mi blocca nessuno!”

Bene. Anzi male. Perché il vero favore ve lo farebbe bloccandovi. Impedendovi di ledere (ulteriormente) la vostra reputazione.

Vi ricordate i motivi per non aprire un profilo personale? Beh, un ulteriore motivo è che gli utenti di Facebook oggi sono più scafati, conoscono lo strumento meglio di voi, riconoscono la differenza tra la comunicazione fatta dal marchettaro della domenica e quella dei professionisti.

Il fatto che Facebook ti permetta di andare avanti su quella strada vuol dire che non ti sei fatto abbastanza male da solo. Che non solo stai sfilando nudo come l’imperatore con i suoi vestiti nuovi della favola, ma te ne stai pure vantando.

Per non parlare del lato utente, che dovrebbe essere sempre il centro dell’attenzione. Siete sicuri di voler lasciare al profilo dell’azienda di turno di vedere tutte le vostre foto, i vostri dialoghi con gli amici (quelli veri)? Sapete chi si cela dietro quel profilo visto che probabilmente il nome dell’account è la ragione sociale dell’attività?

Facebook e Hashtag: riflessioni di una mente sociale

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Si vocifera dell’introduzione su Facebook degli Hashtag, conosciuti ai più principalmente per l’utilizzo su Twitter e Instagram.
Cosa potrebbe cambiare nel Social Network più diffuso nel mondo occidentale, con l’introduzione di questo strumento?
A parer mio molto!

Sappiamo bene che i Social sono luoghi relazionali. Luoghi dove le persone si mettono in relazione tra loro. La grande differenza tra Facebook e gli altri (penso a Twitter, Instagram, G+, Pinterest, etc.) consista proprio nel principio che regola questa relazione.

Su Facebook il legame ci lega a chi fa parte della nostra rete è determinato da un’amicizia (con persone) o da un apprezzamento (per brand/organizzazioni). Non vi è attualmente un luogo attraverso il quale filtrare i contenuti. Questo è invece cuore di Twitter, la capacità di mettere in relazione sconosciuti attraverso interessi comuni (cercati con gli Hashtag).

Portare gli Hashtag in Facebook vorrebbe dire ampliare le possibilità di utilizzo del Social aprendo le porte ad un modo di relazionarsi meno vincolato ai propri contatti.
La domanda da porsi è: questa rivoluzione in casa Zuckerberg funzionerà nonostante le limitazioni alla privacy che molti utenti hanno adottato? o diventerà interessante solo per interfacciarsi con pagine pubbliche?

Ai posteri l’ardua sentenza……..