Editoria

La Stampa: il caso virtuoso della moderazione su Facebook

Il quotidiano torinese La Stampa ha dato una svolta importante al mondo del social media management nel mondo dell’editoria. Basta dare uno sguardo alle pagine Facebook di altre importanti testate giornalistiche per rendersi conto che la moderazione dei commenti degli utenti spesso non è contemplata, tutt’altro.

Il caso è nato da un’articolo riguardante le doti matematiche di una giovane inglese di etnia rom. I commenti razzisti, offensivi  e gretti non si sono fatti attendere. La reazione del team che gestisce i social del quotidiano piemontese non si è fatta attendere. Lo stesso è avvenuto per un altro articolo pubblicato questa mattina sul tema immigrati e rimpatri.

Non ci troviamo di fronte semplicemente ad un caso di censura. Non si tratta in effetti solo di eliminare commenti offensivi e razzisti (che ricordiamo vìolano la policy di Facebook). Nel caso del

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P.S. tra le decine di feedback positivi c’è pure qualche utente che parla di attacco alla democrazia. Che dire, certe volte è meglio sorvolare…

La ricerca di facili commenti e l’istigazione all’odio

Una strategia abbastanza comune di chi vuole attrarre lettori attraverso i social, ed in particolar modo Facebook, consiste nel postare notizie spesso inconsistenti ed alcune volte infondate per attrarre commenti e provocare veri e propri flame.

Negli ultimi tempi molte delle più note testate giornalistiche hanno approfittato di temi quali migranti o l’uccisione del leone Cecil da parte del dentista statunitense per provocare le reazioni di una parte del web. Offese, minacce e il peggio che si possa intuire per una manciata di commenti e di interazioni senza il benché minimo tentativo di moderazione da parte degli amministratori delle pagine. Quando ci si è accorti che il dicibile e non solo era stato detto sono spuntate notizie sulla presunta morte del fratello di Cecil, per non parlare della cacciatrice italoamericana sulla quale ci si è scagliati poco dopo trasformando il giornalismo sui social in un tiro al bersaglio cieco e ignorante.

La domanda che mi pongo è: tutto questo è comunque engagement? La risposta è no, senza se e senza ma. Questo non è neppure Social Media Marketing. È prima di tutto pessimo giornalismo, scarsa conoscenza del mezzo (Facebook nel caso specifico e il web più in generale) nonché incapacità di relazionarsi con il proprio pubblico.

Misurare il proprio operato sui social attraverso il numero di commenti e di interazioni di questo tipo su Facebook è abbastanza inutile. Che tipo di relazione stai creando con la tua community? Non è vero semmai che stai applicando i comportamenti del web 1.0 al mondo dei social limitandoti a pubblicare senza poi creare rapporti? Cosa stai creando con questa strategia? Esiste una strategia dietro questo comportamento o siamo piuttosto nel campo del “voglio visite e del resto non me ne frega nulla”?

Lavorare sui social media vuol dire lavorare nel lungo periodo avendo sempre chiaro il concetto di reputazione e di relazione. Fare Social Media Marketing vuol dire avere obiettivi a breve termine per le singole campagne senza dimenticare quelli imprescindibili a medio e lungo termine. Il resto è fuffa.

An old lion of the Serengeti

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Social media tra editoria e marketing

Ci sono degli aspetti fondamentali dei social media che hanno richiesto a chi vi opera di acquisire o perfezionare alcune competenze specifiche. Il marketing di oggi si è inevitabilmente scontrato con il mondo della notizia e dell’editoria come luogo della manifestazione della storia.

Un buon social media marketer non può prescindere dalle nozioni base dell’editoria moderna. La stessa editoria ha dovuto fare i conti con questa trasformazione adottando il punto di vista degli utenti del social web per poter intercettare meglio i loro interessi e alle modalità di fruizione della notizia.

Il concetto intorno al quale si vanno a sviluppare le cross competences è appunto quello della notizia. Il lavoro del social media manager si trova spesso a gestire contenuti (senza contenuti non c’è social media marketing) e un modo spesso efficace di gestirli è quello mutuato dal giornalismo. Una notizia può essere concepita come un’informazione diffusa pubblicamente da un giornalista. Ad oggi non sono solo i giornalisti a diffondere informazioni, bensì anche organizzazioni a scopo di lucro e Non Profit.

La quantità di dati recuperabili attraverso il web è tale che perfino nei settori più di nicchia si possono riempire calendari editoriali per mesi senza fare molta fatica. Ciò ha permesso la nascita di Blog di settore e la creazione (e condivisione) di tutta una serie di contenuti interessanti per specifiche communities. Ma noi cosa possiamo imparare dal giornalismo?

Le gestione delle fonti
La selezione delle fonti è alla base del lavoro di chiunque abbia a che fare con l’informazione. Una delle maggiori piaghe del web è infatti la diffusione delle cosiddette bufale. Senza un’accurata selezione e verifica delle fonti si rischia spesso di cadere nel ridicolo e fare la figura dei creduloni (nel migliore dei casi). Se poi lo si fa per lavoro, per un’organizzazione, la questione si ancora più delicata in quanto ne va della reputazione e della credibilità del brand.

Gli strumenti
È necessario avere la padronanza di una serie di strumenti per trovare la notizia, gestirla e condividerla. Tra questi vi sono aggregatori di notizie, i social network e i blog che possono aiutare nella ricerca di informazioni (ne ho parlato anche qui). Altro tipo di competenze sono richieste nella gestione della notizia, nell’utilizzo delle immagini, nella formattazione dei testi e dell’utilizzo degli strumenti di pubblicazione fino a vere e proprie competenze di web writing.

L’Analisi del testo
La capacità di analisi di un testo è un requisito fondamentale per gestire le informazioni e presentarle al meglio. Sia che si tratti di condividere un articolo scritto da altri o si tratti di pubblicare articoli scritti di prima mano è necessario saper leggere ed analizzare un testo andando a identificarne i punti chiave e le argomentazioni. Saper chiedersi quale tipo di contenuto interessi la mia nicchia e come poterlo presentare affinché sia più convincente e professionale sono domande che ogni buon social media manager deve porsi, così come chiunque abbia a che fare con la divulgazione di informazioni, contenuti, notizie verso una comunità definita di persone con interessi, necessità o desideri ben precisi.

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Perché Twitter non è un’occasione sprecata

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A inizio aprile mi capitò di leggere un articolo intitolato “perché Twitter è solo un’occasione sprecata“.

Il nucleo centrale del tema era appunto il fatto che la piattaforma di microblogging non fosse riuscita a compiere la rivoluzione dell’informazione che ci si era aspettati.

Il mio punto di vista sulla questione è diametralmente opposto a quello dell’autore, Antonio Lupetti, per essenzialmente due motivi.

Il primo motivo riguarda l’informazione stessa. Il 6 aprile 2013 viene pubblicato sul Blog di Mario Sechi un post interessante intitolato Twitter e l’informazione finanziaria dove si racconta che Bloomberg e Reuters monitorano costantemente Twitter per la ricerca di informazioni. È invece del 12 aprile 2013 l’articolo di Anna Masera su La Stampa relativo al futuro dell’editoria e del giornalismo nell’era digitale. Senza contare il post di Pier Luca Santoro dedicato alla presentazione del suo ebook “L’edicola del futuro, il futuro delle edicole” dove il tema centrale è il ripensamento del mondo dell’editoria alla luce delle nuove connessioni permesse dal web. In breve, il tema è delicato e parlare di promesse disattese mi sembra a dir poco prematuro, senza contare che molti addetti ai lavori nascono digitali e si connettono naturalmente alle proprie communities sui social. Senza contare i rapporti tra Pubbliche Amministrazioni e cittadini o il live twitting durante eventi come la nomina del nuovo pontefice.

Il secondo motivo riguarda le nicchie. La ricchezza di un social non si misura con i grandi numeri delle maggioranze. Al contrario, la ricchezza è data dalla varietà di nicchie che trovano al suo interno gli strumenti per comunicare. Tentare di capire Twitter a partire dai Trend topics è voler leggere il Marketing 2.0 con la forma mentis del Marketing 1.0. Il web 2.0 trova la sua ricchezza nel rapporto one-to-one, prescindere da questo principio vuol dire, a parer mio, non afferrare i concetti stessi di 2.0 e di Social.

Parafrasando Ludwig Mies van der Rohe il quale sosteneva che “Dio è nei dettagli”, potremmo sostenere che il 2.0 sta nel singolo Tweet. Ci basti guardare i comportamenti virtuosi di alcuni account come quello di @Einaudieditore per capire in molti abbiano saputo cogliere l’occasione offerta da Twitter. Certo, perché Twitter è un’occasione che gli utenti hanno per creare relazioni digitali. Il social dei 140 caratteri non ha contenuti propri, è ovviamente reso vivo dai cosiddetti Prosumer. Affrontare questo argomento prescindendo dai contenuti, e quindi dalle community delle quali si fa parte, ci mette di fronte ad una scatola vuota, perché sì, un social senza persone è una scatola vuota. I grandi numeri, le grandi folle, lasciamole ai media del passato e accettiamo l’idea che il cuore pulsante dei media del futuro sono le persone.