Disinformazione

A chi credere in rete? Dubbi strumenti per sopravvivere alla disinformazione

Proprio qualche giorno fa un’amica su Facebook scriveva:

L’International Agency for Research on Cancer- che ci informa sul pericolo legato al consumo delle carni rosse (quelle bianche fanno bene?) e lavorate- è un’agenzia intergovernativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha sede a Lione in Francia e ha il compito di dare le linee guida sulla classificazione del rischio legato ai tumori di sostanze chimiche e agenti fisici. È cugina di quella che ci invita a vaccinare i bambini.
Nonostante molte scelte io le abbia già fatte, non so mai a chi credere. Armi di distrazioni di massa, leggende con fondo di verità (quanta verità in %?), indicazioni da seguire o burattinai a loro volta manovrati?

Domanda legittima di una mamma che come tutti noi è bombardata di informazioni. Per uscirne con un minimo di tranquillità, nelle ultime settimane, avremmo dovuto essere di volta in volta immunologi, sociologi, educatori, esperti di politica internazionale ed esperti di finanza. La questione è in realtà meno drammatica: nel nostro quotidiano è sufficiente avere spirito critico.

Pur essendo vero che oggi le notizie ci raggiungono anche se non vogliamo, è altrettanto vero che il veicolo grazie al qual ci offriamo a questo bombardamento è lo stesso che ci permette di approfondire eventuali dubbi. Aggiungo che non è neppure il caso di discutere con coloro che vedono nel web il male dei nostri tempi.

Possiamo arrivare alla notizia attraverso tre tipologie di fonte:

  1. la Fonte Primaria, chi ha creato la notizia.
  2. la Fonte Ufficiale Primaria, una fonte ufficiale
  3. la Fonte indipendente, una fonte che di per sé non garantisce la qualità dell’informazioneBlog.009

Il primo caso consiste nel ricevere l’informazione direttamente dalla fonte, da chi l’ha creata (Ad esempio l’OMS, nel caso dell’indagine riguardante la carne lavorata). Molto spesso però la notizia ci arriva dalle fonti 2 o 3, magari grazie alla condivisione della news su Facebook e su Twitter da parte di un amico. Questi link rimandano a testate giornalistiche più o meno credibili, o addirittura a blog indipendenti. Quindi è lecito chiedersi a chi credere e in che misura.

Sicuramente il blog indipendente è la fonte meno autorevole, ma ciò non vuol dire che possa fare ottima informazione. Una notizia o un approfondimento su questo tipo di sito va confrontato e incrociato con altre fonti e va sempre verificata l’autorevolezza dell’autore.

Nel caso di testate giornalistiche il rischio di cadere in informazioni false è decisamente minore, ma non è da escludere a priori. I casi di stimati quotidiani che hanno pubblicato inconsapevolmente delle bufale sono numerosi. Anche in questo caso non va demonizzata l’intera categoria e nemmeno il singolo sito per uno o due scivoloni che ha fatto in quarant’anni di storia. Quando notizie, soprattutto scientifiche, vengono riportate da diverse testate in modi differenti è il caso di verificare la fonte.

Da un punto di vista prettamente logico, dire che ” l’OMS ha detto…” e dire che “Il Corriere della Sera scrive che l’OMS ha detto…” sono affermazioni molto diverse. Cercare la fonte significa visitare il sito dell’OMS e leggere il comunicato ufficiale dell’OMS (o ancora meglio del IARC).

Spesso i comunicati ufficiali sono scritti in maniera tanto fumosa che risulta difficile tradurli, alcune volte non si trovano tradotti nella propria lingua. In questi casi si è quasi obbligati a rifarsi a qualcuno per capire la situazione. Un comportamento sensato in questi casi è cercare l’opinione di personaggi preparati e verificare che non siano in netto contrasto con la loro comunità di riferimento. Se 3 scienziati su 100 non ammettono che la causa del riscaldamento globale sia imputabile all’uomo, è più probabile che sbaglino loro o gli altri 97? A questo proposito guarda il video che ho condiviso la settimana scorsa nel mio post Lo Storytelling del Complotto)

L’atteggiamento che suggerisco serve per muoversi nel mondo dei contenuti online senza che le nostre convinzioni ci guidino verso i risultati che noi stessi vogliamo trovare, cadendo così nel meccanismo comunicativo del complotto. In tal senso è estremamente divertente il brevissimo video che da parecchio gira su youtube a proposito della connessione tra vaccinazioni e autismo nelle ricerca su Google (Just because I have it doesn’t mean it’s true)

I non sense della disinformazione

I temi che hanno invaso i social network negli ultimi anni sono molteplici: invasione degli immigrati, vaccini, gender hanno scatenato l’inimmaginabile reazione di una parte del web. Cosa si cela dietro a questi fenomeni e cos’hanno in comune? Mentre nel primo caso abbiamo avuto a che fare portali gestiti da forze politiche (imolaoggi.it, etc.) e/o semplici ragazzetti alla ricerca di click facili (senzacensura.eu), nel secondo caso entriamo nella sfera del complotto ordito dalle case farmaceutiche, mentre nel caso del terribile gender ad ordire il complotto sarebbero delle lobbies gay e/o sioniste (a seconda dell’orientamento politico e religioso dell’autore). Per una lista abbastanza completa e aggiornata di questi siti è sufficiente visitare la Black List  preparata da Butac.

Ce n’è per tutti. Ma su cosa si fondano i meccanismi della disinformazione? Da dove partono le bufale e perché attecchiscono così bene?

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Chi verifica le dis-informazioni?

Innanzitutto si parte dal presupposto che l’informazione non verrà verificata. Una fetta consistente degli utenti presenti sul web, e quindi anche della popolazione, non sa riconoscere una fonte presumibilmente attendibile da una dubbia e non usa gli strumenti del web per la ricerca di informazioni.

La battaglia sulla credibilità e attendibilità dei post si combatte commento su commento sui social network. Spesso, soprattutto nel caso della minaccia dell’immigrato, una volta smascherata la bufala il disinformato molla la presa sostenendo che avrebbe comunque potuto essere vera.

Il complotto per affermare se stessi

Nel caso di gender e vaccini la portata emotiva e valoriale è maggiore. Nel momento in cui si entra nel mondo del complotto la portata valoriale aumenta di gran lunga rispetto alla sola rabbia e sconcerto sui quali puntano le false notizie a sfondo razziale. Il complottista si identifica con la sua causa e quando la vede minacciata ovviamente vede minacciata la propria persona. Per questo motivo il complottista sposta spesso la questione sul personale. Quando la disinformazione viene messa in discussione attraverso argomentazioni e tesi di fonti ufficiali la contromossa è quasi sempre quella di screditare la fonte o il suo autore come prezzolati o al servizio di qualche fantomatica organizzazione segreta.

Una grande differenza tra le due famiglie di disinformati sta nel fatto che una ha bisogno di un nemico, l’altra di una causa. Se alla prima togli il nemico lei se ne troverà un altro senza troppo sforzo. Nel caso della causa è ben diverso: mettendo in discussione la causa metti in discussione la persona stessa che la porta avanti e quindi scateni una reazione emotiva.

Un altro comportamento facilmente distinguibile è la disarmante elasticità degli strumenti critici. Ad esempio le ricerche della WHO sono corrotte dalla logica del profitto della cause farmaceutiche, mentre i loro oppositori, pur muovendosi secondo i medesimi principi, sono attendibili. La verità è data loro esclusivamente dal fatto che sono oppositori. Se non lo fossero soccomberebbero sotto le stesse argomentazioni usate per perorare la propria causa.

Ancora diverso è il caso del movimento anti gender. In questo caso causa e nemico si incrociano indissolubilmente. Il nemico non è fisico, è bensì una causa inventata per poter dar vita ad una contro causa, una causa alternativa da portare avanti. Il procedimento logico (o forse è meglio dire illogico) è il medesimo. Le fonti ufficiali (il sito del Ministero in questo caso) non hanno peso, sono corrotte ed inaffidabili, ma il blog del mio amico o del cugino di uno che ho visto al bar lo è. Non in quanto tale, solo perché è alternativo e contrario a quello ufficiale corrotto. Poco importa se non si basi su ricerche, studi, dati, fatti e statistiche. Mi rappresenta e quindi è reale.

Ad ognuno il suo complotto 

Potremmo chiamare questo programma La Causa è Servita. La propaganda che infetta il web oggi è una  propaganda cieca che fa leva sul fenomeno ampiamente discusso dell’analfabetismo funzionale. Uno dei comportamenti più comuni di questo tipo di analfabeti consiste nel non saper distinguere tra esperienza personale e dato statistico e dall’incapacità di interpretare la realtà. Alla luce di ciò è chiaro il motivo della loro rapida diffusione su Facebook.