community

È possibile creare una community?

Questa è una domanda quasi filosofica per chi si occupa di marketing.

Ma prima ancora di capire questo dobbiamo capire cos’è una community?

Una community è un insieme rilevante di persone connesse tra di loro che partecipano a conversazioni su argomenti di comune interesse

Quindi non basta che queste persone abbiano un comune interesse, devono essere connesse tra di loro, devono intessere relazioni e creare conversazioni intorno ad un comune interesse. Sul fatto che si debba o meno considerare community un insieme di persone che non si incontrano online è si potrebbe scrivere un libro. La mia opinione è che la distinzione tra online e offline debba avvenire solo in un secondo momento e che quindi la presenza online non debba essere discriminante nella definizione di community. Quindi ci sono tre aspetti da valutare prima di parlare di community:

  1. L’insieme di persone deve essere rilevante. Due persone non fanno una community così come una rondine non fa primavera.
  2. Le persone devono essere connesse tra di loro. Se ognuno di loro pur avendo il medesimo interesse non lo condivide, non comunica con gli altri, allora non si ha la community.
  3. La community crea conversazioni.

Una volta appurato cosa sia una community possiamo provare a rispondere alla domanda: la community si crea o la si intercetta? La risposta a questa domanda può appartenere a due filoni:

  • La tua community esiste già e il lavoro del community manager consiste nell’intercettare le persone che ne fanno parte.
  • La community non esiste di per sé o per lo meno non in forma di community. Quindi in questo caso la community non esiste e va creata.

È chiaro che non sempre ci troviamo a vedere soddisfatti i tre aspetti. Quindi la risposta alla domanda/titolo del post è: sì! Si può creare una community, a patto che sia presente un numero rilevante di persone. Senza persone non si fa nulla (questa è un po’ la regola numero 1 del marketing di tutte le epoche). Se invece le persone ci sono in quantità rilevante il lavoro del community manager consiste nel favorire le conversazioni tra le persone. In quest’ottica il lavoro del Community Manager e le Digital PR vanno assolutamente coordinate. Il lavoro di questi professionisti deve avere un obiettivo preciso: favorire le conversazioni.

concert-923245_1920

La deriva oclocratica del web

Cos’è l’oclocrazia? Ho scoperto questo temine proprio ieri. Secondo wikipedia è una forma degenerativa di democrazia. Il referendum greco è un caso lampante di oclocrazia: in centinaia credevano e probabilmente credono tutt’ora che la Grecia abbia indetto un referendum per rimanere o uscire dall’Euro e dall’Europa.

Ora, senza entrare nel tema Grecia, che a me è servito esclusivamente come casus belli: In cosa consiste la degenerazione oclocratica e come può interessare il social media marketing? La differenza tra oclocrazia e democrazia sta, secondo alcuni, nella mancanza di etica della demagogia  e nel fatto che l’oclocrazia porti ad una trasformazione della forma di governo dittatoriale. Ora, secondo me invece, la differenza sta nella figura e nel ruolo del demos. Il gioco delle parti tra comunità e governo, funziona nel momento in cui il popolo rispetta le proprie competenze delegando a coloro che hanno una preparazione adeguata le decisioni chiave. Nel momento in cui la decisione viene delegata a chi non ha le competenze (e la visione d’insieme necessaria) si ha la deriva demagogica dove la politica travia il popolo. Il popolo rumoroso scavalca la delega data al parlamento ed espressa nel governo, attuando così la deriva oclocratica con la quale il governo si deresponsabilizza.

Ripeto, il caso greco a me interessa esclusivamente come esempio da non seguire nel rapporto con la community online. Quindi, quando la gestione della community è oclocratica? Quando l’opinione degli utenti è manipolata attraverso una visione distorta o incompleta della realtà. Una gestione quindi priva di etica e trasparenza. Alla luce di questo ci troviamo di fronte però una community impreparata o ignorante. È Come in precedenza ho sostenuto che è il demos a fare la differenza, allo stesso modo ora affermo che è la community a farla nel nostro caso. La partecipazione della community può avvenire solo su temi a proposito dei quali le persone coinvolte hanno qualcosa da dire alla luce delle loro competenze.

Il nocciolo della questione è proprio questo:

  1. La community che interpello e con la quale mi relaziono ha le competenze per partecipare attivamente alla mia discussione?
  2. Cosa sto facendo per creare una community più preparata e indipendente, in grado di avere una propria opinione a proposito dei temi che affronto?

Queste sono domande chiave da porsi. Più i temi che affrontiamo sono specifici (prodotti altamente tecnologici, B2B, ambienti dilaverò ad alta specializzazione, etc.) più gli interlocutori devono essere preparati e più lo saranno maggiore sarà il valore della loro partecipazione. Considerare la propria community per quello che è, ovvero un importante stakeholder al pari di soci e dipendenti ha il suo perché nella sfera di influenza che essi possono avere per noi. Ciò significa che come è saggio investire nella formazione dei propri collaboratori, altrettanto è importante (e lungimirante) inserire contenuti formativi per la propria community.

Investire nella formazione della community vuol dire investire nel valore del brand. Sia per la percezione che le persone avranno sia per il frutto di una partecipazione attiva nella conversazione tra il brand e le persone. Al contrario, la sterilità del dialogo sarà indicativa della credibilità del brand stesso.

P.S. a proposito di referendum, in Italia l’articolo 75 della Costituzione non ammette il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

man-700066_1280