Bufale

A chi credere in rete? Dubbi strumenti per sopravvivere alla disinformazione

Proprio qualche giorno fa un’amica su Facebook scriveva:

L’International Agency for Research on Cancer- che ci informa sul pericolo legato al consumo delle carni rosse (quelle bianche fanno bene?) e lavorate- è un’agenzia intergovernativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha sede a Lione in Francia e ha il compito di dare le linee guida sulla classificazione del rischio legato ai tumori di sostanze chimiche e agenti fisici. È cugina di quella che ci invita a vaccinare i bambini.
Nonostante molte scelte io le abbia già fatte, non so mai a chi credere. Armi di distrazioni di massa, leggende con fondo di verità (quanta verità in %?), indicazioni da seguire o burattinai a loro volta manovrati?

Domanda legittima di una mamma che come tutti noi è bombardata di informazioni. Per uscirne con un minimo di tranquillità, nelle ultime settimane, avremmo dovuto essere di volta in volta immunologi, sociologi, educatori, esperti di politica internazionale ed esperti di finanza. La questione è in realtà meno drammatica: nel nostro quotidiano è sufficiente avere spirito critico.

Pur essendo vero che oggi le notizie ci raggiungono anche se non vogliamo, è altrettanto vero che il veicolo grazie al qual ci offriamo a questo bombardamento è lo stesso che ci permette di approfondire eventuali dubbi. Aggiungo che non è neppure il caso di discutere con coloro che vedono nel web il male dei nostri tempi.

Possiamo arrivare alla notizia attraverso tre tipologie di fonte:

  1. la Fonte Primaria, chi ha creato la notizia.
  2. la Fonte Ufficiale Primaria, una fonte ufficiale
  3. la Fonte indipendente, una fonte che di per sé non garantisce la qualità dell’informazioneBlog.009

Il primo caso consiste nel ricevere l’informazione direttamente dalla fonte, da chi l’ha creata (Ad esempio l’OMS, nel caso dell’indagine riguardante la carne lavorata). Molto spesso però la notizia ci arriva dalle fonti 2 o 3, magari grazie alla condivisione della news su Facebook e su Twitter da parte di un amico. Questi link rimandano a testate giornalistiche più o meno credibili, o addirittura a blog indipendenti. Quindi è lecito chiedersi a chi credere e in che misura.

Sicuramente il blog indipendente è la fonte meno autorevole, ma ciò non vuol dire che possa fare ottima informazione. Una notizia o un approfondimento su questo tipo di sito va confrontato e incrociato con altre fonti e va sempre verificata l’autorevolezza dell’autore.

Nel caso di testate giornalistiche il rischio di cadere in informazioni false è decisamente minore, ma non è da escludere a priori. I casi di stimati quotidiani che hanno pubblicato inconsapevolmente delle bufale sono numerosi. Anche in questo caso non va demonizzata l’intera categoria e nemmeno il singolo sito per uno o due scivoloni che ha fatto in quarant’anni di storia. Quando notizie, soprattutto scientifiche, vengono riportate da diverse testate in modi differenti è il caso di verificare la fonte.

Da un punto di vista prettamente logico, dire che ” l’OMS ha detto…” e dire che “Il Corriere della Sera scrive che l’OMS ha detto…” sono affermazioni molto diverse. Cercare la fonte significa visitare il sito dell’OMS e leggere il comunicato ufficiale dell’OMS (o ancora meglio del IARC).

Spesso i comunicati ufficiali sono scritti in maniera tanto fumosa che risulta difficile tradurli, alcune volte non si trovano tradotti nella propria lingua. In questi casi si è quasi obbligati a rifarsi a qualcuno per capire la situazione. Un comportamento sensato in questi casi è cercare l’opinione di personaggi preparati e verificare che non siano in netto contrasto con la loro comunità di riferimento. Se 3 scienziati su 100 non ammettono che la causa del riscaldamento globale sia imputabile all’uomo, è più probabile che sbaglino loro o gli altri 97? A questo proposito guarda il video che ho condiviso la settimana scorsa nel mio post Lo Storytelling del Complotto)

L’atteggiamento che suggerisco serve per muoversi nel mondo dei contenuti online senza che le nostre convinzioni ci guidino verso i risultati che noi stessi vogliamo trovare, cadendo così nel meccanismo comunicativo del complotto. In tal senso è estremamente divertente il brevissimo video che da parecchio gira su youtube a proposito della connessione tra vaccinazioni e autismo nelle ricerca su Google (Just because I have it doesn’t mean it’s true)

Lo storytelling del complotto

Perfino i temi più delicati vengono spesso trattati con un approccio degno di un ultras che difende la propria squadra del cuore. Marco Cattaneo sottolinea in questo articolo il curioso approccio sui social delle diverse parti nei dibattiti più accesi. Un esempio abbastanza triste ne è la discussione nata da questo post di Unicef su Facebook sul tema vaccini.

Quando però la discussione non prende la deriva, è possibile riscontrare un preciso modello narrativo all’interno del cosiddetto complottista. Il protagonista della bufala è il complotto, non la crociata. Senza il complotto non vi è movimento anticomplotto. Senza gender e lobby gay non v’è Movimento Per La Famiglia. Senza Big Pharma non v’è antivaxx. La crociata in sé serve per dare coesione ed identità ad un pubblico in cerca di affermazione, tutti sui social cercano affermazione di sé, non solo i complottisti. Il modello narrativo nasce e si configura come antagonista, alternativo ed in questa sua caratterizzazione fonda la propria ragione di esistere. Ne ho parlato anche ne I non sense della disinformazione.

La questione numerica

Nello stroytelling alternativo uno vale uno. L’idea alternativa vale come l’idea promulgata dagli organi ufficiali. Poco importa se solo 1 medico su 1000 chieda ai ricchi dei vaccini o se quattro scienziati su cento dubitino che la causa del global warming sia l’uomo. Si cerca il dibattito 1/1 mentre si dovrebbe cercare una proporzione. Se su mille medici uno è contrario ai vaccini, chi ascolta la trasmissione in radio o la guarda in TV deve saperlo. Il complotto cerca il racconto paritario dove la comparsa è elevata mediaticamente ad antieroe. Poco importa se a credere ad una buffa teoria complottista sia una piccola minoranza della comunità scientifica. Nel dibattito faccia a faccia questa ragionevole sproporzione è annullata. Questo simpaticissimo video mette in luce questo particolare aspetto nella discussione tra sostenitori e non che il global warming sia causato dall’uomo.

Il punto di vista soggettivo

Lo storytelling del complotto si concentra sull’esperienza personale piuttosto che sul dato di fatto o, quando necessaria, la ricerca scientifica. Il punto di vista soggettivo, nella visione complottista, viene sottolineato con maggiore enfasi del dato oggettivo. La testimonianza di un singolo ha valenza maggiore della ricerca scientifica. Nello storytelling del complotto l’attenzione viene posta sulla vittima del complotto. Il numero viene delegittimato della propria valenza.

Il giudizio emotivo e la partecipazione

Una volta portata l’attenzione del lettore sulla vittima del complotto come principale testimonianza verosimile, il passo è semplice: si cerca l’empatia con il lettore attraverso la sofferenza che la vittima ha vissuto. Stimolare il giudizio emotivo facilitando la vicinanza con la vittima porta il lettore a prendere una posizione etica. In questa fase del racconto il lettore partecipa a tutti gli effetti alla sofferenza, è inserito nella trama, ne diventa parte.

Il nemico nascosto

Alla fine della storia non sempre viene messa un luce la trama ordita dalla lobby segreta. Alcune volte si accenna e basta alla loro esistenza. La cospirazione è velata, ma presente. Questa misteriosa Spektre dei giorni nostri non necessita di essere smascherata. Propria il non saper provarne l’esistenza dimostra l’abilità e l’aver occupato oramai posizioni di potere. L’assenza di prove è in ultima analisi la prova definitiva del complotto.

L’eredità della letteratura e del cinema 

Il modello complottista è collaudato da anni e anni di pratica in letteratura e nel mondo del cinema. Ricordiamo Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1932) Trilogia degli Illuminati di Robert Anton Wilson (1975), oppure 1984 di George Orwell (1949)

Al cinema uno degli esempi più famosi fu Capricorn One (1978), o Quinto Potere (1976). negli anni 80 seguirono lungometraggi come Essi vivono di John Carpenter (1988), negli anni 90 Ipotesi di complotto (1997) e Dark City (1998). The Island di Michael Bay (2005) o Il Codice Da Vinci di Ron Howard (2006) sono già più recenti.

Andare a replicare un modello narrativo del genere vuol dire basarsi su trame già proposte al pubblico e molto apprezzate da una grande fetta di esso. Dal punto di vista narrativo è un’operazione a basso rischio.

Un wallpaper ispirato al film Capricorn One

Un wallpaper ispirato al film Capricorn One

I non sense della disinformazione

I temi che hanno invaso i social network negli ultimi anni sono molteplici: invasione degli immigrati, vaccini, gender hanno scatenato l’inimmaginabile reazione di una parte del web. Cosa si cela dietro a questi fenomeni e cos’hanno in comune? Mentre nel primo caso abbiamo avuto a che fare portali gestiti da forze politiche (imolaoggi.it, etc.) e/o semplici ragazzetti alla ricerca di click facili (senzacensura.eu), nel secondo caso entriamo nella sfera del complotto ordito dalle case farmaceutiche, mentre nel caso del terribile gender ad ordire il complotto sarebbero delle lobbies gay e/o sioniste (a seconda dell’orientamento politico e religioso dell’autore). Per una lista abbastanza completa e aggiornata di questi siti è sufficiente visitare la Black List  preparata da Butac.

Ce n’è per tutti. Ma su cosa si fondano i meccanismi della disinformazione? Da dove partono le bufale e perché attecchiscono così bene?

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Chi verifica le dis-informazioni?

Innanzitutto si parte dal presupposto che l’informazione non verrà verificata. Una fetta consistente degli utenti presenti sul web, e quindi anche della popolazione, non sa riconoscere una fonte presumibilmente attendibile da una dubbia e non usa gli strumenti del web per la ricerca di informazioni.

La battaglia sulla credibilità e attendibilità dei post si combatte commento su commento sui social network. Spesso, soprattutto nel caso della minaccia dell’immigrato, una volta smascherata la bufala il disinformato molla la presa sostenendo che avrebbe comunque potuto essere vera.

Il complotto per affermare se stessi

Nel caso di gender e vaccini la portata emotiva e valoriale è maggiore. Nel momento in cui si entra nel mondo del complotto la portata valoriale aumenta di gran lunga rispetto alla sola rabbia e sconcerto sui quali puntano le false notizie a sfondo razziale. Il complottista si identifica con la sua causa e quando la vede minacciata ovviamente vede minacciata la propria persona. Per questo motivo il complottista sposta spesso la questione sul personale. Quando la disinformazione viene messa in discussione attraverso argomentazioni e tesi di fonti ufficiali la contromossa è quasi sempre quella di screditare la fonte o il suo autore come prezzolati o al servizio di qualche fantomatica organizzazione segreta.

Una grande differenza tra le due famiglie di disinformati sta nel fatto che una ha bisogno di un nemico, l’altra di una causa. Se alla prima togli il nemico lei se ne troverà un altro senza troppo sforzo. Nel caso della causa è ben diverso: mettendo in discussione la causa metti in discussione la persona stessa che la porta avanti e quindi scateni una reazione emotiva.

Un altro comportamento facilmente distinguibile è la disarmante elasticità degli strumenti critici. Ad esempio le ricerche della WHO sono corrotte dalla logica del profitto della cause farmaceutiche, mentre i loro oppositori, pur muovendosi secondo i medesimi principi, sono attendibili. La verità è data loro esclusivamente dal fatto che sono oppositori. Se non lo fossero soccomberebbero sotto le stesse argomentazioni usate per perorare la propria causa.

Ancora diverso è il caso del movimento anti gender. In questo caso causa e nemico si incrociano indissolubilmente. Il nemico non è fisico, è bensì una causa inventata per poter dar vita ad una contro causa, una causa alternativa da portare avanti. Il procedimento logico (o forse è meglio dire illogico) è il medesimo. Le fonti ufficiali (il sito del Ministero in questo caso) non hanno peso, sono corrotte ed inaffidabili, ma il blog del mio amico o del cugino di uno che ho visto al bar lo è. Non in quanto tale, solo perché è alternativo e contrario a quello ufficiale corrotto. Poco importa se non si basi su ricerche, studi, dati, fatti e statistiche. Mi rappresenta e quindi è reale.

Ad ognuno il suo complotto 

Potremmo chiamare questo programma La Causa è Servita. La propaganda che infetta il web oggi è una  propaganda cieca che fa leva sul fenomeno ampiamente discusso dell’analfabetismo funzionale. Uno dei comportamenti più comuni di questo tipo di analfabeti consiste nel non saper distinguere tra esperienza personale e dato statistico e dall’incapacità di interpretare la realtà. Alla luce di ciò è chiaro il motivo della loro rapida diffusione su Facebook.

La scrittura, la natura umana e le capacità cognitive

Al meraviglioso tema dallo storytelling ho dedicato una serie di post e una intera categoria del mio blog. Al tema dell’analfabetismo funzionale solo qualche rapida riflessione come questa. Tra questi due temi, quasi inflazionati al giorno d’oggi, si può creare una correlazione provando a capire quanto intima sia la scrittura nella natura umana.

Uno degli aspetti più curiosi dell’epoca delle bufale è che questa coincida con il periodo storico nel quale è di fatto più facile e veloce trovare informazioni. Oggi che tutti hanno la possibilità di verificare un dato è più facile raccontare balle rispetto a quando non cerano quasi strumenti di ricerca. Paradossale. Questo è un modo di leggere la nostra epoca. Un altro modo è comprendere che gli strumenti per affrontare la minaccia della falsa informazione siano compresenti alla falsa informazione stessa: il web.

Proprio la rete offre gli strumenti necessari ad informarsi, gli strumenti necessari per sbugiardare le cosiddette bufale. Questo perché bufale e analfabetismo funzionale sono strettamente legati. Dove prospera l’analfabetismo, il morbo della bufala attecchisce. Ma in tutto ciò come cosa c’entra lo storytelling?

Tra teoria e pratica
Quando una persona vuole imparare qualcosa sono esclusivamente due le cose da fare:

  1. Studiare
  2. Fare pratica

Se si vuol impara a cucinare è necessario prendere una ricetta e provare a farla, così come per imparare a guidare è necessario studiare il codice della strada e fare le guide necessarie per governare un’automobile. Anche per chi pratica sport funziona così, forse con qualche libro in meno, ma si tratta di imparare una teoria per poi metterla in pratica in allenamento. Il pensiero e la scrittura non fanno differenza se non che tutti noi abbiamo già studiato e imparato a scrivere e a leggere (se così non fosse dovreste avere qualcuno al vostro fianco che vi sta leggendo ad alta voce il mio post). Il nostro problema è la pratica di ciò che abbiamo fatto cinque, dieci, quindici, venti anni fa o forse più seduti dietro un banco a scuola, quando una maestra ci insegnò a leggere e a scrivere.

Scrivere e natura umana 
Scrivere, al contrario di quanto pensino in molti, non è un talento (non nel nostro caso). Non stiamo parlando dell’attività di uno scrittore, non è il caso di chi sta scrivendo un romanzo o di chi comunque ha velleità artistiche. Stiamo parlando di scrivere come atto costitutivo della natura umana. L’essere umano del mondo che ci circonda è naturalmente un animale che legge e scrive. Il 99% delle informazioni che ci arrivano ogni giorno ci arrivano in forma scritta (cartelli stradali, lettere, email, estratti conto della banca, contratti di lavoro, atti notarili, liste della spesa, etc.). La scrittura non è una pratica relegata al mondo degli artisti o degli studiosi. Una volta realizzato che la parola scritta è il veicolo principale di comunicazione nel mondo nel quale viviamo possiamo finalmente farla nostra, riappropriandocene. È una questione di prendere possesso di qualcosa che ci appartiene e avevamo delegato erroneamente ad altri.

La scrittura come medium tra noi e la realtà
La scrittura ci permette di interagire con gli altri, ma sopratutto è la via più veloce per sottoporre il mondo che ci circonda alla nostra attenzione. Quante volte a scuola ci capitava di ripetere ciò che scrivevamo per ricordare meglio i concetti? Scrivere è in un certo senso presentare un nostro pensiero a qualcuno. È uscire da se stessi per vedere una certa cosa (un fatto, un concetto, qualsiasi cosa sia l’oggetto della scrittura) da una prospettiva diversa. In questo senso la scrittura può essere considerata un mezzo attraverso il quale interpretare la realtà. Iniziare a scrivere vuol dire aprire le porte ad una nuova visione del mondo. La naturalità di questo gesto è intrinseca nell’essere umano, è costitutiva del suo approccio alla realtà. Non essere in grado di raccontare un evento o di strutturare per iscritto un concetto è, come appunto nel caso degli analfabeti funzionali, segno di difficoltà cognitive e di una particolare debolezza nell’elaborazione stessa di concetti.

Riconquistiamo il mondo!
Riappropriarci della scrittura vuol dire riappropriarci di uno dei nostri approcci alla realtà più costitutivi ed il primo passo per farlo è iniziare a… leggere! Leggere e scrivere sono attività indispensabili l’una all’altra. Leggere e scrivere sono un modo per rifare nostra la realtà che ci circonda, per tornare a interpretarla.

Le funzioni cognitive sono anche definite:

quelle capacità che ci permettono una corretta interpretazione e gestione delle informazioni. Vale a dire la memoria, l’attenzione, la percezione, il riconoscimento e la comprensione delle informazioni del mondo esterno, la capacità di dare risposte adeguate e di farsi capire con le parole e le azioni, l’orientamento nello spazio e nel tempo

Riappropriarsi del linguaggio scritto ci aiuta a conquistare un’indipendenza cognitiva perduta. Non giriamoci attorno, se credi al primo link che ti trovi su Facebook e quando ti fanno notare che è una bufala rispondi che per quel che ne sai avrebbe potuto anche essere vero, la corretta gestione delle informazioni e il tuo spirito critico sono agonizzanti se non decedute. Le attività di riconoscimento del mondo esterno sono a questo punto un terreno da riconquistare. Come? Leggendo e scrivendo, ma questo lo approfondimento la settimana prossima.

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Social media tra editoria e marketing

Ci sono degli aspetti fondamentali dei social media che hanno richiesto a chi vi opera di acquisire o perfezionare alcune competenze specifiche. Il marketing di oggi si è inevitabilmente scontrato con il mondo della notizia e dell’editoria come luogo della manifestazione della storia.

Un buon social media marketer non può prescindere dalle nozioni base dell’editoria moderna. La stessa editoria ha dovuto fare i conti con questa trasformazione adottando il punto di vista degli utenti del social web per poter intercettare meglio i loro interessi e alle modalità di fruizione della notizia.

Il concetto intorno al quale si vanno a sviluppare le cross competences è appunto quello della notizia. Il lavoro del social media manager si trova spesso a gestire contenuti (senza contenuti non c’è social media marketing) e un modo spesso efficace di gestirli è quello mutuato dal giornalismo. Una notizia può essere concepita come un’informazione diffusa pubblicamente da un giornalista. Ad oggi non sono solo i giornalisti a diffondere informazioni, bensì anche organizzazioni a scopo di lucro e Non Profit.

La quantità di dati recuperabili attraverso il web è tale che perfino nei settori più di nicchia si possono riempire calendari editoriali per mesi senza fare molta fatica. Ciò ha permesso la nascita di Blog di settore e la creazione (e condivisione) di tutta una serie di contenuti interessanti per specifiche communities. Ma noi cosa possiamo imparare dal giornalismo?

Le gestione delle fonti
La selezione delle fonti è alla base del lavoro di chiunque abbia a che fare con l’informazione. Una delle maggiori piaghe del web è infatti la diffusione delle cosiddette bufale. Senza un’accurata selezione e verifica delle fonti si rischia spesso di cadere nel ridicolo e fare la figura dei creduloni (nel migliore dei casi). Se poi lo si fa per lavoro, per un’organizzazione, la questione si ancora più delicata in quanto ne va della reputazione e della credibilità del brand.

Gli strumenti
È necessario avere la padronanza di una serie di strumenti per trovare la notizia, gestirla e condividerla. Tra questi vi sono aggregatori di notizie, i social network e i blog che possono aiutare nella ricerca di informazioni (ne ho parlato anche qui). Altro tipo di competenze sono richieste nella gestione della notizia, nell’utilizzo delle immagini, nella formattazione dei testi e dell’utilizzo degli strumenti di pubblicazione fino a vere e proprie competenze di web writing.

L’Analisi del testo
La capacità di analisi di un testo è un requisito fondamentale per gestire le informazioni e presentarle al meglio. Sia che si tratti di condividere un articolo scritto da altri o si tratti di pubblicare articoli scritti di prima mano è necessario saper leggere ed analizzare un testo andando a identificarne i punti chiave e le argomentazioni. Saper chiedersi quale tipo di contenuto interessi la mia nicchia e come poterlo presentare affinché sia più convincente e professionale sono domande che ogni buon social media manager deve porsi, così come chiunque abbia a che fare con la divulgazione di informazioni, contenuti, notizie verso una comunità definita di persone con interessi, necessità o desideri ben precisi.

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Il web è nostro: teniamolo pulito

Il 26 maggio 2004 il New York Times pubblica un pezzo intitolato The Times and Iraq a firma degli editori dove sostanzialmente si ammette di non aver verificato dovutamente le fonti quando appoggiò la guerra in Iraq per cercare e distruggere le armi di distruzione di massa in mano all’ex dittatore Saddam Hussein.

Sulla colonna di sinistra della pagina web è interessante vedere la classifica degli articoli most emailed. Questo mi ha fatto pensare a quanti sono 11 anni, o meglio quanto lo siano stati questi 11 anni. Il mondo è cambiato. Noi siamo cambiati. Ed è cambiato il modo in cui noi ci raccontiamo filo mondo.

La creazione e la condivisione delle notizie da allora è cambiata molto e non parliamo di un epoca pre-web. Anche allora esistevano blog, siti di notizie o approfondimenti. La partecipazione di non giornalisti al mondo dell’informazione era allora come oggi elevata. Ciò permette a tutti noi di essere un importante ingranaggio nel processo virale della notizia. Gli onori portano oneri e questo vuol dire responsabilità.

Essere parte del processo virale fa sì che in un certo qual modo siamo responsabili di quello che passa attraverso di noi. Se una cosiddetta bufala ti appare in bacheca sono due le possibilità:

  1. Hai degli amici creduloni
  2. Segui delle pagine poco serie

Nel momento in cui ricondividi questo contenuto ti rendi a tuo modo:

  1. Ridicolo e credulone se non addirittura stupido
  2. Responsabile di imbrattare il web con delle scempiaggini

Il web è diventato un luogo di tutti o forse lo è sempre stato. Come il parco che abbiamo sotto casa, o come una sorta immensa riserva naturale all’interno della quale incontrarsi e parlare. L’unica minaccia a questo ecosistema siamo noi e la nostra pochezza nel condividere contenuti (immagini, articoli, video, etc.) con una leggerezza tale da dimostrare la totale inesistenza di spirito critico. La facilità nel premere il pulsante condividi su Facebook non ti deve esimere dall’accendere il cervello e chiederti: è autentica questa notizia? Può interessare alla mia cerchia di amici? Oppure sto insozzando la nostra bella riserva con della vera e propria immondizia?

Il nostro spirito critico è importante nel nostro stare con gli altri soprattutto negli spazi comuni della nostra vita, sia online che offline. Con pochi semplici accorgimenti e senso di partecipazione si può rendere il web un posto migliore e più pulito.

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Scova la bufala: pensa prima di condividere

Ci sono alcune cose che, nell’epoca del social web, dobbiamo dare per assodate:

  1. Chiunque ha accesso alle informazioni, sia come fruitore che come creatore di esse (Prosumer);
  2. Una buona fetta di informazioni che gira sul web è possibile ricondurla in quelle che comunemente si definiscono bufale.

Sia Google che Facebook, hanno apertamente dichiarato guerra alle bufale sul web. Sì, perché le bufale non fanno bene a nessuno (tranne a chi le divulga). La bufala solitamente prende piede sfruttando l’ignoranza digitale degli utenti, andando cioè a colpire i più creduloni, coloro che senza spirito critico accettano ciò che leggono come vero a prescindere.

Esistono comunque degli accorgimenti che possono mettere al sicuro, nella maggioranza dei casi, da brutte figure con gli amici:

1. Verificare la fonte
Andando a leggere la fonte dell’informazione riusciamo a identificare il 99% delle bufale. Se l’unico portale che annuncia il decesso di Angela Lansbury (questa è di alcuni giorni fa) è disgrazie.it forse c’è da chiedersi in che modo questo allegro sitarello abbia anticipato il Corriere, Repubblica, Ansa etc.

In breve, se i maggiori siti non ne parlano, il perché è facilmente immaginabile. Non stiamo parlando certo del New World Order che ci vuole tener nascosto il decesso della simpatica attrice britannica naturalizzata statunitense.

2. Usare Google
Ti sembrerà strano, ma Google funziona benissimo. Prova a digitare “Angela Lansbury è morta” è vedrai subito cosa ne esce. Nel primo screenshot emerge già tra i primi suggerimenti la smentita.

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Segnaliamo ancora avanti ci rendiamo conto che dal 2011 la nota Signora in Giallo ha la pessima abitudine di morire ogni anno.

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3. Il Web è di tutti, non insozzarlo con i tuoi rifiuti
Proprio così, il web, che tu lo voglia o no, è un luogo di condivisione e di incontro, proprio come un parco. E se dal punto di vista legale il tuo sito è tuo soltanto, ciò che rendi pubblico (lo dice la parola stessa) è di tutti. Da un punto di vista etico ogni bufala che fai girare è una cartaccia che abbandoni sui verdi prati del parco pubblico che tutti noi frequentiamo. Come quando cammini per strada cerchi di rispettare regole che prima di essere leggi sono buone norme di comportamento, per il web vale la medesima cosa. Condividi valore, condividi idee, dai a chi ti segue un buon motivo per farlo. È compito degli utenti tenere pulito il web, inizia a farlo anche tu.

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