Star Wars e la mancanza di genuinità

Sii te stesso! A meno che tu non possa essere Batman, in tal caso sii Batman

Questo è il motto che appare sulla T-Shirt di mio figlio acquistata alcuni mesi fa in un negozio H&M qui a Stoccolma. È una t-shirt semplicemente adorabile. Il punto focale però non è Batman, è bensì a meno che tu non possa essere Batman.

Non tutti possono essere quel che vorrebbero essere per il semplice fatto che esiste la genuinità. Il saper essere ciò che si è, con una punta di orgoglio anche, senza dover per forza apparire ciò che alcuni si aspettano.

Uno dei primi valori che un social media manager deve rispettare è la fedeltà allo spirito dell’organizzazione (profit o non profit) che sta rappresentando. Il voler cercare di intromettersi in una conversazione digitale a tutti i costi può essere controproducente. Non dico non sia possibile farlo, dico soltanto che non è facile e che l’utente è meno fesso quanto possiamo immaginare.

Un esempio del fatto che si possa fare e farlo bene è il caso delle Edizioni Paoline e della vignetta di Don Giovanni Berti. Ma, ripeto, è difficile e rischioso. Il rischio principale è che tu vada a tradire il principale comandamento del Social Media Management: sii te stesso! Sii genuino, non voler apparire ciò che non sei perché nella vita online così come in quella offline voler apparire ciò che non sei è quantomeno ridicolo.

Quel esserci a tutti i costi potrebbe non essere una mossa saggia. Forse perché tu non centri nulla con la conversazione in atto sui social (che si tratti di Star Wars o dell’ultima sparata di Eco), forse perché chi ti ama e ti segue oggi, lo fa proprio perché sei così come sei, per il tuo essere lontano dai trend passeggeri, per il tuo essere forse un po’ ingessato. O semplicemente perché il tuo valore non ha bisogno di essere mascherato da Jedi per ottenere l’attenzione della tua community.

Quindi, per favore, prima di voler essere Batman o Darth Vader, accertati di poterlo essere in maniera genuina per non rischiare di apparire come una squallida caricatura.

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A chi credere in rete? Dubbi strumenti per sopravvivere alla disinformazione

Proprio qualche giorno fa un’amica su Facebook scriveva:

L’International Agency for Research on Cancer- che ci informa sul pericolo legato al consumo delle carni rosse (quelle bianche fanno bene?) e lavorate- è un’agenzia intergovernativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha sede a Lione in Francia e ha il compito di dare le linee guida sulla classificazione del rischio legato ai tumori di sostanze chimiche e agenti fisici. È cugina di quella che ci invita a vaccinare i bambini.
Nonostante molte scelte io le abbia già fatte, non so mai a chi credere. Armi di distrazioni di massa, leggende con fondo di verità (quanta verità in %?), indicazioni da seguire o burattinai a loro volta manovrati?

Domanda legittima di una mamma che come tutti noi è bombardata di informazioni. Per uscirne con un minimo di tranquillità, nelle ultime settimane, avremmo dovuto essere di volta in volta immunologi, sociologi, educatori, esperti di politica internazionale ed esperti di finanza. La questione è in realtà meno drammatica: nel nostro quotidiano è sufficiente avere spirito critico.

Pur essendo vero che oggi le notizie ci raggiungono anche se non vogliamo, è altrettanto vero che il veicolo grazie al qual ci offriamo a questo bombardamento è lo stesso che ci permette di approfondire eventuali dubbi. Aggiungo che non è neppure il caso di discutere con coloro che vedono nel web il male dei nostri tempi.

Possiamo arrivare alla notizia attraverso tre tipologie di fonte:

  1. la Fonte Primaria, chi ha creato la notizia.
  2. la Fonte Ufficiale Primaria, una fonte ufficiale
  3. la Fonte indipendente, una fonte che di per sé non garantisce la qualità dell’informazioneBlog.009

Il primo caso consiste nel ricevere l’informazione direttamente dalla fonte, da chi l’ha creata (Ad esempio l’OMS, nel caso dell’indagine riguardante la carne lavorata). Molto spesso però la notizia ci arriva dalle fonti 2 o 3, magari grazie alla condivisione della news su Facebook e su Twitter da parte di un amico. Questi link rimandano a testate giornalistiche più o meno credibili, o addirittura a blog indipendenti. Quindi è lecito chiedersi a chi credere e in che misura.

Sicuramente il blog indipendente è la fonte meno autorevole, ma ciò non vuol dire che possa fare ottima informazione. Una notizia o un approfondimento su questo tipo di sito va confrontato e incrociato con altre fonti e va sempre verificata l’autorevolezza dell’autore.

Nel caso di testate giornalistiche il rischio di cadere in informazioni false è decisamente minore, ma non è da escludere a priori. I casi di stimati quotidiani che hanno pubblicato inconsapevolmente delle bufale sono numerosi. Anche in questo caso non va demonizzata l’intera categoria e nemmeno il singolo sito per uno o due scivoloni che ha fatto in quarant’anni di storia. Quando notizie, soprattutto scientifiche, vengono riportate da diverse testate in modi differenti è il caso di verificare la fonte.

Da un punto di vista prettamente logico, dire che ” l’OMS ha detto…” e dire che “Il Corriere della Sera scrive che l’OMS ha detto…” sono affermazioni molto diverse. Cercare la fonte significa visitare il sito dell’OMS e leggere il comunicato ufficiale dell’OMS (o ancora meglio del IARC).

Spesso i comunicati ufficiali sono scritti in maniera tanto fumosa che risulta difficile tradurli, alcune volte non si trovano tradotti nella propria lingua. In questi casi si è quasi obbligati a rifarsi a qualcuno per capire la situazione. Un comportamento sensato in questi casi è cercare l’opinione di personaggi preparati e verificare che non siano in netto contrasto con la loro comunità di riferimento. Se 3 scienziati su 100 non ammettono che la causa del riscaldamento globale sia imputabile all’uomo, è più probabile che sbaglino loro o gli altri 97? A questo proposito guarda il video che ho condiviso la settimana scorsa nel mio post Lo Storytelling del Complotto)

L’atteggiamento che suggerisco serve per muoversi nel mondo dei contenuti online senza che le nostre convinzioni ci guidino verso i risultati che noi stessi vogliamo trovare, cadendo così nel meccanismo comunicativo del complotto. In tal senso è estremamente divertente il brevissimo video che da parecchio gira su youtube a proposito della connessione tra vaccinazioni e autismo nelle ricerca su Google (Just because I have it doesn’t mean it’s true)

È possibile creare una community?

Questa è una domanda quasi filosofica per chi si occupa di marketing.

Ma prima ancora di capire questo dobbiamo capire cos’è una community?

Una community è un insieme rilevante di persone connesse tra di loro che partecipano a conversazioni su argomenti di comune interesse

Quindi non basta che queste persone abbiano un comune interesse, devono essere connesse tra di loro, devono intessere relazioni e creare conversazioni intorno ad un comune interesse. Sul fatto che si debba o meno considerare community un insieme di persone che non si incontrano online è si potrebbe scrivere un libro. La mia opinione è che la distinzione tra online e offline debba avvenire solo in un secondo momento e che quindi la presenza online non debba essere discriminante nella definizione di community. Quindi ci sono tre aspetti da valutare prima di parlare di community:

  1. L’insieme di persone deve essere rilevante. Due persone non fanno una community così come una rondine non fa primavera.
  2. Le persone devono essere connesse tra di loro. Se ognuno di loro pur avendo il medesimo interesse non lo condivide, non comunica con gli altri, allora non si ha la community.
  3. La community crea conversazioni.

Una volta appurato cosa sia una community possiamo provare a rispondere alla domanda: la community si crea o la si intercetta? La risposta a questa domanda può appartenere a due filoni:

  • La tua community esiste già e il lavoro del community manager consiste nell’intercettare le persone che ne fanno parte.
  • La community non esiste di per sé o per lo meno non in forma di community. Quindi in questo caso la community non esiste e va creata.

È chiaro che non sempre ci troviamo a vedere soddisfatti i tre aspetti. Quindi la risposta alla domanda/titolo del post è: sì! Si può creare una community, a patto che sia presente un numero rilevante di persone. Senza persone non si fa nulla (questa è un po’ la regola numero 1 del marketing di tutte le epoche). Se invece le persone ci sono in quantità rilevante il lavoro del community manager consiste nel favorire le conversazioni tra le persone. In quest’ottica il lavoro del Community Manager e le Digital PR vanno assolutamente coordinate. Il lavoro di questi professionisti deve avere un obiettivo preciso: favorire le conversazioni.

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Come si prepara il foglio attività?

In più di un’occasione ho scritto a proposito degli strumenti migliori per comunicare e coordinarsi all’interno di un team. Il foglio attività è uno strumento utile per chi lavora in team, soprattutto quando i team sono, come spesso accade oggi, composti da professionisti localizzati anche a decine di chilometri (o centinaia nel mio caso).

Un foglio attività di questo tipo va aggiornato settimanalmente, ma si possono fare eccezioni sulla base del carico di lavoro. Ci si può trovare il lunedì mattina per pianificare la settimana appena iniziata o il venerdì pomeriggio per pianificare quella successiva. Si tratta di una riunione, quindi si affronta in team e le singole attività vanno concordate tra responsabile del team e responsabile dell’attività. Non ha senso farlo se devono essere attività imposte dal responsabile del team.

Come ogni incontro che non sia un workshop con obiettivi specifici, pure questo tipo di incontri non deve durare più di 1 ora. Se il team è molto numeroso si può valutare di dedicare un’incontro per ogni gruppo di 2 o 3 membri. In questi casi esistono molte alternative da provare. Non spaventatevi se i primi incontri non vanno come previsto, ci vogliono un paio di mesi per ingranare.

Il foglio attività può un semplice a4 (anche più di uno) suddiviso in righe e colonne

Le righe

Ogni riga corrisponde ad una attività. La cosa più difficile per chi non ha una formazione in materia organizzativa o di management è far capire cosa sia un’attività.

Ad esempio esportare il prodotto x in Canada non è un’attività, è un progetto. Gestire il sito e i canali social non è un’attività, è una mansione. Contattare l’export manager Tizio per preparare l’offerta da presentare al nostro possibile cliente canadese è un’attività. Preparare una bozza di offerta da discutere con l’Export manager Tizio durante la telefonata è un’attività. Scrivere il post da pubblicare giovedì sul blog del cliente è un’attività. Un’attività consiste in una serie di azioni volte ad uno scopo.

Le colonne

Io ero solito utilizzare 4 colonne (da destra a sinistra)

  1. Progetto/Area di Lavoro
  2. Attività
  3. Responsabile
  4. Scadenza

Per chi lavora a progetto è forse più facile compilare la prima colonna. va da sé che per ogni progetto si possono avere più righe. Per chi non lavora a progetto è necessario capire che tipo di suddivisione del lavoro attuare. Quella per aree di lavoro è quella che preferisco.

L’Attività va descritta in maniera chiara e inequivocabile, e affidata ad un Responsabile che dovrà portarla a termine entro una Scadenza. Senza identificare responsabili e scadenze non si parla di management, sia ben chiaro. Ogni attività va inserita in un contesto temporale, che nel mio caso è la settimana. Trovo inutile inserire nel foglio attività della settimana 42-2015 un’attività che va svolta entro la settimana 23-2016.

Quando si parla di attività organizzative è necessario capire quali benefici portano. In molti casi la risposta è che è una perdita di tempo. Oltre al fatto che questa NON è una risposta razionale, bisogna comunque rendere conto di quali strumenti alternativi vengono messi in campo. I vantaggi indiscutibili di una gestione di questo tipo sono:

  1. Si ha un contatto razionale con il team. Razionale significa che ha avviene in luoghi e momenti preposti al coordinamento e non in pausa caffè.
  2. Il team leader ha un contatto frequente senza però rubare troppo spazio all’operatività (1 ora alla settimana costituisce il 2,5% del tempo lavorativo settimanale).
  3. Il team leader sa precisamente quali membri del team sono sovraccarichi e quali invece hanno poche mansioni. Si ha una visione chiara e razionale del volume di lavoro del team.
  4. I membri del team hanno settimanalmente una panoramica chiara di quelle che sono le attività da svolgere. Sanno quanti e quali attività viene chieste loro di svolgere.
  5. L’operato dei membri del team è misurabile razionalmente.

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Tu sai preparare una riunione?

Alcune settimane fa leggevo di un confronto tra il numero di riunioni che contraddistinguono la vita del manager italiano da quello (molto mitizzato) del suo collega d’oltreoceano.

Ciò che mi fa sempre un po’ ridere è la superficialità di alcune analisi. Non è il dato quantitativo a fare la differenza, bensì quello qualitativo. Non è il numero di riunioni a fare la differenza, bensì la qualità della riunione e più precisamente il saper gestire queste tre variabili:

  1. Perché
  2. Quando
  3. Come

Se sai gestire questi tre aspetti sarà difficile perdere tempo organizzando riunioni o perderlo perché non si è saputo organizzarle.

Perché organizzare una riunione?

Se non sai il motivo per il quale stai organizzando una riunione credo che il problema sia chiaro. Ogni riunione deve avere un perché, un motivo che spinge a riunire delle persone portandole via temporaneamente alla propria operatività quotidiana. È necessario sapersi fissare un obiettivo specificandolo nell’invito ai partecipanti e ricordandolo all’inizio dell’incontro.

I professionisti si riuniscono per acquisire e/o condividere informazioni che possono aiutare il proprio o il lavoro del team.

Una riunione può avere molti obiettivi. Ad esempio un incontro per raccogliere idee al fine di strutturare un progetto si svolgerà sotto forma di brain-storming e avrà come obiettivo quello di raccogliere idee e proposte. Diversamente un workshop avrà come obiettivo quello di far acquisire competenze e conoscenze ai partecipanti. Una riunione di coordinamento avrà l’obiettivo di stabilire lo stato avanzamento lavori delle attività di un team e magari di fissare gli le attività future. Una presentazione dovrà invece essere una comunicazione di una o più informazioni da una parte (il presentatore) all’altra (la platea).

Esistono molti tipi di incontri che noi chiamiamo semplicemente riunione, e ognuno di questi deve avere tassativamente un obiettivo ben preciso. Se così non fosse stai facendo qualcosa senza motivo e ciò, nel management è quantomeno problematico.

Quando organizzare una riunione?

Non esiste una regola a proposito, ma sia i team di progetto che team di processo dovrebbero avere dei momenti di confronto abbastanza frequenti (settimanalmente, ogni quindici giorni o una volta al mese). Nel caso di lavoro a progetto esistono le milestones che offrono un’ottima opportunità. Oltre alle riunione routinarie (termine orribile, spero mi perdonerai) esistono quelle stra-ordinarie come quelle per gestire una crisi inaspettata o su come cavalcare un evento di attualità imprevisto a proprio favore.

Come organizzare una riunione?

Ci sono degli accorgimenti che vanno presi nell’organizzare ogni riunione. Ad esempio:

  1. Condividere la tipologia di riunione e il tipo di coinvolgimento che si richiede ad ogni singolo partecipante
  2. Il motivo per il quale si è organizzata e per il quale si sono invitate le singole persone
  3. Un orario di inizio e uno di fine
  4. Un ordine del giorno
  5. Info e documenti (analisi, dati, report) richiesti da ognuno dei presenti

Questo per fare sì che ogni partecipante arrivi a proprio agio, con le idee chiare sul perché ci si riunisce e arrivi preparato con dati e numeri (e non sensazioni) sugli argomenti di cui si discuterà se ci sarà una discussione.

Anche quando chi partecipa non ha una parte attiva nell’incontro, come può essere ad esempio nel caso di una presentazione, è importante che venga messo sempre a proprio agio. Nell’ottica del marketing interno il partecipante alla riunione è un cliente, dobbiamo ottenere il massimo dalla sua partecipazione, che sia la comprensione del messaggio che vogliamo lanciare o che sia un’idea vincente per l’azienda. Avere chiaro in testa l’obiettivo della riunione, condividerlo e pensare a ottenere il meglio dai partecipanti è il principale dovere di chi organizza un’incontro, a tutti i livelli. Un team che non abbia cura dei propri membri non riuscirà a raggiungere il massimo risultato.

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Gli alibi e le discussioni che fanno perdere tempo

Esistono momenti, nella vita del manager quanto in quella dell’atleta (seppur amatore) dove bisogna saper evitare le discussioni inutili e andare dritti verso il traguardo. La discussione è un momento decisivo per il successo di un progetto o un impresa se e solo se affrontata nel momento giusto e con lo spirito giusto. Ogni discussione che non sia in fase di analisi iniziale, all’interno di un workshop o durante l’analisi al raggiungimento di una milestone è molto probabilmente una perdita di tempo, un alibi o nel peggiore dei casi un sabotaggio.

Il problema è che discutere ha un prezzo: il tempo. Ed il tempo è probabilmente la risorsa più importante che hai, di conseguenza quella che non puoi permetterti di perdere. Sei sicuro di voler cedere il tuo tempo al vortice della discussione? Ci sono argomenti dei quali è abbastanza stupido parlare e altri che vanno invece discussi con tempismo. Esatto, ci sono cose troppo stupide o inutili per le quali discutere. Se le riunioni alle quali partecipi durano più di un’ora (e non sono workshop) probabilmente stai già buttando via il tuo tempo.

La discussione è uno degli alibi preferiti di chi non vuole tornare a lavorare. Tutti abbiamo avuto un collega che tira la riunione per le lunghe con domande auto riferite o critiche viziate da onanismo professionale. Che tu sia un runner o un manager devi essere bravo a prendere la mira (goal setting) all’inizio del progetto e per farlo bene serve un’analisi puntuale che può essere arricchita da confronti e discussioni. Successivamente sono altre le attività che richiedono attenzione ed energie. Saper zittire voci esterne o interne inopportune è l’unica maniera di focalizzarsi sull’unica cosa che in alcuni momenti devi fare: correre!

La discussione, se fuori posto, è quell’attraente alternativa, divertissement, al rimanere nel flusso: quello stato di coscienza nel quale una persona è talmente immersa in un’attività tanto da esserne coinvolta totalmente. In questo stato la focalizzazione sull’attività è talmente intensa che la performance è ottimale. Esistono diversi fattori che contraddistinguono l’esperienza del flusso (Flow), eccone alcuni:

  1. avere chiari obiettivi
  2. essere focalizzati sull’attività
  3. la perdita dell’autoconsapevolezza e del senso di sé
  4. distorsione nella percezione del tempo
  5. motivazioni intrinseca massima
  6. senso di controllo
  7. piacere intrinseco

Questo stato, conosciuto anche tra gli sportivi come la zona oppure l’esperienza ottimale permette all’atleta di avere una prestazione massimale e uno stato d’animo positivo ed è intimamente connesso con la capacità di focalizzare la propria motivazione. Quando cedi al diversivo della discussione sappi che stai rinunciando a questo. Come un corridore che passa più tempo a decidere la tipologia di allenamento che a correre.

Quando la discussione assume la forma dello storytelling nella ricerca dell’alibi si parla di autosabotaggio. Se avviene in team il danno è esponenziale. Di questo tipo di atteggiamento ne ho parlato nel mio post di luglio Superare l’autosabotaggio con la ristrutturazione cognitiva. Sta di fatto che dobbiamo fare economia. Di tempo e di energie.

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Lo stakeholder nel circolo relazionale

Il tema della relazione con l’utente era al centro del mio posto di ottobre intitolato Alla ricerca della relazione. Partivo dalla prima tesi del Cluetrain Manifesto per arrivare alla strategia sul web. Ciò che mi spinge a tornare sul tema è un passo di Valerio Meandri nel suo Manuale di fundraising.

Fundraising significa costruire relazioni che permettano a delle persone (i donatori) di aiutare altre persone (chi è servito dall’organizzazione nonprofit) attraverso certe persone (i fundraisers)

Non sono un fundraiser, mi piace semplicemente leggere ed informarmi a riguardo e devo ammettere che questo approccio poco affaristico come lo definisce Meandri mi piace molto. Nella sua versione Profit questa triade ha una forma diversa. I tre attori sono:

  1. Community
  2. Azienda
  3. Stakeholders

Non contemplare i portatori di interessi nel proprio modello di business è un grave errore, anche se (lo concedo) la categoria degli stakeholders è trasversale e non comprende un insieme di persone separato dagli altri due.

La figura dello stakeholder è spesso erroneamente attribuita esclusivamente all’azionista. I portatori di interesse sono coloro che hanno una qualche influenza nell’attività in questione. Prendiamo per esempio l’azienda, gli stakeholders saranno:

  1. Clienti
  2. Fornitori
  3. Dipendenti e Collaboratori
  4. Azionisti e finanziatori (Shareholders)
  5. Enti ed istituzioni
  6. Residenti delle aree limitrofe all’azienda (la comunità)

Dimenticarsi che con ognuno di loro si deve instaurare una relazione diversa e declinare la comunicazione nella maniera più opportuna potrebbe essere un grave errore.

Il portatore di interesse è sempre una persona e come tale, anche per il ruolo che ricopre, va affrontata. Creare la relazione strutturata e razionale con ognuna di queste forze vuol dire dare al dialogo:

  1. un luogo
  2. una scadenza periodica
  3. un tono di voce
  4. dei contenuti di comune interesse inseriti in un quadro con obiettivi chiari e condivisi

Una Social Media Strategy evoluta non può fare a meno di considerare questo aspetto della complessa vita delle organizzazioni. Ogni organizzazione viva si relaziona con più di una community.

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I contenuti si producono?

Una delle più controverse questioni relativamente al web sta proprio nell’utilizzo di alcuni termini piuttosto che altri. Ho riflettuto a lungo sulla scelta di termini come produzione di contenuti nel caso di articoli per un blog o un qualsiasi sito, ma alla fine fine mi sono chiesto: perché mai non dovrebbe essere così?

Una domanda simile me la sono posta a metà febbraio in Storytelling: arte o artigianato? prendendo spunto da una citazione di Erik Spiekermann. In quest’ottica e premesso (Spoiler) che io non mi reputo un artista, la risposta è scontata. I content manager oggi sono i nuovi (ce ne dovrebbero essere anche di vecchi?) artigiani. Il concetto stesso di artigianato non è mutato. È mutato il raggio d’azione dell’artigianato e l’impatto che ha nelle organizzazioni.

Il pregiudizio alla base della riflessione sono effettivamente due. Il primo sta nel limitare il concetto di artigianato alla produzione fisica e al lavoro manuale. Il secondo sta nell’appioppare ad attività come il disegno o la scrittura esclusivamente finalità artistiche. E non stiamo neppure parlando di fraintendimenti nell’epoca del web. Negli anni 70 non scrivevamo lettere per i propri stakeholders? Sicuramente allora la mole di contenuti non era la stessa di oggi. Non solo non esisteva internet, non erano nemmeno diffusi i computer come oggi li conosciamo.

Sono cambiati gli strumenti, e con loro l’impatto quantitativo e la penetrazione che il content management ha nella vita delle organizzazioni

Ma il succo del discorso non cambia. Quindi perché scrittura e disegno non possono essere considerate come attività anche al di fuori della loro declinazione artistica? Come tra i fabbri alcuni possono essere definiti artisti, mentre molti sono artigiani, il medesimo approccio va riservato al web writer.

È in ogni caso più difficile trovare dei limiti definiti al concetto di arte piuttosto che a quello di artigianato, all’interno del quale non possiamo escludere queste (non) nuove professioni.

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Da Maslow a Gianni Morandi

Il nostro bisogno di affermare la nostra identità è assolutamente coerente con il periodo storico di benessere che stiamo vivendo. Lo psicologo statunitense Abraham Maslow teorizzò attraverso la sua famosa Piramide (di Maslow, appunto) una gerarchia dei bisogni umani a partire da quelli fisiologici (alla base della piramide) fino a quelli legati all’autorealizzazione (ovviamente al top della piramide), passando per bisogno di sicurezza, appartenenza, stima etc.

Fonte: Wikipedia

Fonte: Wikipedia

Il successo dei social network è dovuto in buona parte a questo aspetto dell’essere umano. Una società come la nostra, nella quale i bisogni basilari sono soddisfatti ampiamente, vengono percepiti spesso come impellenti i bisogni delle categorie gerarchicamente superiori. I social hanno permesso di soddisfare con estrema facilità questo nostro aspetto, questo desiderio di comunicare ad altri (e un po’ anche a noi, che abbiamo sempre bisogno di convincerci di essere o di appartenere a qualcosa) cosa siamo. Ho usto la parola cosa anziché chi per un motivo ben preciso.

Dal nobile #JesuisCharlie ai più recenti #iostoconvale o #iostocongianni (potremmo citarne a decine) abbiamo assistito e magari partecipato ad una serie di prese di posizione più o meno sensate. In ogni caso tutte atte a urlare al mondo che noi siamo così, condividiamo un certo tipo di valore, vediamo il mondo in un certo modo. In alcuni casi abbiamo usato hashtag, in altri una particolare immagine di profilo. Bellissima quella lanciata da Facebook dopo la storica sentenza della Corte Suprema statunitense sulla dignità costituzionale del matrimonio omosessuale.

Poco importa che la sentenza non abbia valore in Italia (non ancora e non direttamente), io mi rivedo in quei valori di accettazione della diversità e lo voglio urlare ai quattro venti. Siamo fatti così. Ogni volta che condividiamo un video su Facebook non lo facciamo perché lo stiamo effettivamente ascoltando/vedendo, bensì perché vogliamo comunicare ai nostri amici che quel gruppo o canzone ci identifica. Così come negli anni 80-90 alcuni di noi vestivano il chiodo o le t-shirt degli Slayer, mentre altri calzavano le Clark sotto ai pantaloni a zampa d’elefante, per non parlare dei paninari con il Winchester al polso e la cintura di El Charro.

Il stato della viralità si raggiunge grazie alla condivisione, che è spesso affermazione di appartenenza. Questo l’hanno capito bene molti brand già prima dell’avvento dei social perché è un fenomeno naturale. Ciò che negli ultimi anni è cambiato è  stato l’approccio di chi era abituato alle dinamiche della comunicazione tradizionale. Molti soggetti hanno sofferto di ansia da pubblicazione. In un mondo dove Content is King ci si è lanciati, spesso avventatamente, ci si è lanciati nella produzione senza pudore di contenuti (qualcuno li chiama oggetti sociali).

Il nostro bisogno di condividere è così forte, impellente, che viene attivato anche con contenuti meno nobili di #JeSuisCharlie. Alcuni articoli pubblicati da testate giornalistiche ormai passate al mondo del gossip, riescono ad attivare un pubblico che non può fare ameno di manifestare la propria posizione anche nei confronti di un presunto social media manager dietro il successo social di Gianni Morandi. Dobbiamo stare da una parte o dall’altra, non esiste il grigio: la nostra identità sembra essere minacciata da questi grigi. Questa è la deriva del web, il suo lato oscuro stando in tema Star Wars. L’esagerazione nell’affermare un’identità che diventa carattere, macchietta.

Il tempo e il cambiamento

Riccardo Scandellari scrive

L’inclinazione naturale di una persona a far bene una certa attività, potrebbe, in questo momento storico, non essere il fattore determinante ai fini del raggiungimento dei propri obiettivi

Il rapido cambiamento che stiamo vivendo e di fronte al quale vediamo molti capitolare, sta valorizzando la versatilità, e lo farà sempre di più. Versatilità intesa come capacità di agire/reagire in maniera diversa alle situazioni.

Ricordo che nelle presentazioni che preparavo nel 2007-2008 chiudevo sempre i miei interventi con una citazione di Jean Paul Getty

In times of rapid changes your experience could be your worst enemy

Negli anni abbiamo capito che coloro che ci parlavano di Change Management non si riferivano ad un insieme di competenze da mettere in campo negli anni della crisi, bensì di una predisposizione al cambiamento da acquisire nel nostro patrimonio genetico professionale. A proposito di change management ti consiglio il mio post di luglio L’irreversibile magia del cambiamento.

Il grande insegnamento degli ultimi anni è stato proprio questo: non esistono strutture universalmente efficaci. Essere versatili vuol dire saper applicare una diversa struttura ad ogni diversa situazione. La versatilità di cui parla Skande vive di competenze, di continua ricerca e formazione. Il modo in cui viviamo il mondo che ci circonda va a sua volta ri-strutturato attraverso filtri cognitivi diversi.

Proprio alcuni giorni fa leggevo su LinkedIn Pulse un articolo intitolato The Business of a CEO is not to do Business. Si tratta oggi di orientare le proprie competenze verso la forma dei problemi. Un’organizzazione che non sappia mutare di fronte al variare dell’ambiente in cui vive è destinata a soccombere, è solo una questione di tempo. La figura dell’imprenditore oggi più di ieri è legata all’immagine del coach che scende in campo per segnare, ma mette in atto la formazione e gli schemi migliori che portano la squadra a segnare.

Il tuo futuro, e di chi ti circonda se sei a capo di un’organizzazione, lo decidi ora grazie a:

  1. Competenze
  2. Resilienza
  3. Curiosità

Investire tempo ed energie per ampliare, affinare e accrescere queste tre componenti della tua vita è l’unico modo per creare la tua competitività futura.

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