Storytelling: narrazioni d’impresa

Dalla narrazione del mito, fino alle attività di moderno Corporate Storytelling. Cosa accomuna questa tradizione narrativa? Perché è nella narrazione che l’uomo si scopre individuo? Come, nel moderno e ipercompetitivo mercato, le organizzazioni possono trovare un alleato in questo?

Personal DeBranding da LinkedIn a Facebook e ritorno

Da diverso tempo si parla di erroneamente di Facebook come del nuovo LinkedIn.
Questo per due motivi:

  1. Il maggior popolamento del social di Zuckerberg
  2. La maggior confidenza con Facebook di utenti con profilo professionale medio basso

è vero che in tutta Europa LinkedIn ha meno utenti attivi di quanti ne abbia Facebook in Italia, ma va pur detto che impostare una strategia di Personal Branding (o Debranding come piace a me) sul principio di “questo social è meglio dell’altro” può solo nuocerti.

Il concetto di Personal Branding si basa sul farsi notare (nel nostro caso online) per le proprie capacità e competenze. In quest’ottica va impostata una strategia che unisca anziché dividere gli approcci. La mossa vincente sta nel coordinare differenti approcci in una strategia più ampia che racchiuda al proprio interno azioni diversificate.

Per un approccio pratico, non è vincente scegliere un social anziché un altro. È vincente capire cosa condividere e come presentarsi in maniera diversa su piattaforme diverse usando linguaggi diversi, il tutto coerentemente con la community con la quale ci si interfaccia, ma mantenendo la nostra identità.

Sull’approccio coerente alla community si potrebbe scrivere un libro. Ogni luogo è popolato da persone diverse con caratteristiche diverse e costumi diversi. In palestra non ci alleniamo in giacca e cravatta e in riunione probabilmente non ci presentiamo in bermuda e flip flop. Proprio qui si innesca il meccanismo polifonico del quale però scriverò la settimana prossima.

Differenti luoghi virtuali, differenti persone, differenti approcci. Il concetto che vorrei passarti oggi è proprio quello di non mettere in conflitto le piattaforme, ma permetti loro di farti esprimere sotto più punti di vista. La necessità di non potersi uniformare non va vista come un limite, bensì come un’occasione di esprimere la nostra identità di professionisti sotto diverse forme. Dal punto di vista narrativo immaginiamo di raccontarci, mettendoci però di volta in volta nei panni di persone diverse.

A questo punto non ti rimane che pianificare la tua presenza sul web. Secondo Riccardo Esposito per farlo bene è necessario avere un blog con dominio proprietario innanzitutto e io sono d’accordo. In secondo luogo, aggiungo, vanno selezionati alcuni social. Per capire quali basti chiedersi dove si trovano online le persone che più potrebbero essere interessate a noi. Una volta identificati i diversi social il gioco sta nel capire come comunicare su ogni singola piattaforma. Lascia che siano le differenze tra queste piattaforme a tirare fuori il meglio di ciò che hai da dire.

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Debranding: non diventare un Brand, resta una persona

Uno degli effetti della Social Web Revolution, avvenuta grazie all’avvento dei social network e del web 2.0, è l’aver dato visibilità a decine se non centinaia di Freelance che hanno potuto mettere in mostra le proprie competenze e creare intorno a sé piccole o grandi community di interessati.

L’errore fondamentale nel quale molti guru sono incappati è quello di confondere il ruolo del narratore e del protagonista nel corporate storytelling di grandi aziende e professionisti. Si tratta di un errore per lo più formale e non certo sostanziale, ma ci tengo a sottolineare la differenza tra i due aspetti.

La forza del web è l’abbattimento (quasi totale) delle barriere tra i piccoli professionisti e le loro comunità, quelli che una volta avremo chiamato segmenti di mercato. La comunicazione era qualcosa presidiata principalmente da grandi Brand verso il mercato di massa (Mass Market, che a parer mio è astrazione vera e propria). Ad oggi ogni piccolo professionista può trovare online un gruppo più o meno ristretto di colleghi e potenziali clienti interessati alle sue competenze (nicchie).

Il trend, in molti casi, è stato quello di suggerire a questi professionisti di diventare un Brand, quando a parer mio la soluzione sta nel muoversi nella direzione opposta. In breve sostengo che non è il professionista a doversi trasformare in Brand, è il Brand a doversi trasformare in persona. Debrandizzare vuol dire in questo caso diventare persona e co-protagonista della storia, oltre che narratore. Vuol dire scendere dal piedistallo e parlare con le persone, trovare una relazione alla pari (nei limiti del possibile) con le persone che ci stanno intorno.

Nell’immaginario popolare, ma anche in realtà se ben vogliamo vedere, l’azienda da più sicurezza al cliente per quanto riguarda presenza di competenze e solidità. In questo caso è sicuramente il Freelance che deve imparare a comunicare se stesso come punto di riferimento, professionista preparato, flessibile e presente. Ma nella ricerca dell’immagine da dare è vero il contrario.

Il professionista sul mercato non dovrà mai e poi mai abbandonare il suo essere persona per essere un Brand. Il trend sempre più evidente dei grandi Brand evoluti è infatti quello di avere un tono confidenziale e personale con i propri utenti e con i concorrenti stessi (avete presente le chiacchierate amichevoli tra Ceres e Carlsberg su Facebook?).

La ricerca di una dimensione personale non deve farsi sovrastare dalla staticità del Brand, il quale è pur sempre un marchio, un qualcosa apposto e statico per definizione. Il marchio è un qualcosa che si frappone tra le persone che lavorano per l’azienda e gli utenti con i quali si vogliono relazionare. Se gli sforzi dei grandi Brand evoluti vanno nella direzione di debrandizzare se stessi, perché il piccolo professionista (già debrandizzato) dovrebbe incorrere in questo errore?

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Lo Storytelling come struttura relazionale

La domanda chiave della storia del pensiero occidentale è quelle ereditata da Socrate: cos’è?

Nel percorso che abbiamo fatto insieme finora, anche se con qualche pausa, la domanda chiave non ce la siamo ancora posta, almeno non esplicitamente. Con il post di oggi vorrei provare a dare una prima definizione prospettica, quindi non esaustiva, del nostro tema preferito.

Cos’è lo Storytelling?
Andrea Fontana, uno dei massimi conoscitori italiani di Corporate Storytelling, lo inquadra come un approccio conoscitivo al mondo. Un modo di vedere le cose. La mia visione parte dalle riflessioni, profonde, di Fontana.

Lo storytelling è ormai persuasivo della vita umana, sia la nostra vita personale che quella di lavoro, perché la nostra realtà ha una struttura discorsiva. Ma lo storytelling non è solo un raccontare storie. È molto di più. È una disciplina e un metodo di lavoro.

Lo Storytelling, sia nella sua accezione letteraria sia in quella aziendale o corporate, è una struttura interpretativa della realtà. Non dimentichiamo che il mito, la forma di sapere più antica che l’uomo abbia mai conosciuto si esplica attraversi il racconto proprio per la natura disvelante (direbbe Heidegger) che altri tipi di indagine, come quella scientifica, non hanno.

Nel mito, nel racconto mitico, la verità si svela attraverso un processo dinamico. Il raccontare è un atto che racchiude un approccio conoscitivo particolare, un approccio/struttura che ci permette di accedere alla conoscenza in modo graduale e dinamico.

Ma nel racconto non siamo noi che conosciamo qual-cosa. Nella struttura narrativa il conosciuto si mostra tra una persona che narra (narratore) è una persona che ascolta (narratario). Nel racconto si crea una relazione e ciò ha potuto portare un atto fondante dell’essere umano all’attenzione del marketing e del modo di fare azienda.

Le organizzazioni, e il mondo corporate, si sono umanizzate e avvicinate sempre più alle persone che orbitavano intorno ad esse, i cosiddetti stakeholders. In questo processo di umanizzazione i rapporti tra azienda e pubblico si sono trasformati in conversazioni (Cluetrain Manifesto) in vere e proprie relazioni.

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Storytelling: arte o artigianato?

Alla base del mio lavoro c’è la scrittura. Volendo ridurre la mia attività quotidiana ai minimi termini si potrebbe dire che mi pagano per scrivere. Che siano post su Facebook, tweet su Twitter, o delle news su un sito poco importa. Scrivo per creare attenzione sulle più diverse tematiche e per invogliare il lettore a compiere delle determinate azioni (le cosiddette call to action).

Che differenza c’è allora tra me e uno scrittore? Diverse settimane fa Onice Design scrisse un post dedicato ad Erik Spiekermann. Del corposo post di Stefano Torregrossa mi colpì il titolo, ripreso poi verso la fine dell’articolo:

Invece per un designer è una cosa buona avere limiti, ostacoli, costrizioni, obblighi – clienti, budget, tempo, audience, formati, regole. Perché senza di questi non sei più un designer, sei un artista. Sono questi limiti ad insegnarti ad essere un vero designer: perché non è importante solo arrivare al massimo livello di qualità e dettaglio. È anche importante finire il lavoro in tempo, andare a casa, magari fermarti un po’ prima perché devi pulire la bottega

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Ecco il nocciolo della questione: avere obblighi, ostacoli, restrizioni! Questo vuol dire essere artigiani, non artisti. Il nostro ruolo è di affiancare un’impresa nel perseguire gli obiettivi che essa si pone. Affiancarci ad essa vuol dire consigliare, supervisionare, ma soprattutto mettere impegno, tempo e competenze al servizio di chi ci da lavoro.

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Lo scopo ultimo di un’azienda qual è? Fare utile e creare valore, che piaccia o non piaccia. Il nostro dovere è creare valore intorno a ciò che l’azienda è e vuole ottenere. Lo storytebler è un artigiano ossessionato dalla raccontabilità (perdonatemi l’orrore) degli eventi. Lo storyteller non è un artista, non necessariamente. Lo storyteller è un incontro di competenze umanistiche ed economiche, perché non si può fare questo lavoro senza avere delle conoscenze approfondite di marketing o senza saper scrivere.

Essere storyteller significa svegliarsi al mattino e coricarsi la sera vivendo costantemente in tensione fra due mondi diversi, seppur comunicanti. Le tipiche professioni del web hanno questa caratterista, sono un luogo di incontro tra competenze permeabili, dialoganti e in divenire. Nel mondo del narratore d’impresa gli interessi dell’organizzazione sono i propri e in quanto professionisti si è sottoposti alle leggi di mercato. Quello che non ci rende liberi di svegliarci di mattina per scrivere ciò che ci passa per la testa è anche ciò che che rende fertile il nostro lavoro…….e che comunque ci fa mangiare 🙂

Corporate Storytelling Vs Social Media Management

Storytelling e Social Media Management o Social Media Marketing sono termini tra i più utilizzati e spesso abusati degli ultimi anni. Il Nuovo millennio ha visto nascere, soprattutto dopo la rivoluzione digitale, una serie di neologismi, spesso mutuati dall’inglese. Dietro questi termini si celano nuovi concetti, e approcci innovativi alla comunicazione, non solo a livello corporate.

Tra i più inflazionati e diffusi va annoverato quello di Social Media Management o nella sua accezione più comune anche se più ristretta Social Media Marketing. In questo caso, come la parola suggerisce, si tratta dell’insieme di attività svolte in ambito web, più precisamente social media (e social network) atte a favorire il raggiungimento degli obiettivi di marketing di una organizzazione. In entrambi i casi stiamo parlando di Social Media e si presuppone che esista già rapporto con la community all’interno della quale si vuole interagire.

Il rapporto tra i due concetti è delicato, anche se possiamo già dire che il Corporate Storytelling fa parte del più ampio Social Media Management. L’utilizzo della propria comunità online per poter attirare l’attenzione su temi caldi presuppone il fatto di avere una community, quindi il mio concetto di Corporate Storytelling è successivo, in qualche modo, a quello di Social Media Marketing o Management. Per essere efficace una storia deve avere dei narratori pronti ad ascoltarla, vogliosi di ascoltarla e magari di parteciparvi.

Un oratore senza platea racconta storie che probabilmente si perderanno nel vuoto del web. Lo storytelling che ci interessa è innanzitutto corporate. Non siamo scrittori e non facciamo arte, la nostra attività serve a creare attenzione su temi che devono portare l’azienda o l’organizzazione a fare profitto o, nel caso di ONG, aumentare le donazioni. Affinché i nostri sforzi abbiano senso non dobbiamo forzare i tempi, un progetto di storytelling deve seguire l’introduzione del brand nelle community di riferimento. Anticipare questa mossa vorrebbe dire sprecare risorse.

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Il titolo: eterno problema

Dopo le parole di Luisa Carrada sul modo di scrivere i titoli, credo ci sia poco da aggiungere. Per chi non lo sapesse Lavoro, dunque scrivo! sta al webwriter (e non solo) come il codice penale sta all’avvocato penalista o la Bibbia al prete. Secondo la Carrada

un testo sul web assomiglia ad una scala che conduce in profondità: dal titolo, giù verso gli strati più profondi. I contenuti più ricchi e interessanti rischiano di stare in cantina, per proseguire la metafora architettonica, e il lettore laggiù bisogna portarcelo: titoli e sottotitoli servono proprio a questo, a convincerlo a seguirci, a fare i primi passi.

Luisa Carrada Lavoro, dunque scrivo! Zanichelli 2012

Il titolo della nostra storia non deve per forza essere il primo nostro pensiero. Non è raro che anche in narrativa il titolo dell’opera nasca alla fine della stesura dell’opera stessa. Vi sono numerosi casi in cui il testo è stato cambiato successivamente alla prima pubblicazione, creando quindi prime edizioni con titoli diversi.

Humans Of New York

Una delle prime domande che sorgono è: nel Corporate Storytelling il titolo ha la stessa funzione che ha in narrativa? Assolutamente no. Per due motivi:

  1. il titolo non è necessariamente una parte della narrazione;
  2. non è affatto detto che il titolo debba essere noto al lettore.

Spesso in narrativa il titolo è parte integrante della storia, un’anticipazione con lo scopo di racchiudere il cuore dello scritto senza però svelarne del tutto i contenuti, cosicché si crei nel lettore un’aspettativa e una curiosità che lo spinga ad acquistare il libro e leggere l’opera. Nel mondo Corporate il titolo ha più che altro il significato di nome del progetto.

Sia parlando di titolo del progetto, sia nel dettaglio di ogni singolo capitolo, non è detto che lo si debba palesare al lettore. Pensiamo a tal proposito ai bellissimi post della pagina Facebook Humans Of New York. Il titolo della pagina è sicuramente il titolo della storia, nulla più nulla meno, i singoli capitoli sono rappresentati da post accompagnati da immagini/ritratti (vedi l’immagine qui sopra). Possiamo addirittura interpretare l’immagine come una sorta di titolo silente del post, nei limiti di quanto un’immagine possa definirsi silente.

Strutturalmente Humans of New York presenta post con immagini allegate, molto semplicemente. L’immagine è sempre contestualizzata, ammicca alla storia, la introduce in qualche modo, facendosi in un certo senso Titolo senza Parole.

La narrazione online essendo per propria natura frammentata non necessita sempre di titoli, bensì di rimandi e contestualizzazioni, e soprattutto di semplicità.

2 introduzioni alla narratologia

Lo storytelling si basa giocoforza sulla narratologia. Ogni storia ha una propria struttura e all’interno di ogni struttura sono presenti elementi comuni. La narratologia ci aiuta a identificare questi elementi per poter disporne al meglio nella declinazione della narrazione in ambito d’impresa. Avere una base teorica degli strumenti e dei cosiddetti tasselli dei quali possiamo disporre per rendere il nostro racconto più efficace aiuta a raggiungere in modo più preciso e snello i nostri obiettivi. Voglio condividere con te un paio di letture interessanti in materia, buona lettura!

La NarrazioLa Narrazione - Andrea Bernardelline di Andrea Bernardelli
L’opera di Bernardelli è sicuramente la più veloce e concisa. Meno di 140 pagine scaricabili in eBook a 4,99 €. Una struttura chiara e lineare ne fanno un boccone digeribile in pochi giorni.

Il breve percorso da Bernardelli parte dalle definizioni chiave del contesto narrativo, dalla creazione dei mondi all’approfondimento dei personaggi e così via. In un secondo momento affronta le questioni più tecniche come gli incipit, le collocazioni temporali e il movimento della storia tra prolessi e analessi, per poi arrivare alla conclusione. È molto interessante la bibliografia riportata dall’autore al termine del volume.

La Narrazione è a parer mio la partenza ideale per chi volesse muovere i primi passi nel mondo della struttura della storia narrata. La prima parte, quella forse più concettuale è molto utile al corporate storyteller per identificare le aree di intervento e i singoli moduli con i quali giocare in ambito di narrazione d’impresa.

Bernardelli, bolognese classe 1962, è ricercatore in Filosofia e teoria dei linguaggi presso l’Università di Perugia dal 2006.

Officina del Racconto di Angelo MarcheseL'officina del racconto - Angelo Marchese
Rispetto al precedente, questo volumetto di Marchese si presenta leggermente più impegnativo. In meno di 240 pagine l’autore approfondisce lo studio delle strutture narrative affrontando temi come il rapporto tra storia e discorso. Una volta superata la prima parte dedicata alla storia delle teorie della narratività la strada si fa in discesa, per il lettore.

Le cinque parti seguenti si affrontano temi quali le strutture del racconto, il tempo o i personaggi che offrono molti spunti su come impostare la narrazione anche in ambito di business. Spesso Marchese offre approfondimenti molto tecnici, ma mai eccessivamente pesanti.

Angelo Marchese, genovese di nascita è scomparso nel 2000 a Firenze a 63 anni. Insegnante di italiano e latino presso il liceo classico Cristoforo Colombo e il liceo scientifico Enrico Fermi di Genova,  si è occupato di saggistica e critica letteraria.

Quando un contenuto diventa storia?

Quali caratteristiche deve avere un contenuto per essere storia?
Quali elementi sono necessari affinché si possa parlare di storytelling?
Dal punto di vista narrativo, cosa distingue un professionista da un web writer improvvisato?

A queste e ad altre conseguenti domande dobbiamo saper rispondere, per noi e per chi ci da fiducia. Dobbiamo sapere da dovere partire per dare valore al nostro processo creativo.

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1. Avere un inizio
Ogni storia ha un inizio. Rompere uno stato di equilibrio e creare domande, andare a disturbare lo status quo del nostro lettore è spesso il punto di partenza migliore. Andare a sottolineare quel conflitto che motiva il lettore a seguirci è fondamentale. Su questo si basa la struttura che creeremo successivamente. Il conflitto in questo caso può essere evidente o meno al lettore, meno sarà evidente e più dovremo motivarlo.

2. Suscitare interesse
Interesse e curiosità sono due utili aspetti da non dimenticare. Tutta la storia della filosofia, fino a Cartesio, si può dire essere fondata sulla meraviglia come motore dell’indagine filosofica. Essere interessanti vuol dire essere utili al lettore, dare informazioni gradite o che, se non sono gradite, siano funzionali per lui e lo aiutino a svolgere il proprio lavoro. Più è ristretta e definita la nostra nicchia, più sarà facile. Più ampio è il nostro pubblico, e più facile sarà cadere nelle trappole di immagini di gattini e donne in abiti succinti.

3. Avere un protagonista
Non c’è storia senza protagonista. Più questo sarà simile al nostro lettore o a chi il nostro lettore vorrebbe identificarsi, più sarà facile mantenere il suo interesse.

4. Avere una missione da compiere
Le storie sono fatte di sfide, di missioni, di percorsi da compiere insieme ai lettori. La storia non è data in un singolo momento, è un tendere verso un obiettivo, un traguardo. Senza questo nessuna carovana avrebbe mai attraversato il deserto alla ricerca di oasi o miniere d’oro.

5. Avere una trama
Un percorso non si conclude in un giorno. Un viaggio ha una durata nel tempo e nello spazio. Gli accadimenti che compongono storia, il succedersi degli eventi, sono legati gli uni agli altri indissolubilmente dal fil rouge che lo storyteller deve saper rendere al lettore in cambio della sua fiducia. La trama è la concatenazione degli eventi tra di loro, dalla crisi al raggiungimento della missione. In un’ottica di Social media Marketing vuol dire riuscire a inserire i contenuti coerentemente in un Piano Editoriale.

6. Avere una fine/soluzione
Che storia è senza una fine? A dispetto di quanto credeva Michael Ende (ne ho parlato qui) ogni storia ha una fine. La nostra Shahrazād racconta ogni notte una storia diversa, seppur concatenata a quella precedente.

6+1. Orizzonti assiologici
I valori sono il valore che trasmettiamo al lettore, alle persone che ci seguono e si aspettano qualcosa da noi. Già in precedenza ho scritto che nel Corporate Storytelling, l’azienda non è la protagonista della storia. L’azienda deve essere presente in modo non autoreferenziale, ma come discreto e irrinunciabile sfondo della vicenda. La presenza dell’azienda nella narrazione d’impresa sta nel far vivere nella storia i propri valori fondanti.

Lo Storyteller come demiurgo d’impresa?

Il web 2.0 ha creato tutta una serie di neologismi. Uno di questi individua il cosiddetto prosumer. Il termine prosumer nasce dall’incrocio tra i termini producer consumer. Il produttore dei contenuti del web è allo stesso tempo consumatore di altri contenuti, probabilmente prodotti da altri consumatori, a loro volta prosumers.

Le mille e una storia che nascono sul web intorno ad un brand, un hashtag, un evento sono spesso prodotte de facto da una miriade di diversi autori. La domanda alla quale vorrei dare risposta oggi è: sono anch’essi da considerare narratori d’impresa?

Il narratore
Chi è allora il narratore? Per wikipedia

“con il termine narratore si indica colui che racconta, narra gli avvenimenti di un certo fatto”

Per Gerald Prince (Narratologia, Pratiche Editrice 1984)

possiamo dire che il narratore è una prima persona, che il narratario è una seconda persona, e che l’essere o l’oggetto di cui si narra è una terza persona. […]. Vi è almeno un narratore in ogni racconto; questo narratore può essere o non essere esplicitamente designato da un io.

Il complesso mondo della narrazione d’impresa, oltre ad aver più protagonisti (vedi qui), ha pure diversi narratori?  Dovremmo quindi parlare dello storyteller o degli storytellers?

Così come nel mondo della narrazione, pure nel Corporate Storytelling possiamo avere più narratori, ma considerare il prosumer uno di questi è un errore. Creare un contenuto non è raccontare una storia. Scrivere una recensione a proposito di una borsa acquistata online non vuol dire partecipare alla storia di quella borsa. Non basta questo per parlare di Storytelling.

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Il Corporate Stoyteller
Il Corporate Storyteller o i Corporate Storyteller sono coloro che trasformano gli eventi, gli accadimenti, in una storia, sono coloro che trovano un senso nel succedersi di tali accadimenti e lo trasmettono ad uno o più narratari partendo da un inizio, attraverso il dipanarsi di una trama verso una fine. Sono coloro che identificano in questo processo dei protagonisti, una missione da compiere, dei valori da trasmettere in un contesto d’impresa. Potremo definirlo una sorta di demiurgo d’impresa.

Quello che sfugge al cosiddetto prosumer è il quadro d’insieme, il fil rouge che unisce i puntini, uno dei quali è probabilmente il contenuto prodotto dal prosumer stesso. Mentre il narratore ci parla dell’impresa da un luogo privilegiato, il prosumer lo fa dal mezzo della folla. Il contenuto prodotto da uno dei miei utenti ha un peso totalmente diverso da un contenuto prodotto dall’impresa stessa, è sicuramente più credibile anche se forse di qualità meno elevata.

Un abile Storyteller ha come alleato il prosumer, fa dei contenuti creati da costui dei fili all’interno della trama del proprio discorso creando un delicato equilibrio tra i contenuti e i temi che costituiranno l’anima della narrazione.

E tu? Hai mai pensato di mappare le tue alleanze con chi parla della tua impresa?

Le dimensioni nel tempo del racconto

La settimana scorsa abbiamo visto che la dimensione temporale nel Corporate Storytelling ci pone alcuni vincoli. Mentre non possiamo nulla, o quasi, sul tempo della storia e quello della narrazione, possiamo invece giocarci diverse carte nel trovare deforme e i modi migliori per raccontare la nostra storia portando il lettore su e giù per il sentiero narrativo a nostro piacimento.

Le dimensioni delle quali dobbiamo tenere a mente, secondo Bernardelli (La Narrazione, Editori Laterza 2006) sono anche stavolta tre:

  1. la durata ovvero la capacità del narratore di cancellare parti morte della storia che risulterebbero noiose e appesantirebbero la narrazione (ellissi) e usando con astuzia il ponte narrativo oppure andando a descrivere minuziosamente la scena se il tempo della storia è breve. Nel caso si voglia soffermarsi su di un ben preciso evento dilatandone la durata si parlerà estensione.
  2. l’ordine, che probabilmente è lo strumento più utile per noi. Si parla di ordine nel momento in cui si va ad agire sulla sequenza interna degli eventi, anticipandoli (prolessi) e facendo retrospezioni (analessi)
  3. la frequenza. La stessa storia la possiamo raccontare più volte, e qui dobbiamo tenere conto che nel corporate storytelling parliamo inevitabilmente di transmedialità. Se non prendiamo confidenza on il concetto di transmedialità sarà impossibile sfruttare la frequenza come strumento per poter legare il narratario al nostro universo valoriale.

Come si intrecciano queste riflessioni sulla narrazione con la narrazione d’impresa, ovvero con il tanto discusso Corporate Storytelling? intorno alla vita di un’organizzazione nascono decine e decine di eventi, accadimenti che la determinano senza che essa, alle volte, se ne accorga.

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Live twitting
Un tipico esempio di utilizzo della durata 1:1 è la pratica molto diffusa del live twitting, ovvero dell’utilizzo di Twitter per seguire o commentare uno specifico evento “in diretta”. In molti brand decidono di seguire in diretta alcuni eventi, raccontandoli con Twitter ai propri follower, ma non solo, anche grazie all’utilizzo di determinati hashtag. Se invece pensiamo ai tweet di chi sta seguendo l’evento allora, oltre che a rimanere in una dimensione 1:1 con la durata dell’evento, avremo anche più prospettive di uno stesso evento. Tra gli esempi più frequenti ci sono quelli di alcune trasmissioni televisive (X Factor, Sanremo, etc.) o di eventi quali convegni. In evento di questo tipo, soprattutto quelli televisivi, ci rendiamo conto che il 99% dei tweet e quindi della narrazione vengono da fonti non ufficiali, da altri rispetto a chi rappresenta il brand. l’ordine, in questi casi è necessariamente cronologico.

Countdown
Non l’abbiamo già sperimentato tutti un countdown prima di un evento o di una promozione? Non si tratta a conti fatti di una anticipazione di un evento che ancora deve venire? Anticipare alcuni aspetti o parti intere di un evento (alcune slide, dei temi, dati o numeri, etc.) è giocare con la narrazione di una storia che non si esaurisce nell’arco temporale della durata dell’evento, ma viene dilatata in un prima di attesa e probabilmente in dopo (vedi qui sotto).

Reporting 
Il principio di frequenza, inteso come pluralità  di prospettiva, si concretizza anche con un approccio alla durata diverso. Ad esempio, nella pubblicazione di un report di un determinato evento avremo una prospettiva multipla nel caso la pubblicazione avvenga da parte di utenti diversi. Un report viene solitamente redatto dopo che l’evento ha avuto luogo, quindi ci troveremo a parlare di analessi (dove il tempo della narrazione è posteriore rispetto a quello dell’evento). In breve  parliamo di una descrizione a posteriori, dove vengono riassunti i punti chiave dell’evento, non necessariamente solo ad opera del brand organizzatore dell’evento stesso. In questo caso l’ordine può non essere cronologico.