Social Media Management

Qualche utile consiglio su come affrontare il relativamente nuovo tema del Social Media Marketing e della presenza in rete; principalmente, ma non esclusivamente rivolto a professionisti e organizzazioni

Quando la content strategy si frammenta

Tutto è iniziato con il blog. Uno spazio personale sul quale condividere pensieri, analisi, riflessioni. Uno spazio cosiddetto proprietario. Poi vennero i social (network e media) attraverso i quali abbiamo potuto creare connessioni con una serie di cerchie di persone intorno a noi. A partire da Facebook incentrato sui rapporti innanzitutto personali, attraverso Twitter e i 140 caratteri chiamato appunto microblogging o LinkedIn ideato per le connessioni del mondo professionale.

Fin da subito si è pensato di utilizzare queste diverse reti sociali per pescare visitatori per il proprio sito. Per fruire del contenuto l’utente avrebbe dovuto cambiare piattaforma, uscendo di fatto dal social (luogo pubblico) per venire a casa tua e vedere la famigerata collezione di farfalle.

Un nuovo modello di Content Strategy

Be’, il mondo digitale è in continua evoluzione e i proprietari dei locali dove andavi a rimorchiare visitatori unici (come li chiamava una volta analytics) ha capito che se tu ti porti la donzella a casa, a lui non rimangono che i meme sui Marò e né tu né la donzella per quella sera non consumerete più.

Una strategia di uscita dalla piattaforma dei social in vista di una precisa call to action non è sostenibile nel lungo periodo se non affiancata ad altre azioni locali. Pensare localmente in questo caso vuol dire condividere contenuti fruibili direttamente sulla piattaforma che si sta visitando. Pensa un po’ a come è cambiato il mondo dei video negli ultimi mesi.

Per fare questo è necessario avere però ben chiaro vantaggi e svantaggia della condivisione di contenuti su piattaforme non proprietarie.

Vantaggi:

  1. Velocità e facilità di fruizione per l’utente
  2. Creare e rafforzare relazioni all’interno di una determinata cerchia di persone.

Svantaggi:

  1. Dati di insights parziali.
  2. Mancata indicizzazione sui motori di ricerca.
  3. Inaccessibilità di alcuni contenuti da parte di utenti non loggati.
  4. Necessità di replicare i tuoi contenuti sulle piattaforme
  5. Meno visite sul tuo sito
  6. Minor tempo a disposizione

Ogni obiettivo ha la sua strategia

Ritengo molto interessante la proposta di LinkedIn con il suo Pulse così come è da scoprire la corrispondente iniziativa di Facebook che vorrebbe risollevare le sorti delle poco fortunate Note. Non dimenticare tuttavia che non esiste una strategia efficace per tutti. Dipende dai tuoi obiettivi. Se le tue azioni di marketing mirano ad aumentare il numero di utenti sul tuo sito non andrei a creare direttamente contenuti su piattaforme non proprietarie. Allo stesso tempo se la tua strategia è quella di creare conversazioni non devi dimenticare che il tuo utente va messo in condizione di essere massimamente a proprio agio e quindi perché non approfittare di questi nuovi strumenti? Poco importa se sei al bar o in ufficio quando il tuo utente firmerà il contratto e diventerà tuo cliente, non trovi?

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La scrittura, la natura umana e le capacità cognitive

Al meraviglioso tema dallo storytelling ho dedicato una serie di post e una intera categoria del mio blog. Al tema dell’analfabetismo funzionale solo qualche rapida riflessione come questa. Tra questi due temi, quasi inflazionati al giorno d’oggi, si può creare una correlazione provando a capire quanto intima sia la scrittura nella natura umana.

Uno degli aspetti più curiosi dell’epoca delle bufale è che questa coincida con il periodo storico nel quale è di fatto più facile e veloce trovare informazioni. Oggi che tutti hanno la possibilità di verificare un dato è più facile raccontare balle rispetto a quando non cerano quasi strumenti di ricerca. Paradossale. Questo è un modo di leggere la nostra epoca. Un altro modo è comprendere che gli strumenti per affrontare la minaccia della falsa informazione siano compresenti alla falsa informazione stessa: il web.

Proprio la rete offre gli strumenti necessari ad informarsi, gli strumenti necessari per sbugiardare le cosiddette bufale. Questo perché bufale e analfabetismo funzionale sono strettamente legati. Dove prospera l’analfabetismo, il morbo della bufala attecchisce. Ma in tutto ciò come cosa c’entra lo storytelling?

Tra teoria e pratica
Quando una persona vuole imparare qualcosa sono esclusivamente due le cose da fare:

  1. Studiare
  2. Fare pratica

Se si vuol impara a cucinare è necessario prendere una ricetta e provare a farla, così come per imparare a guidare è necessario studiare il codice della strada e fare le guide necessarie per governare un’automobile. Anche per chi pratica sport funziona così, forse con qualche libro in meno, ma si tratta di imparare una teoria per poi metterla in pratica in allenamento. Il pensiero e la scrittura non fanno differenza se non che tutti noi abbiamo già studiato e imparato a scrivere e a leggere (se così non fosse dovreste avere qualcuno al vostro fianco che vi sta leggendo ad alta voce il mio post). Il nostro problema è la pratica di ciò che abbiamo fatto cinque, dieci, quindici, venti anni fa o forse più seduti dietro un banco a scuola, quando una maestra ci insegnò a leggere e a scrivere.

Scrivere e natura umana 
Scrivere, al contrario di quanto pensino in molti, non è un talento (non nel nostro caso). Non stiamo parlando dell’attività di uno scrittore, non è il caso di chi sta scrivendo un romanzo o di chi comunque ha velleità artistiche. Stiamo parlando di scrivere come atto costitutivo della natura umana. L’essere umano del mondo che ci circonda è naturalmente un animale che legge e scrive. Il 99% delle informazioni che ci arrivano ogni giorno ci arrivano in forma scritta (cartelli stradali, lettere, email, estratti conto della banca, contratti di lavoro, atti notarili, liste della spesa, etc.). La scrittura non è una pratica relegata al mondo degli artisti o degli studiosi. Una volta realizzato che la parola scritta è il veicolo principale di comunicazione nel mondo nel quale viviamo possiamo finalmente farla nostra, riappropriandocene. È una questione di prendere possesso di qualcosa che ci appartiene e avevamo delegato erroneamente ad altri.

La scrittura come medium tra noi e la realtà
La scrittura ci permette di interagire con gli altri, ma sopratutto è la via più veloce per sottoporre il mondo che ci circonda alla nostra attenzione. Quante volte a scuola ci capitava di ripetere ciò che scrivevamo per ricordare meglio i concetti? Scrivere è in un certo senso presentare un nostro pensiero a qualcuno. È uscire da se stessi per vedere una certa cosa (un fatto, un concetto, qualsiasi cosa sia l’oggetto della scrittura) da una prospettiva diversa. In questo senso la scrittura può essere considerata un mezzo attraverso il quale interpretare la realtà. Iniziare a scrivere vuol dire aprire le porte ad una nuova visione del mondo. La naturalità di questo gesto è intrinseca nell’essere umano, è costitutiva del suo approccio alla realtà. Non essere in grado di raccontare un evento o di strutturare per iscritto un concetto è, come appunto nel caso degli analfabeti funzionali, segno di difficoltà cognitive e di una particolare debolezza nell’elaborazione stessa di concetti.

Riconquistiamo il mondo!
Riappropriarci della scrittura vuol dire riappropriarci di uno dei nostri approcci alla realtà più costitutivi ed il primo passo per farlo è iniziare a… leggere! Leggere e scrivere sono attività indispensabili l’una all’altra. Leggere e scrivere sono un modo per rifare nostra la realtà che ci circonda, per tornare a interpretarla.

Le funzioni cognitive sono anche definite:

quelle capacità che ci permettono una corretta interpretazione e gestione delle informazioni. Vale a dire la memoria, l’attenzione, la percezione, il riconoscimento e la comprensione delle informazioni del mondo esterno, la capacità di dare risposte adeguate e di farsi capire con le parole e le azioni, l’orientamento nello spazio e nel tempo

Riappropriarsi del linguaggio scritto ci aiuta a conquistare un’indipendenza cognitiva perduta. Non giriamoci attorno, se credi al primo link che ti trovi su Facebook e quando ti fanno notare che è una bufala rispondi che per quel che ne sai avrebbe potuto anche essere vero, la corretta gestione delle informazioni e il tuo spirito critico sono agonizzanti se non decedute. Le attività di riconoscimento del mondo esterno sono a questo punto un terreno da riconquistare. Come? Leggendo e scrivendo, ma questo lo approfondimento la settimana prossima.

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Impara a leggere e impara a scrivere

Scrivere, nell’epoca della digitalizzazione, risulta sempre più difficile. Ci sembra di non fare altro dalla mattina alla sera, pigiando sui tasti di una tastiera o sullo schermo del nostro iPhone. Spesso però quello che esce non è scrittura, bensì un insieme di lettere che avrebbero voluto o dovuto comunicare un pensiero magari altrettanto confuso.

Non saper esprimere i propri pensieri nonostante si sia stati educati a farlo (tutti siamo andati a scuola) è segno di un pensiero confuso e privo di struttura razionale. Questo è ciò che vediamo sempre più spesso leggendo i post di altre persone sui social.

Da cosa capisco che non so scrivere? Sono molti i segnali che indicano l’analfabetismo digitale, come ad esempio l’utilizzo sconsiderato del maiuscolo, o la totale mancanza di punteggiatura. Potremo aggiungere anche la totale ignoranza dei congiuntivi e condizionali, oppure la poca parsimonia nel ricorrere ad abbreviazioni. La serie di comportamenti che sarebbe buona norma tenere sul web si chiama in gergo netiquette e se vuoi approfondire il tema parti pure con il farti un’idea leggendo la relativa pagina di Wikipedia, non è esaustiva, ma è un buon inizio.

Esiste però un tipo di analfabetismo ancora più diffuso: l’analfabetismo digitale. Questa espressione va molto di moda ultimamente. Purtroppo per tutti noi è una minaccia reale e presente ed è la causa del verificarsi di molti dei comportamenti sopra elencati. Il progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills – Letteratismo e abilità per la vita) ha messo in luce un quadro inquietante per il nostro paese. Essere analfabeti significa non essere in grado di leggere e di scrivere. Essere analfabeti funzionali invece significa essere in grado di leggere e di scrivere (magari con qualche difficoltà), ma non essere in grado di comprendere o strutturare un ragionamento mediamente complesso. I dati emersi dall’indagine condotta tra il 2003 e il 2008 indicano una percentuale pari al 47% delle persone aventi un’età tra i 16 e i 65 anni. Un dato sconvolgente se paragonato ad esempio a quello norvegese del 7,9% di quello svizzero pari al 15,9%.

Comprendere, ovvero mettere in relazione parole, frasi e periodi di un testo fra di loro coerentemente ed inserire le informazioni acquisite una struttura conoscitiva esistente, risulta difficile per l’analfabeta funzionale. Allo stesso modo non è in grado di esprimersi correttamente per iscritto. L’analfabeta funzionale possiede le abilità che l’analfabeta non ha, come saper leggere e scrivere, ma non le sa usare.

Alcune manifestazioni di analfabetismo funzionale possono essere:

Leggere e comprendere
Nelle discussioni più comuni sui social c’è sempre chi salta di palo in frasca. Il più comune esempio di analfabetismo funzionale è dato dalla palese non comprensione del testo che si commenta. Leggere infatti non vuol dire comprendere e saper comprendere il significato di un testo semplice è quantomeno necessario nella nostra quotidianità.

La lunghezza di un post
Essere in grado di esprimere un concetto semplice con poche parole è essenziale. Chi non riesce a farlo, all’interno di una discussione può spesso venire annoverato tra gli analfabeti digitali. Si scrive per comunicare un pensiero a qualcuno, quindi per essere letti. Prima di propinare post da 800 parole nei commenti su Facebook chiediti se lo stesso concetto non sia possibile esprimerlo in poche frasi concise. La lunghezza di un post o di un commento è spesso direttamente proporzionale al narcisismo onanistico di chi scrive ed in questo caso non sempre parliamo di analfabetismo.

Il senso di un intervento
Quanti commenti inutili vedi ogni giorno sui social? Il fatto che un commento non sia  pertinente o addirittura  non serva ad arricchire la conversazione con informazioni utili probabilmente non è un buon segno. Anche in questo caso ci troviamo di fronte alle due possibili categorie di utenti nominati poco fa: analfabeti funzionali o narcisisti. Tipico è il voler dire la propria a proposito di un testo senza averlo letto (magari avendone solo velocemente scorso il titolo) o senza avere conoscenze in merito al tema trattato.

Il fatto e l’opinione
Uno dei maggiori indici di incapacità di strutturazione di un pensiero è dato dal non saper distinguere tra fatto e opinione. Il ricondurre ad esempio un fenomeno alla propria limitata esperienza anziché rifarsi a dati statistici più complessi è tipico del caso. Per questi è preferibile credere in ciò che vedono e toccano nel quotidiano piuttosto che fidarsi di un dato scientifico. La statistica ha in questo caso meno valore dell’esperienza diretta perché non la si può capire, non è tangibile. Un tipico esempio è il considerare un male assoluto temi (come la finanza o la ricerca scientifica) per il semplice fatto che non li si capisce. Da qui nascono molte teorie complottiste o antivacciniste per non parlare dell’ultima grande bugia nata intorno alla presunta ideologia gender.

Dietro tutti questi fenomeni vi è una forte strumentalizzazione politica ed ideologica della quale non mi voglio occupare qui ed ora. Sta di fatto che molta comunicazione si approfitti di una grossa fetta della comunità che ad oggi non è in grado di usare gli strumenti critici necessari per comprendere e valutare delle informazioni. È un dato di fatto che questa categoria di persone sia la socialmente più vulnerabile.
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Come scegliere il Social Media Manager?

Una domanda che molti imprenditori si pongono alla quale non è semplicissimo dare una risposta. Un imprenditore per quanto scafato non può avere competenze in ogni settore quindi sarà molto probabile che non ne abbia neppure in ambito social media. Ma il problema persiste: come scegliere il professionista al quale affidare la voce della mia azienda? Quindi mettiamoci nei panni dell’imprenditore e proviamo a capire cosa potrebbe volere.

Valori
Un buon social media manager deve innanzitutto fare propri i valori della mia azienda.  Non voglio si rivolga alla mia comunità di utenti usando un tono che non è quello che contraddistingue il mio brand. Non voglio si perda condividendo notizie lontane dal mondo aziendale solo per ottenere qualche click in più.

Strategia
Il social media manager che vorrei per la mia azienda deve saper presentarmi una strategia coerente con la strategia di marketing dell’azienda (se ne ho una, e se non ce l’ho è meglio rimediare) e un piano operativa per raggiungerla.

Monitoraggio
Il social media manager deve sapermi indicare quale KPI monitorare e perché, nello svolgimento delle sue attività. Ogni attività porta a dei risultati. Sta allo specialista capire quali sono i KPI migliori di volta in volta a seconda del progetto che si sta mettendo in piedi.

Investimento
Il social media manager deve farmi spendere il necessario per ottenere i risultati previsti, non un euro in più o in meno.

Il manager o l’imprenditore con il quale avremo a che fare come social media manager è quasi sicuramente orientato agli obiettivi, e su questi dovremo focalizzarci, ma è un errore chiedere ad un futuro social media manager quanto ci farà vendere. Sarebbe un errore per i seguenti motivi:

  1. Sei il tuo prodotto fa schifo, puoi avere il miglior social media manager del mondo, ma probabilmente se non vendi non sarà colpa sua
  2. Se il tuo team di assistenza anziché aiutare i clienti li snobba probabilmente non torneranno anche se sui social sei un dio
  3. Se per i social non hai budget da investire in risorse umane o advertising allora lascia stare, non raggiungerai i risultati desiderati così come un pilota che vuole vincere in F1 con una Panda

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La Stampa: il caso virtuoso della moderazione su Facebook

Il quotidiano torinese La Stampa ha dato una svolta importante al mondo del social media management nel mondo dell’editoria. Basta dare uno sguardo alle pagine Facebook di altre importanti testate giornalistiche per rendersi conto che la moderazione dei commenti degli utenti spesso non è contemplata, tutt’altro.

Il caso è nato da un’articolo riguardante le doti matematiche di una giovane inglese di etnia rom. I commenti razzisti, offensivi  e gretti non si sono fatti attendere. La reazione del team che gestisce i social del quotidiano piemontese non si è fatta attendere. Lo stesso è avvenuto per un altro articolo pubblicato questa mattina sul tema immigrati e rimpatri.

Non ci troviamo di fronte semplicemente ad un caso di censura. Non si tratta in effetti solo di eliminare commenti offensivi e razzisti (che ricordiamo vìolano la policy di Facebook). Nel caso del

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P.S. tra le decine di feedback positivi c’è pure qualche utente che parla di attacco alla democrazia. Che dire, certe volte è meglio sorvolare…

La ricerca di facili commenti e l’istigazione all’odio

Una strategia abbastanza comune di chi vuole attrarre lettori attraverso i social, ed in particolar modo Facebook, consiste nel postare notizie spesso inconsistenti ed alcune volte infondate per attrarre commenti e provocare veri e propri flame.

Negli ultimi tempi molte delle più note testate giornalistiche hanno approfittato di temi quali migranti o l’uccisione del leone Cecil da parte del dentista statunitense per provocare le reazioni di una parte del web. Offese, minacce e il peggio che si possa intuire per una manciata di commenti e di interazioni senza il benché minimo tentativo di moderazione da parte degli amministratori delle pagine. Quando ci si è accorti che il dicibile e non solo era stato detto sono spuntate notizie sulla presunta morte del fratello di Cecil, per non parlare della cacciatrice italoamericana sulla quale ci si è scagliati poco dopo trasformando il giornalismo sui social in un tiro al bersaglio cieco e ignorante.

La domanda che mi pongo è: tutto questo è comunque engagement? La risposta è no, senza se e senza ma. Questo non è neppure Social Media Marketing. È prima di tutto pessimo giornalismo, scarsa conoscenza del mezzo (Facebook nel caso specifico e il web più in generale) nonché incapacità di relazionarsi con il proprio pubblico.

Misurare il proprio operato sui social attraverso il numero di commenti e di interazioni di questo tipo su Facebook è abbastanza inutile. Che tipo di relazione stai creando con la tua community? Non è vero semmai che stai applicando i comportamenti del web 1.0 al mondo dei social limitandoti a pubblicare senza poi creare rapporti? Cosa stai creando con questa strategia? Esiste una strategia dietro questo comportamento o siamo piuttosto nel campo del “voglio visite e del resto non me ne frega nulla”?

Lavorare sui social media vuol dire lavorare nel lungo periodo avendo sempre chiaro il concetto di reputazione e di relazione. Fare Social Media Marketing vuol dire avere obiettivi a breve termine per le singole campagne senza dimenticare quelli imprescindibili a medio e lungo termine. Il resto è fuffa.

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An old lion of the Serengeti

Social e blog: differenze e sinergie

Qualche settimana fa Facebook cambia il proprio algoritmo inserendo, tra i fattori decisivi affinché un post aumenti il proprio rank, il fattore tempo di permanenza del lettore. In breve, se mi soffermo maggiormente sui post di una certa pagina, i successivi post mi saranno mostrati dall’algoritmo con maggior facilità.

Da diverso tempo si parla di Inbound Marketing, termine che identifica una strategia di marketing basata sulla produzione di contenuti interessanti che attirino l’utente sulla propria piattaforma/blog/sito di propria spontanea volontà. Si contrappone a quel marketing basato in particolar modo sull’interruzione, atteggiamento tipico dell’advertising per come è concepito accademicamente. Anziché spendere soldi per avvisare il mio utente che ho delle soluzioni che gli fanno comodo, condivido in rete dei contenuti per lui utili in modo che nel momento in cui avrà un problema, sarà lui a cercare la soluzione da me.

Inutile dire che se nella maggior parte dei casi abbiamo concepito i social come riserve nelle quali pescare i nostri utenti e portarli in casa nostra (sul nostro sito) per carpirne pure la taglia di scarpe, oggi questo sarà più difficile. Lo stesso Riccardo Scandellari ha fatto delle interessanti riflessioni a proposito in un post intitolato L’inbound marketing va ripensato scritto appunto dopo la modifica introdotta dal social di Zuckerberg.

La strategia va ripensata, va messa in discussione, ma non dimenticare che due aspetti del tuo lavoro sui social oggi, domani e sempre:

  1. Lavora sui contenuti, che siano interessanti e utili per la tua community
  2. Reputazione e autorevolezza delle persone del tuo team sono la chiave

Ad oggi io cerco di equilibrare il più possibile la presenza dei brand che hanno affidato a me la loro comunicazione online tra piattaforme proprietarie (blog, area news, etc.) e social senza forzare troppo da un lato o dall’altro anche se ovviamente va fatta distinzione tra un brand che gode già di fama e visite dirette al sito a chi invece deve ancora emergere.

Pur essendo vero che tutto ciò che facciamo sui social non lo facciamo a casa nostra, è pur vero che la fiducia del utente la possiamo guadagnare anche stando su piattaforme non proprietarie. Pensare che l’inbound marketing concepisca i social come semplici bacini di utenti è errato. A dimostrarlo le recenti news a proposito della possibilità di acquisto di un prodotto senza dover lasciare la piattaforma di Zuckerberg.

Ma non solo. Pensare che essere su Facebook, così come su altri social, serva a raccogliere indirizzi mail, numeri di telefono o ordini è molto riduttivo. Non dimenticare che la componente emotiva gioca un ruolo fondamentale nel processo di acquisto.

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Social media tra editoria e marketing

Ci sono degli aspetti fondamentali dei social media che hanno richiesto a chi vi opera di acquisire o perfezionare alcune competenze specifiche. Il marketing di oggi si è inevitabilmente scontrato con il mondo della notizia e dell’editoria come luogo della manifestazione della storia.

Un buon social media marketer non può prescindere dalle nozioni base dell’editoria moderna. La stessa editoria ha dovuto fare i conti con questa trasformazione adottando il punto di vista degli utenti del social web per poter intercettare meglio i loro interessi e alle modalità di fruizione della notizia.

Il concetto intorno al quale si vanno a sviluppare le cross competences è appunto quello della notizia. Il lavoro del social media manager si trova spesso a gestire contenuti (senza contenuti non c’è social media marketing) e un modo spesso efficace di gestirli è quello mutuato dal giornalismo. Una notizia può essere concepita come un’informazione diffusa pubblicamente da un giornalista. Ad oggi non sono solo i giornalisti a diffondere informazioni, bensì anche organizzazioni a scopo di lucro e Non Profit.

La quantità di dati recuperabili attraverso il web è tale che perfino nei settori più di nicchia si possono riempire calendari editoriali per mesi senza fare molta fatica. Ciò ha permesso la nascita di Blog di settore e la creazione (e condivisione) di tutta una serie di contenuti interessanti per specifiche communities. Ma noi cosa possiamo imparare dal giornalismo?

Le gestione delle fonti
La selezione delle fonti è alla base del lavoro di chiunque abbia a che fare con l’informazione. Una delle maggiori piaghe del web è infatti la diffusione delle cosiddette bufale. Senza un’accurata selezione e verifica delle fonti si rischia spesso di cadere nel ridicolo e fare la figura dei creduloni (nel migliore dei casi). Se poi lo si fa per lavoro, per un’organizzazione, la questione si ancora più delicata in quanto ne va della reputazione e della credibilità del brand.

Gli strumenti
È necessario avere la padronanza di una serie di strumenti per trovare la notizia, gestirla e condividerla. Tra questi vi sono aggregatori di notizie, i social network e i blog che possono aiutare nella ricerca di informazioni (ne ho parlato anche qui). Altro tipo di competenze sono richieste nella gestione della notizia, nell’utilizzo delle immagini, nella formattazione dei testi e dell’utilizzo degli strumenti di pubblicazione fino a vere e proprie competenze di web writing.

L’Analisi del testo
La capacità di analisi di un testo è un requisito fondamentale per gestire le informazioni e presentarle al meglio. Sia che si tratti di condividere un articolo scritto da altri o si tratti di pubblicare articoli scritti di prima mano è necessario saper leggere ed analizzare un testo andando a identificarne i punti chiave e le argomentazioni. Saper chiedersi quale tipo di contenuto interessi la mia nicchia e come poterlo presentare affinché sia più convincente e professionale sono domande che ogni buon social media manager deve porsi, così come chiunque abbia a che fare con la divulgazione di informazioni, contenuti, notizie verso una comunità definita di persone con interessi, necessità o desideri ben precisi.

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La deriva oclocratica del web

Cos’è l’oclocrazia? Ho scoperto questo temine proprio ieri. Secondo wikipedia è una forma degenerativa di democrazia. Il referendum greco è un caso lampante di oclocrazia: in centinaia credevano e probabilmente credono tutt’ora che la Grecia abbia indetto un referendum per rimanere o uscire dall’Euro e dall’Europa.

Ora, senza entrare nel tema Grecia, che a me è servito esclusivamente come casus belli: In cosa consiste la degenerazione oclocratica e come può interessare il social media marketing? La differenza tra oclocrazia e democrazia sta, secondo alcuni, nella mancanza di etica della demagogia  e nel fatto che l’oclocrazia porti ad una trasformazione della forma di governo dittatoriale. Ora, secondo me invece, la differenza sta nella figura e nel ruolo del demos. Il gioco delle parti tra comunità e governo, funziona nel momento in cui il popolo rispetta le proprie competenze delegando a coloro che hanno una preparazione adeguata le decisioni chiave. Nel momento in cui la decisione viene delegata a chi non ha le competenze (e la visione d’insieme necessaria) si ha la deriva demagogica dove la politica travia il popolo. Il popolo rumoroso scavalca la delega data al parlamento ed espressa nel governo, attuando così la deriva oclocratica con la quale il governo si deresponsabilizza.

Ripeto, il caso greco a me interessa esclusivamente come esempio da non seguire nel rapporto con la community online. Quindi, quando la gestione della community è oclocratica? Quando l’opinione degli utenti è manipolata attraverso una visione distorta o incompleta della realtà. Una gestione quindi priva di etica e trasparenza. Alla luce di questo ci troviamo di fronte però una community impreparata o ignorante. È Come in precedenza ho sostenuto che è il demos a fare la differenza, allo stesso modo ora affermo che è la community a farla nel nostro caso. La partecipazione della community può avvenire solo su temi a proposito dei quali le persone coinvolte hanno qualcosa da dire alla luce delle loro competenze.

Il nocciolo della questione è proprio questo:

  1. La community che interpello e con la quale mi relaziono ha le competenze per partecipare attivamente alla mia discussione?
  2. Cosa sto facendo per creare una community più preparata e indipendente, in grado di avere una propria opinione a proposito dei temi che affronto?

Queste sono domande chiave da porsi. Più i temi che affrontiamo sono specifici (prodotti altamente tecnologici, B2B, ambienti dilaverò ad alta specializzazione, etc.) più gli interlocutori devono essere preparati e più lo saranno maggiore sarà il valore della loro partecipazione. Considerare la propria community per quello che è, ovvero un importante stakeholder al pari di soci e dipendenti ha il suo perché nella sfera di influenza che essi possono avere per noi. Ciò significa che come è saggio investire nella formazione dei propri collaboratori, altrettanto è importante (e lungimirante) inserire contenuti formativi per la propria community.

Investire nella formazione della community vuol dire investire nel valore del brand. Sia per la percezione che le persone avranno sia per il frutto di una partecipazione attiva nella conversazione tra il brand e le persone. Al contrario, la sterilità del dialogo sarà indicativa della credibilità del brand stesso.

P.S. a proposito di referendum, in Italia l’articolo 75 della Costituzione non ammette il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

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Quali strumenti uso per trovare informazioni

La fase di ascolto è la prima in un qualsivoglia progetto di social media marketing. Senza le preziose informazioni recuperate in questo momento iniziale ogni futuro progetto si baserebbe su fondamenta di cartone. Al contrario di quello che si possa pensare, la fase di ascolto non ha un vero e proprio termine. È una fase che occupa, almeno a me, un buon 30% della quotidianità del progetto.

Immagina che un progetto di Social Media Marketing sia una discussione nella vita reale. Ciò che succede nella realtà tra due persone è che una parli e l’altra presti attenzione per poi ribattere mentre la prima che prima esplicava il proprio pensiero ora ascolta. È un passarsi la palla creando un circolo (si spera virtuoso) che noi tutti chiamiamo di-alogo. Per quanto riguarda il web è lo stesso.

Questo dialogo può essere strutturato come un flusso di informazioni. Ma da dove vado a pescare le mie informazioni? Io personalmente uso quattro strumenti per saziare la mia sete di sapere e mantenermi aggiornato sui temi che più mi interessano in ambito lavorativo, ma non solo.

1. Feedly
Feedly è un aggregatore di notizie. Il più usato da quando Google Reader ha chiuso i battenti. In Feedly ho creato una serie di cartelle ognuna delle quali racchiude gli aggiornamenti di una decina di blog o siti di settore. Non mi piace inserire più di 10 blog per cartella per non avere troppe info, piuttosto rinfresco questa lista ogni due o tre mesi oppure creo più liste con contenuti più specifici (anziché avere un gruppo di 10 blog sotto marketing, ne creo tre con contenuti più verticali)

2. Alert
Gli alert di google sono utili per essere aggiornati quotidianamente sull’utilizzo di uno o più termini sul web. A differenza di Feedly le fonti non sono selezionate in anticipo quindi spesso alcuni alert sono spazzatura, ma abbastanza frequentemente ho trovato informazioni utili che altrimenti, attraverso i canali tradizionali, mi sarebbero sfuggite.

3. Liste Twitter
Twitter rimane forse il mio social preferito. Faccio un uso spasmodico delle liste, che ritengo essere uno strumento efficace e preciso che mi permette di non perdermi nel flusso della home. È molto utile quando come me lo si usa per motivi diversi e quindi accanto ai gurudei social media, ci si ritrova atleti o musicisti. Twitter è una delle mie basi di ricerca preferite, molto spesso uso il social di microblogging ancor prima di usare Google alla ricerca di post utili. Le informazioni che vi trovo sono spesso le più interessanti e affidabili.

4. Hootsuite
Uso costantemente lo strumento di Hootsuite per monitorare i Flussi. Impostando tra le ricerche i termini che mi interessano posso verificare se qualcuno ne parla su Twitter, Google o su altri portali,  e approfittare per intavolare una discussione con lui (o lei ovviamente). Anche in questo caso le fonti non sono filtrate quindi vanno selezionate con cure le informazioni.

5. Wikipedia
Questo è da sempre un tasto dolente. Wikipedia è tra le più grandi innovazioni di sempre, ma ritenerlo una fonte sempre affidabile è a parer mio eccessivo anche se ad un corso qualche anno fa il docente mi disse che si stimava che l’enciclopedia libera contasse un numero di errori pari a quelli dell’Enciclopedia Britannica. Se questo sia o non sia vero poco importa, la cosa che realmente conta è che grazie a Wikipedia ci si può fare un quadro generale di un argomento andando successivamente ad approfondire ed incrociare le fonti. Sicuramente sono molti i detrattori dell’Enciclopedia libera, ciononostante le informazioni che offre sono spesso utili e affidabili, soprattutto quando si incrociano portali di lingue diverse per confrontarne i contenuti.

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