Social Media Management

Qualche utile consiglio su come affrontare il relativamente nuovo tema del Social Media Marketing e della presenza in rete; principalmente, ma non esclusivamente rivolto a professionisti e organizzazioni

A chi credere in rete? Dubbi strumenti per sopravvivere alla disinformazione

Proprio qualche giorno fa un’amica su Facebook scriveva:

L’International Agency for Research on Cancer- che ci informa sul pericolo legato al consumo delle carni rosse (quelle bianche fanno bene?) e lavorate- è un’agenzia intergovernativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha sede a Lione in Francia e ha il compito di dare le linee guida sulla classificazione del rischio legato ai tumori di sostanze chimiche e agenti fisici. È cugina di quella che ci invita a vaccinare i bambini.
Nonostante molte scelte io le abbia già fatte, non so mai a chi credere. Armi di distrazioni di massa, leggende con fondo di verità (quanta verità in %?), indicazioni da seguire o burattinai a loro volta manovrati?

Domanda legittima di una mamma che come tutti noi è bombardata di informazioni. Per uscirne con un minimo di tranquillità, nelle ultime settimane, avremmo dovuto essere di volta in volta immunologi, sociologi, educatori, esperti di politica internazionale ed esperti di finanza. La questione è in realtà meno drammatica: nel nostro quotidiano è sufficiente avere spirito critico.

Pur essendo vero che oggi le notizie ci raggiungono anche se non vogliamo, è altrettanto vero che il veicolo grazie al qual ci offriamo a questo bombardamento è lo stesso che ci permette di approfondire eventuali dubbi. Aggiungo che non è neppure il caso di discutere con coloro che vedono nel web il male dei nostri tempi.

Possiamo arrivare alla notizia attraverso tre tipologie di fonte:

  1. la Fonte Primaria, chi ha creato la notizia.
  2. la Fonte Ufficiale Primaria, una fonte ufficiale
  3. la Fonte indipendente, una fonte che di per sé non garantisce la qualità dell’informazioneBlog.009

Il primo caso consiste nel ricevere l’informazione direttamente dalla fonte, da chi l’ha creata (Ad esempio l’OMS, nel caso dell’indagine riguardante la carne lavorata). Molto spesso però la notizia ci arriva dalle fonti 2 o 3, magari grazie alla condivisione della news su Facebook e su Twitter da parte di un amico. Questi link rimandano a testate giornalistiche più o meno credibili, o addirittura a blog indipendenti. Quindi è lecito chiedersi a chi credere e in che misura.

Sicuramente il blog indipendente è la fonte meno autorevole, ma ciò non vuol dire che possa fare ottima informazione. Una notizia o un approfondimento su questo tipo di sito va confrontato e incrociato con altre fonti e va sempre verificata l’autorevolezza dell’autore.

Nel caso di testate giornalistiche il rischio di cadere in informazioni false è decisamente minore, ma non è da escludere a priori. I casi di stimati quotidiani che hanno pubblicato inconsapevolmente delle bufale sono numerosi. Anche in questo caso non va demonizzata l’intera categoria e nemmeno il singolo sito per uno o due scivoloni che ha fatto in quarant’anni di storia. Quando notizie, soprattutto scientifiche, vengono riportate da diverse testate in modi differenti è il caso di verificare la fonte.

Da un punto di vista prettamente logico, dire che ” l’OMS ha detto…” e dire che “Il Corriere della Sera scrive che l’OMS ha detto…” sono affermazioni molto diverse. Cercare la fonte significa visitare il sito dell’OMS e leggere il comunicato ufficiale dell’OMS (o ancora meglio del IARC).

Spesso i comunicati ufficiali sono scritti in maniera tanto fumosa che risulta difficile tradurli, alcune volte non si trovano tradotti nella propria lingua. In questi casi si è quasi obbligati a rifarsi a qualcuno per capire la situazione. Un comportamento sensato in questi casi è cercare l’opinione di personaggi preparati e verificare che non siano in netto contrasto con la loro comunità di riferimento. Se 3 scienziati su 100 non ammettono che la causa del riscaldamento globale sia imputabile all’uomo, è più probabile che sbaglino loro o gli altri 97? A questo proposito guarda il video che ho condiviso la settimana scorsa nel mio post Lo Storytelling del Complotto)

L’atteggiamento che suggerisco serve per muoversi nel mondo dei contenuti online senza che le nostre convinzioni ci guidino verso i risultati che noi stessi vogliamo trovare, cadendo così nel meccanismo comunicativo del complotto. In tal senso è estremamente divertente il brevissimo video che da parecchio gira su youtube a proposito della connessione tra vaccinazioni e autismo nelle ricerca su Google (Just because I have it doesn’t mean it’s true)

È possibile creare una community?

Questa è una domanda quasi filosofica per chi si occupa di marketing.

Ma prima ancora di capire questo dobbiamo capire cos’è una community?

Una community è un insieme rilevante di persone connesse tra di loro che partecipano a conversazioni su argomenti di comune interesse

Quindi non basta che queste persone abbiano un comune interesse, devono essere connesse tra di loro, devono intessere relazioni e creare conversazioni intorno ad un comune interesse. Sul fatto che si debba o meno considerare community un insieme di persone che non si incontrano online è si potrebbe scrivere un libro. La mia opinione è che la distinzione tra online e offline debba avvenire solo in un secondo momento e che quindi la presenza online non debba essere discriminante nella definizione di community. Quindi ci sono tre aspetti da valutare prima di parlare di community:

  1. L’insieme di persone deve essere rilevante. Due persone non fanno una community così come una rondine non fa primavera.
  2. Le persone devono essere connesse tra di loro. Se ognuno di loro pur avendo il medesimo interesse non lo condivide, non comunica con gli altri, allora non si ha la community.
  3. La community crea conversazioni.

Una volta appurato cosa sia una community possiamo provare a rispondere alla domanda: la community si crea o la si intercetta? La risposta a questa domanda può appartenere a due filoni:

  • La tua community esiste già e il lavoro del community manager consiste nell’intercettare le persone che ne fanno parte.
  • La community non esiste di per sé o per lo meno non in forma di community. Quindi in questo caso la community non esiste e va creata.

È chiaro che non sempre ci troviamo a vedere soddisfatti i tre aspetti. Quindi la risposta alla domanda/titolo del post è: sì! Si può creare una community, a patto che sia presente un numero rilevante di persone. Senza persone non si fa nulla (questa è un po’ la regola numero 1 del marketing di tutte le epoche). Se invece le persone ci sono in quantità rilevante il lavoro del community manager consiste nel favorire le conversazioni tra le persone. In quest’ottica il lavoro del Community Manager e le Digital PR vanno assolutamente coordinate. Il lavoro di questi professionisti deve avere un obiettivo preciso: favorire le conversazioni.

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Lo stakeholder nel circolo relazionale

Il tema della relazione con l’utente era al centro del mio posto di ottobre intitolato Alla ricerca della relazione. Partivo dalla prima tesi del Cluetrain Manifesto per arrivare alla strategia sul web. Ciò che mi spinge a tornare sul tema è un passo di Valerio Meandri nel suo Manuale di fundraising.

Fundraising significa costruire relazioni che permettano a delle persone (i donatori) di aiutare altre persone (chi è servito dall’organizzazione nonprofit) attraverso certe persone (i fundraisers)

Non sono un fundraiser, mi piace semplicemente leggere ed informarmi a riguardo e devo ammettere che questo approccio poco affaristico come lo definisce Meandri mi piace molto. Nella sua versione Profit questa triade ha una forma diversa. I tre attori sono:

  1. Community
  2. Azienda
  3. Stakeholders

Non contemplare i portatori di interessi nel proprio modello di business è un grave errore, anche se (lo concedo) la categoria degli stakeholders è trasversale e non comprende un insieme di persone separato dagli altri due.

La figura dello stakeholder è spesso erroneamente attribuita esclusivamente all’azionista. I portatori di interesse sono coloro che hanno una qualche influenza nell’attività in questione. Prendiamo per esempio l’azienda, gli stakeholders saranno:

  1. Clienti
  2. Fornitori
  3. Dipendenti e Collaboratori
  4. Azionisti e finanziatori (Shareholders)
  5. Enti ed istituzioni
  6. Residenti delle aree limitrofe all’azienda (la comunità)

Dimenticarsi che con ognuno di loro si deve instaurare una relazione diversa e declinare la comunicazione nella maniera più opportuna potrebbe essere un grave errore.

Il portatore di interesse è sempre una persona e come tale, anche per il ruolo che ricopre, va affrontata. Creare la relazione strutturata e razionale con ognuna di queste forze vuol dire dare al dialogo:

  1. un luogo
  2. una scadenza periodica
  3. un tono di voce
  4. dei contenuti di comune interesse inseriti in un quadro con obiettivi chiari e condivisi

Una Social Media Strategy evoluta non può fare a meno di considerare questo aspetto della complessa vita delle organizzazioni. Ogni organizzazione viva si relaziona con più di una community.

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I contenuti si producono?

Una delle più controverse questioni relativamente al web sta proprio nell’utilizzo di alcuni termini piuttosto che altri. Ho riflettuto a lungo sulla scelta di termini come produzione di contenuti nel caso di articoli per un blog o un qualsiasi sito, ma alla fine fine mi sono chiesto: perché mai non dovrebbe essere così?

Una domanda simile me la sono posta a metà febbraio in Storytelling: arte o artigianato? prendendo spunto da una citazione di Erik Spiekermann. In quest’ottica e premesso (Spoiler) che io non mi reputo un artista, la risposta è scontata. I content manager oggi sono i nuovi (ce ne dovrebbero essere anche di vecchi?) artigiani. Il concetto stesso di artigianato non è mutato. È mutato il raggio d’azione dell’artigianato e l’impatto che ha nelle organizzazioni.

Il pregiudizio alla base della riflessione sono effettivamente due. Il primo sta nel limitare il concetto di artigianato alla produzione fisica e al lavoro manuale. Il secondo sta nell’appioppare ad attività come il disegno o la scrittura esclusivamente finalità artistiche. E non stiamo neppure parlando di fraintendimenti nell’epoca del web. Negli anni 70 non scrivevamo lettere per i propri stakeholders? Sicuramente allora la mole di contenuti non era la stessa di oggi. Non solo non esisteva internet, non erano nemmeno diffusi i computer come oggi li conosciamo.

Sono cambiati gli strumenti, e con loro l’impatto quantitativo e la penetrazione che il content management ha nella vita delle organizzazioni

Ma il succo del discorso non cambia. Quindi perché scrittura e disegno non possono essere considerate come attività anche al di fuori della loro declinazione artistica? Come tra i fabbri alcuni possono essere definiti artisti, mentre molti sono artigiani, il medesimo approccio va riservato al web writer.

È in ogni caso più difficile trovare dei limiti definiti al concetto di arte piuttosto che a quello di artigianato, all’interno del quale non possiamo escludere queste (non) nuove professioni.

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Da Maslow a Gianni Morandi

Il nostro bisogno di affermare la nostra identità è assolutamente coerente con il periodo storico di benessere che stiamo vivendo. Lo psicologo statunitense Abraham Maslow teorizzò attraverso la sua famosa Piramide (di Maslow, appunto) una gerarchia dei bisogni umani a partire da quelli fisiologici (alla base della piramide) fino a quelli legati all’autorealizzazione (ovviamente al top della piramide), passando per bisogno di sicurezza, appartenenza, stima etc.

Fonte: Wikipedia

Fonte: Wikipedia

Il successo dei social network è dovuto in buona parte a questo aspetto dell’essere umano. Una società come la nostra, nella quale i bisogni basilari sono soddisfatti ampiamente, vengono percepiti spesso come impellenti i bisogni delle categorie gerarchicamente superiori. I social hanno permesso di soddisfare con estrema facilità questo nostro aspetto, questo desiderio di comunicare ad altri (e un po’ anche a noi, che abbiamo sempre bisogno di convincerci di essere o di appartenere a qualcosa) cosa siamo. Ho usto la parola cosa anziché chi per un motivo ben preciso.

Dal nobile #JesuisCharlie ai più recenti #iostoconvale o #iostocongianni (potremmo citarne a decine) abbiamo assistito e magari partecipato ad una serie di prese di posizione più o meno sensate. In ogni caso tutte atte a urlare al mondo che noi siamo così, condividiamo un certo tipo di valore, vediamo il mondo in un certo modo. In alcuni casi abbiamo usato hashtag, in altri una particolare immagine di profilo. Bellissima quella lanciata da Facebook dopo la storica sentenza della Corte Suprema statunitense sulla dignità costituzionale del matrimonio omosessuale.

Poco importa che la sentenza non abbia valore in Italia (non ancora e non direttamente), io mi rivedo in quei valori di accettazione della diversità e lo voglio urlare ai quattro venti. Siamo fatti così. Ogni volta che condividiamo un video su Facebook non lo facciamo perché lo stiamo effettivamente ascoltando/vedendo, bensì perché vogliamo comunicare ai nostri amici che quel gruppo o canzone ci identifica. Così come negli anni 80-90 alcuni di noi vestivano il chiodo o le t-shirt degli Slayer, mentre altri calzavano le Clark sotto ai pantaloni a zampa d’elefante, per non parlare dei paninari con il Winchester al polso e la cintura di El Charro.

Il stato della viralità si raggiunge grazie alla condivisione, che è spesso affermazione di appartenenza. Questo l’hanno capito bene molti brand già prima dell’avvento dei social perché è un fenomeno naturale. Ciò che negli ultimi anni è cambiato è  stato l’approccio di chi era abituato alle dinamiche della comunicazione tradizionale. Molti soggetti hanno sofferto di ansia da pubblicazione. In un mondo dove Content is King ci si è lanciati, spesso avventatamente, ci si è lanciati nella produzione senza pudore di contenuti (qualcuno li chiama oggetti sociali).

Il nostro bisogno di condividere è così forte, impellente, che viene attivato anche con contenuti meno nobili di #JeSuisCharlie. Alcuni articoli pubblicati da testate giornalistiche ormai passate al mondo del gossip, riescono ad attivare un pubblico che non può fare ameno di manifestare la propria posizione anche nei confronti di un presunto social media manager dietro il successo social di Gianni Morandi. Dobbiamo stare da una parte o dall’altra, non esiste il grigio: la nostra identità sembra essere minacciata da questi grigi. Questa è la deriva del web, il suo lato oscuro stando in tema Star Wars. L’esagerazione nell’affermare un’identità che diventa carattere, macchietta.

Quando e come aprire una pagina Facebook

Torniamo su un tema molto diffuso tra gli utenti di Facebook: quando e come creare una Pagina Facebook?

Iniziamo a capire quando è il caso di ricorrere alla pagina anziché al gruppo o ad un profilo. La pagina è la scelta migliore nel momento in cui vuoi rappresentare un brand o un’organizzazione, la Pagina Facebook è uno strumento che aiuta brand e organizzazioni a connettersi con gli utenti. Alla pagina non devi chiedere l’amicizia, è sufficiente cliccare sul mi piace per rimanere in contatto con lei e ricevere i suoi aggiornamenti. Il tuo account personale lo puoi usare solo come persona e non come brand. Utilizzare un profilo personale come account della propria attività non ti permette di usufruire degli strumenti studiati appositamente per pagine, oltre ad essere vietato dalla policy di Facebook.

Per approfondire il tema leggi informazioni di base sulle Pagine pubblicate da Facebook.

Una volta appurato che la Pagina è lo strumento migliore è necessario capire come fare per aprirla e renderla presentabile. Sia ben chiaro che il valore della pagina è dato dai contenuti che pubblica/condivide con la sua community, quindi è sì importantissimo curarne la presentazione (il cosiddetto set up), ma sicuramente NON è sufficiente.

Prima di andare ad aprire una pagina o un qualsivoglia account, ogni organizzazione dovrebbe avere una Corporate Identity ben definita e preparare un piano marketing dettagliato (in Italia non è pratica diffusa e questo non è un bene) con target, segmenti di mercato di interesse, prodotti o servizi offerti, etc. Questo ti permetterà di dare struttura razionale alle tue azioni di marketing e di risparmiare tempo in fase operativa.

Come aprire la mia pagina Facebook?

Per prima cosa clicca su Crea una Pagina. La prima scelta da fare è capire a quale categoria appartiene il tuo Brand: hai bisogno di maggior geo localizzazione oppure la tua pagina rappresenta un’organizzazione non profit? Vendi mattoni o infissi oppure sei un produttore di vino?

Una volta capito questo esistono tre diversi ambiti da sistemare:

  1. il nome
  2. le immagini
  3. i testi

Il nome

Dato che sei giunto fin qui parto dal presupposto che tu abbia già dato un nome alla tua organizzazione o che comunque chi ti ha affidato questa responsabilità ti abbia anche comunicato il nome dell’organizzazione. Se così non fosse, prima di andare avanti ti consiglio di prepare una corporate identity a prova di bomba.

Alcuni consigli generali che ti posso dare sono di non scrivere il nome tutto in maiuscolo e di non inserire eventuali forme societarie SPA o Srl. Inoltre limitati al brand, non aggiungere ‘Associazione” e postille di proprietà “Gelateria Fiore di Mario Rossi”. Il tuo nome è il tuo Brand, mantieniti sul semplice ed evita diciture da visura camerale. La brevità è quasi sempre un plus, rispettala.

Le immagini

Un’immagine vale più di mille parole è un modo di dire che spesso utilizziamo. In questo caso personalmente non lo condivido, ma rimane il fatto che l’aspetto visivo della tua pagina sia determinante. Le due immagini sulle quali porre la nostra attenzione sono:

  1. Profilo
  2. Copertina

Per immagine del profilo intendo quell’immagine quadrata che appare sulla destra quando condividi qualcosa o quando commenti i post, proprio come quella del tuo profilo personale. A me piace molto usare il logo, ma in alcuni casi può risultare impersonale e alcuni professionisti, sulla propria pagina, utilizzano una propria fotografia.

Per immagine di copertina invece intendo quell’immagine che appare in alto, quando visiti la tua pagina. È molto grande (851 x 315 px) e offre diversi spunti creativi. Se hai dubbi in proposito ti consiglio di visitare la pagina con le informazioni di base sull’utilizzo delle immagini di profilo e di copertina su Facebook.

I testi

Ormai la tua pagina è quasi pronta. Devi solo terminare di compilare alcuni campi descrittivi. È bene prendere in mano il Piano Marketing preparato in precedenza e iniziare a lavorare a partire da quello. I testi chiave da inserire sono:

  1. Breve descrizione
  2. Panoramica società
  3. Descrizione lunga

Nella Breve Descrizione hai 155 caratteri per far capire a chi visita la pagina di cosa ti occupi. È la voce più importante perché, a differenza delle altre, è visibile a tutti i visitatori della pagina. Sii breve e fai capire di cosa ti occupi, se hai lavorato bene sulla mission puoi prendere spunto da quella.

Panoramica Società e Descrizione Lunga sono i luoghi più utili per descrivere dettagliatamente di cosa ti occupi, o di cosa si occupa il marchio che rappresenti. Prima di scrivere la storia dettagliata della azienda dal 1389 ad oggi rifletti su cosa effettivamente può interessare ed essere utile al lettore. Porsi queste due domande è la base del social media marketing e nel momento in cui apri una pagina, volente o nolente, ti stai confrontando con questa disciplina. Alcuni tipi di pagine ti permettono di inserire i prodotti che offri e la fascia di prezzo all#interno della quale ti poni. Poni particolare attenzione ad indirizzo, orari e numeri di telefono se la tua attività ha bisogno di una forte geo-localizzazione, se ad esempio si tratta di un parco divertimenti, una gelateria, un ristorante, un negozio etc.

Impara dai migliori

Se hai dubbi e spero veramente tu ne abbia, vai a controllare i grandi brand come si comportano. è molto difficile se non impossibile creare un tutorial universale, il set up della pagina dipende da una serie di fattori come gli obiettivi che ci si è posti o la natura dell’organizzazione, solo per nominarne un paio. Impara da chi ha potuto rivolgersi ai migliori professionisti. Non ti sto dicendo di copiare, ma se non sei il migliore cerca sempre di imparare qualcosa da chi è migliore di te (e qualcuno migliore di te lo trovi sempre).

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Vale la pena rinunciare alla credibilità per una manciata di clic?

Alcune agenzie di stampa e qualche testa giornalistica stanno marciando sui recenti dibattiti. Ogni settimana l’occasione di raccogliere qualche prezioso click si presenta online. Questa settimana Valentino Rossi e l’inserimento della carne rossa lavorata nella lista delle sostanze cancerogene hanno offerto un succulento boccone per molti.

Testate giornalistiche affermate o agenzie di stampa non hanno resistito a cadere nella trappola di ottenere click facili (Ti basta pensare che fine ha fatto Adnkronos o al social media management di ANSA). E questo si traduce in titoli accattivanti e provocazioni sui social al fine di scatenare dibattiti, alcune volte verbalmente violenti (flame), il più delle volte senza moderazione.

Cosa spinge testate affermate a condividere informazioni false o con titoli/immagini ingannevoli o volutamente imprecisi?

Il problema alla fonte sta nella ricerca di click ed engagement che si traducano in visite al sito e interazioni sui social. Si sente spesso parlare di Click Baiting, quasi sempre con connotazione negativa. Letteralmente si tratta di ottenere più click sui propri post grazie a titoli e immagini di anteprima accattivanti. Dall’ottimizzazione del post alla manipolazione della notizia la differenza è importante: non si tratta di sfumature. La differenza essenziale, che ne determina il netto confine, sta nei concetti di etica e di credibilità.

Quindi, ritornando alla domanda iniziale: perché rinunciare alla credibilità per una manciata di click? La risposta è abbastanza ovvia: monetizzazione e i click che alcuni titoli catturano non sono poi così pochi. In chiave temporale possiamo leggere questa scelta come guadagno sicuro oggi o semina per il mio domani? In periodi di tranquillità e di crescita la scelta strategica sarebbe credere nel futuro, ma in momenti di incertezza?

Le vere conseguenze di una scelta del genere le vedremo nei prossimi mesi/anni, sta di fatto che qualsiasi strategia basata esclusivamente sul presente non porta con sé valore e ricchezza per nessuno. Nemmeno per chi ne approfitta, la credibilità persa non è facile da riconquistare. È proprio in momenti di incertezza come questa che emergono le differenze tra i player sul mercato. Che si tratti di brand affermati o di nuovi giocatori, poco importa, l’attenersi ad un codice etico che impedisca di prendersi gioco del lettore sta facendo la vera differenza nel mondo dell’informazione oggi.

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Lo storytelling del complotto

Perfino i temi più delicati vengono spesso trattati con un approccio degno di un ultras che difende la propria squadra del cuore. Marco Cattaneo sottolinea in questo articolo il curioso approccio sui social delle diverse parti nei dibattiti più accesi. Un esempio abbastanza triste ne è la discussione nata da questo post di Unicef su Facebook sul tema vaccini.

Quando però la discussione non prende la deriva, è possibile riscontrare un preciso modello narrativo all’interno del cosiddetto complottista. Il protagonista della bufala è il complotto, non la crociata. Senza il complotto non vi è movimento anticomplotto. Senza gender e lobby gay non v’è Movimento Per La Famiglia. Senza Big Pharma non v’è antivaxx. La crociata in sé serve per dare coesione ed identità ad un pubblico in cerca di affermazione, tutti sui social cercano affermazione di sé, non solo i complottisti. Il modello narrativo nasce e si configura come antagonista, alternativo ed in questa sua caratterizzazione fonda la propria ragione di esistere. Ne ho parlato anche ne I non sense della disinformazione.

La questione numerica

Nello stroytelling alternativo uno vale uno. L’idea alternativa vale come l’idea promulgata dagli organi ufficiali. Poco importa se solo 1 medico su 1000 chieda ai ricchi dei vaccini o se quattro scienziati su cento dubitino che la causa del global warming sia l’uomo. Si cerca il dibattito 1/1 mentre si dovrebbe cercare una proporzione. Se su mille medici uno è contrario ai vaccini, chi ascolta la trasmissione in radio o la guarda in TV deve saperlo. Il complotto cerca il racconto paritario dove la comparsa è elevata mediaticamente ad antieroe. Poco importa se a credere ad una buffa teoria complottista sia una piccola minoranza della comunità scientifica. Nel dibattito faccia a faccia questa ragionevole sproporzione è annullata. Questo simpaticissimo video mette in luce questo particolare aspetto nella discussione tra sostenitori e non che il global warming sia causato dall’uomo.

Il punto di vista soggettivo

Lo storytelling del complotto si concentra sull’esperienza personale piuttosto che sul dato di fatto o, quando necessaria, la ricerca scientifica. Il punto di vista soggettivo, nella visione complottista, viene sottolineato con maggiore enfasi del dato oggettivo. La testimonianza di un singolo ha valenza maggiore della ricerca scientifica. Nello storytelling del complotto l’attenzione viene posta sulla vittima del complotto. Il numero viene delegittimato della propria valenza.

Il giudizio emotivo e la partecipazione

Una volta portata l’attenzione del lettore sulla vittima del complotto come principale testimonianza verosimile, il passo è semplice: si cerca l’empatia con il lettore attraverso la sofferenza che la vittima ha vissuto. Stimolare il giudizio emotivo facilitando la vicinanza con la vittima porta il lettore a prendere una posizione etica. In questa fase del racconto il lettore partecipa a tutti gli effetti alla sofferenza, è inserito nella trama, ne diventa parte.

Il nemico nascosto

Alla fine della storia non sempre viene messa un luce la trama ordita dalla lobby segreta. Alcune volte si accenna e basta alla loro esistenza. La cospirazione è velata, ma presente. Questa misteriosa Spektre dei giorni nostri non necessita di essere smascherata. Propria il non saper provarne l’esistenza dimostra l’abilità e l’aver occupato oramai posizioni di potere. L’assenza di prove è in ultima analisi la prova definitiva del complotto.

L’eredità della letteratura e del cinema 

Il modello complottista è collaudato da anni e anni di pratica in letteratura e nel mondo del cinema. Ricordiamo Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1932) Trilogia degli Illuminati di Robert Anton Wilson (1975), oppure 1984 di George Orwell (1949)

Al cinema uno degli esempi più famosi fu Capricorn One (1978), o Quinto Potere (1976). negli anni 80 seguirono lungometraggi come Essi vivono di John Carpenter (1988), negli anni 90 Ipotesi di complotto (1997) e Dark City (1998). The Island di Michael Bay (2005) o Il Codice Da Vinci di Ron Howard (2006) sono già più recenti.

Andare a replicare un modello narrativo del genere vuol dire basarsi su trame già proposte al pubblico e molto apprezzate da una grande fetta di esso. Dal punto di vista narrativo è un’operazione a basso rischio.

Un wallpaper ispirato al film Capricorn One

Un wallpaper ispirato al film Capricorn One

I non sense della disinformazione

I temi che hanno invaso i social network negli ultimi anni sono molteplici: invasione degli immigrati, vaccini, gender hanno scatenato l’inimmaginabile reazione di una parte del web. Cosa si cela dietro a questi fenomeni e cos’hanno in comune? Mentre nel primo caso abbiamo avuto a che fare portali gestiti da forze politiche (imolaoggi.it, etc.) e/o semplici ragazzetti alla ricerca di click facili (senzacensura.eu), nel secondo caso entriamo nella sfera del complotto ordito dalle case farmaceutiche, mentre nel caso del terribile gender ad ordire il complotto sarebbero delle lobbies gay e/o sioniste (a seconda dell’orientamento politico e religioso dell’autore). Per una lista abbastanza completa e aggiornata di questi siti è sufficiente visitare la Black List  preparata da Butac.

Ce n’è per tutti. Ma su cosa si fondano i meccanismi della disinformazione? Da dove partono le bufale e perché attecchiscono così bene?

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Chi verifica le dis-informazioni?

Innanzitutto si parte dal presupposto che l’informazione non verrà verificata. Una fetta consistente degli utenti presenti sul web, e quindi anche della popolazione, non sa riconoscere una fonte presumibilmente attendibile da una dubbia e non usa gli strumenti del web per la ricerca di informazioni.

La battaglia sulla credibilità e attendibilità dei post si combatte commento su commento sui social network. Spesso, soprattutto nel caso della minaccia dell’immigrato, una volta smascherata la bufala il disinformato molla la presa sostenendo che avrebbe comunque potuto essere vera.

Il complotto per affermare se stessi

Nel caso di gender e vaccini la portata emotiva e valoriale è maggiore. Nel momento in cui si entra nel mondo del complotto la portata valoriale aumenta di gran lunga rispetto alla sola rabbia e sconcerto sui quali puntano le false notizie a sfondo razziale. Il complottista si identifica con la sua causa e quando la vede minacciata ovviamente vede minacciata la propria persona. Per questo motivo il complottista sposta spesso la questione sul personale. Quando la disinformazione viene messa in discussione attraverso argomentazioni e tesi di fonti ufficiali la contromossa è quasi sempre quella di screditare la fonte o il suo autore come prezzolati o al servizio di qualche fantomatica organizzazione segreta.

Una grande differenza tra le due famiglie di disinformati sta nel fatto che una ha bisogno di un nemico, l’altra di una causa. Se alla prima togli il nemico lei se ne troverà un altro senza troppo sforzo. Nel caso della causa è ben diverso: mettendo in discussione la causa metti in discussione la persona stessa che la porta avanti e quindi scateni una reazione emotiva.

Un altro comportamento facilmente distinguibile è la disarmante elasticità degli strumenti critici. Ad esempio le ricerche della WHO sono corrotte dalla logica del profitto della cause farmaceutiche, mentre i loro oppositori, pur muovendosi secondo i medesimi principi, sono attendibili. La verità è data loro esclusivamente dal fatto che sono oppositori. Se non lo fossero soccomberebbero sotto le stesse argomentazioni usate per perorare la propria causa.

Ancora diverso è il caso del movimento anti gender. In questo caso causa e nemico si incrociano indissolubilmente. Il nemico non è fisico, è bensì una causa inventata per poter dar vita ad una contro causa, una causa alternativa da portare avanti. Il procedimento logico (o forse è meglio dire illogico) è il medesimo. Le fonti ufficiali (il sito del Ministero in questo caso) non hanno peso, sono corrotte ed inaffidabili, ma il blog del mio amico o del cugino di uno che ho visto al bar lo è. Non in quanto tale, solo perché è alternativo e contrario a quello ufficiale corrotto. Poco importa se non si basi su ricerche, studi, dati, fatti e statistiche. Mi rappresenta e quindi è reale.

Ad ognuno il suo complotto 

Potremmo chiamare questo programma La Causa è Servita. La propaganda che infetta il web oggi è una  propaganda cieca che fa leva sul fenomeno ampiamente discusso dell’analfabetismo funzionale. Uno dei comportamenti più comuni di questo tipo di analfabeti consiste nel non saper distinguere tra esperienza personale e dato statistico e dall’incapacità di interpretare la realtà. Alla luce di ciò è chiaro il motivo della loro rapida diffusione su Facebook.

Alla ricerca della relazione

Nel 1999 alcuni personaggi di tutto rispetto scrissero il Cluetrain Manifesto, un insieme di 95 tesi aventi come oggetto la metamorfosi che il web (ancor prima dell’avvento dei social) stava vivendo

È cominciata a livello mondiale una conversazione vigorosa. Attraverso Internet, le persone stanno scoprendo e inventando nuovi modi di condividere le conoscenze pertinenti con incredibile rapidità. Come diretta conseguenza, i mercati stanno diventando più intelligenti e più veloci della maggior parte delle aziende

La prima tesi, e forse la più citata, recita:

i mercati sono conversazioni

E conversando creiamo relazioni. Il web oggi ha sovvertito la priorità di avere visibilità, termine che negli anni ha perso un po’ della propria vecchia importanza, a favore di una sana capacità di relazionarsi con un pubblico, magari più limitato, ma sicuramente a noi più vicino dal punto di vista valoriale.

Si è passati dal concetto di visibilità, che pone l’accento su di noi, al concetto di community, ovvero di qualcosa di esterno a noi. Questo passaggio di testimone da visione egocentrica a una visione dove il centro è invece fuori da noi, è una sorta di rivoluzione copernicana nell’era digitale.

Se il luogo delle conversazioni (il mercato per i più nostalgici) non è più il mio cortile, il mio negozio, la mia linea di produzione o il mio sito, significa che le relazioni non potremo più gestirle totalmente in casa nostra. Il concetto stesso stesso di confine tra casa mia e l’esterno sta sfumando è sfumato andando ad identificarsi con la sfera di influenza che i miei argomenti sono capaci di produrre. Quindi non fissarti sull’acquisizione a tutti i costi di utenti sul tuo sito e pensa a creare conversazioni con la tua community.

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