Running & Management

Gli alibi e le discussioni che fanno perdere tempo

Esistono momenti, nella vita del manager quanto in quella dell’atleta (seppur amatore) dove bisogna saper evitare le discussioni inutili e andare dritti verso il traguardo. La discussione è un momento decisivo per il successo di un progetto o un impresa se e solo se affrontata nel momento giusto e con lo spirito giusto. Ogni discussione che non sia in fase di analisi iniziale, all’interno di un workshop o durante l’analisi al raggiungimento di una milestone è molto probabilmente una perdita di tempo, un alibi o nel peggiore dei casi un sabotaggio.

Il problema è che discutere ha un prezzo: il tempo. Ed il tempo è probabilmente la risorsa più importante che hai, di conseguenza quella che non puoi permetterti di perdere. Sei sicuro di voler cedere il tuo tempo al vortice della discussione? Ci sono argomenti dei quali è abbastanza stupido parlare e altri che vanno invece discussi con tempismo. Esatto, ci sono cose troppo stupide o inutili per le quali discutere. Se le riunioni alle quali partecipi durano più di un’ora (e non sono workshop) probabilmente stai già buttando via il tuo tempo.

La discussione è uno degli alibi preferiti di chi non vuole tornare a lavorare. Tutti abbiamo avuto un collega che tira la riunione per le lunghe con domande auto riferite o critiche viziate da onanismo professionale. Che tu sia un runner o un manager devi essere bravo a prendere la mira (goal setting) all’inizio del progetto e per farlo bene serve un’analisi puntuale che può essere arricchita da confronti e discussioni. Successivamente sono altre le attività che richiedono attenzione ed energie. Saper zittire voci esterne o interne inopportune è l’unica maniera di focalizzarsi sull’unica cosa che in alcuni momenti devi fare: correre!

La discussione, se fuori posto, è quell’attraente alternativa, divertissement, al rimanere nel flusso: quello stato di coscienza nel quale una persona è talmente immersa in un’attività tanto da esserne coinvolta totalmente. In questo stato la focalizzazione sull’attività è talmente intensa che la performance è ottimale. Esistono diversi fattori che contraddistinguono l’esperienza del flusso (Flow), eccone alcuni:

  1. avere chiari obiettivi
  2. essere focalizzati sull’attività
  3. la perdita dell’autoconsapevolezza e del senso di sé
  4. distorsione nella percezione del tempo
  5. motivazioni intrinseca massima
  6. senso di controllo
  7. piacere intrinseco

Questo stato, conosciuto anche tra gli sportivi come la zona oppure l’esperienza ottimale permette all’atleta di avere una prestazione massimale e uno stato d’animo positivo ed è intimamente connesso con la capacità di focalizzare la propria motivazione. Quando cedi al diversivo della discussione sappi che stai rinunciando a questo. Come un corridore che passa più tempo a decidere la tipologia di allenamento che a correre.

Quando la discussione assume la forma dello storytelling nella ricerca dell’alibi si parla di autosabotaggio. Se avviene in team il danno è esponenziale. Di questo tipo di atteggiamento ne ho parlato nel mio post di luglio Superare l’autosabotaggio con la ristrutturazione cognitiva. Sta di fatto che dobbiamo fare economia. Di tempo e di energie.

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Come leggi il mondo che ti circonda?

In un post di qualche mese fa intitolato Superare l’autosabotaggio con la ristrutturazione cognitiva scrissi:

Se la lettura di una situazione ora non ci permette di cogliere l’opportunità insita in essa dobbiamo cambiare chiave di lettura cercando di trovare la struttura gnoseologica che maggiormente risulta funzionale alla risoluzione del problema. La struttura attraverso la quale leggiamo la realtà è come un paio di occhiali, non siamo in grado di leggere ed interpretare nulla senza una struttura. Cambiare struttura è possibile, ma serve pratica e un continuo allenamento

Il nostro modo di vedere e capire il mondo non coincide con il mondo stesso. L’attività di interpretazione del mondo attraverso strutture cognitive è cosa diversa dal mero evento.

Pietro Trabucchi è molto chiaro in merito ristrutturazione cognitiva. In Resisto quindi sono (2010) scrive:

Ristrutturare cognitivamente qualcosa significa trovare degli elementi positivi in un evento, modificando il nostro modo di guardarlo

Sempre nello stesso volume espone la tecnica ABC di Ellis. Uno dei presupposti di questa tecnica è che la nostra reazione ad un evento non sia linearmente determinata dall’evento stesso. La nostra reazione C (C=Consequences) non è quindi determinata dall’evento A (A=Adversity), bensì dalla nostra lettura e interpretazione di A che chiameremo B (B=Beliefs). Tra l’evento A e il comportamento conseguente C dobbiamo sempre tener conto del filtro cognitivo B.

I nostri comportamenti e le nostre emozioni sono quasi sempre il risultato di un evento sommato ad un’interpretazione

La nostra lettura del mondo determina le nostre azioni molto più di quanto possiamo immaginare. Questo vuol dire che siamo responsabili delle nostre azioni e reazioni agli eventi negativi. Nell’affermazione di Ghandi

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo

si nasconde anche un po’ di questo. Saper ri-strutturare attraverso i filtri cognitivi il nostro rapporto con il mondo, scoperto ora in una sorta di bilateralità, è il punto di partenza di un nuovo essere ciò che vorremmo che il mondo sia.

In filosofia spesso si è ricorso spesso al termine tedesco Weltanschauung (non traducibile in maniera totalmente fedele in italiano). Ciò che rende la Weltanschauung un qualcosa di più ampio della visione del mondo sta nel suo portarsi appresso i cosiddetti Beliefs che abbiamo visto nella tecnica di Ellis. Stiamo parlando dell’orizzonte valoriale che filtra gli eventi ai quali assistiamo più o meno attivamente. Sarebbe scorretto considerare passivamente la cosiddetta lettura che facciamo del mondo e degli eventi e ovunque si parli di attività si deve affrontare il tema della responsabilità.
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Dalla comfort zone alla ricerca della fatica

La comfort zone è uno stato psicologico nel quale una persona si trova a proprio agio, dove sente di avere il controllo della situazione con uno stato di ansia pressoché inesistente e un basso livello di stress. Secondo Alasdair A. K. White è in questo stato che il manager può trovare la performance ottimale:

  • Percezione di controllo sulla situazione
  • Stato di ansia pressoché inesistente
  • Basso livello di stress

In questo stato psicologico il manager può focalizzarsi senza distrazioni sulle proprie attività core.

Dalla comfort zone alla ricerca della fatica

Come può questo compromettere, nel lungo periodo, le tue performance? Quello che una condizione del genere ti dà è un temporaneo vantaggio che, se prolungato troppo ti penalizza. Ogni situazione di vantaggio racchiude in sé delle minacce. Prova a pensare ad esempio quanto il concetto di dolore sia spesso mal interpretato. Si cerca di fuggire il più possibile dal dolore, mentre il dolore non è altro che uno strumento che abbiamo in dotazione per la nostra stessa sopravvivenza.

In quest’ottica, il guscio di sicurezza nel quale troviamo la nostra comfort zone altro non è che una prigione. È uno stato psicologico che racchiude in sé delle minacce. La più insidiosa di queste è la percezione del controllo di ciò che ci sta intorno.

Secondo Neale Donald Walsch

la vita inizia alla fine della propria comfort zone

Al di fuori della comfort zone troviamo il confronto con noi stessi. Che ci faccia piacere o no, questo tipo di esperienza ci mette in uno stato di:

  • Ansia
  • Stress
  • Sensazione di non avere il controllo

Durante un’esperienza conflittuale come questa riscopriamo la necessità della perdita dell’equilibrio. La corsa è un’ottima metafora di questa situazione: dal punto di vista della dinamica il running non è altro che una continua perdita di equilibrio, di fuga dalla comfort zone. Il corpo in questione sposta il proprio peso oltre il proprio baricentro perdendo l’equilibrio e quindi è costretto a ridefinire il proprio assetto spostando in avanti la gamba per poter atterrare sul piede, andando a spostare il proprio baricentro.

Il nuovo equilibrio che si troverà non sarà uguale a quello perso in precedenza. Avremo infatti guadagnato diverse decine di centimetri portando tutto il nostro corpo oltre la posizione che avevamo in partenza, e questo con una sola falcata. Ripetiamo questo movimento per due ore, con una frequenza di 180 passi al minuto e la distanza coperta sarà di diversi chilometri. Perdere l’equilibrio è l’unico modo per poter guadagnare terreno e spostarsi in avanti lungo il nostro cammino. Quindi non essere troppo fiero dell’equilibrio che hai guadagnato oggi, perché domani dovrai sbarazzartene.

La ricerca della fatica 

La cosa più difficile è perdere l’equilibrio. Lasciare la propria comfort zone per uno stato di insicurezza. Uscire dalla Comfort Zone significa tentare l’intentato, esplorare l’inesplorato, abbracciare l’incertezza, proiettare le proprie azioni verso la realizzazione dei propri sogni, entrare in intimo contatto con se stessi, crescere ed aprirsi alla sfida. Come fare allora per abbandonare il caldo giaciglio che questa piacevole illusione offre?

  1. Fissare obiettivi importanti per se stessi
  2. Legare la fatica al raggiungimento degli obiettivi

A nessuno piace sudare per nulla. Soprattutto quando lo sforzo richiesto è costante nel tempo e per lunghi periodi. Fare fatica, e di questo i runners ne sanno qualcosa, spesso vuol dire soffrire, aprire le porte ad alcuni tipi di disagi nella propria quotidianità. Non si tratta di non apprezzare le comodità che la vita ci offre, bensì di accettare il fatto che per raggiungere alcuni obiettivi è necessario rinunciare a queste comodità. In questo caso non si tratta di amare la sofferenza, è forse più saperci convivere per poter raggiungere dei traguardi che altrimenti non potresti raggiungere.

Per arrivare dove ti sei prefisso di arrivare non otterrai sconti. Il prezzo da pagare conosce due tipi di moneta: fatica e costanza. Puoi allenarti meglio o peggio, con l’aiuto di un professionista o da autodidatta, ma alla fine, presto o tardi arriverai al traguardo. Questo è l’aspetto della fatica che ti entra maggiormente nell’anima, perché attraverso la rilettura dello sforzo e del sacrificio in un’ottica di traguardo la fatica stessa diventa quasi una necessità.

Per fare questo e per raggiungere i tuoi sogni dovrai fare fatica. Fare fatica alcune volte vuol dire soffrire. Soprattutto se sogni in grande! La fatica è quella cosa che rende saporita un’esperienza. È quel filtro che rende magica anche un’immagine di Rovigo. La fatica provoca dipendenza, una volta vissuta nel tuo quotidiano non potrai farne a meno e le giornate facili ti risulteranno quanto meno noiose.

L’obiettivo ed il piano

Per il manager, così come per l’atleta, la capacità di fissare i goal da raggiungere è costitutiva del concetto stesso del successo. Capire quali obiettivi fissare richiede capacità di analisi e profonda conoscenza di sé. Capire quali goal si potranno considerare compatibili con la propria condizione attuale sarà un esercizio self confidence e ci permetterà di orientare la motivazione verso un traguardo nel lungo periodo andando a mettere in campo la nostra resilienza.

Come e perché fissarsi degli obiettivi?

Fissare degli obiettivi serve a rimanere motivati, soprattutto nel medio lungo periodo. Avere un obiettivo significa dare un perché ai momenti di frustrazione e di difficoltà nel quotidiano. Inoltre un obiettivo che si possa dire tale permette di  essere misurato e quindi valutato. Partire dall’obiettivo è l’unico modo per stendere un piano d’azione, non esiste pianificazione senza obiettivo.

Per fissare il goal si deve sempre necessariamente partire dall’analisi della situazione attuale. Non puoi sapere dove realmente sarai in grado di arrivare se non sai dove sei e in che condizione. Oltre a questo è importante che il goal sia fissato con qualcuno che è a conoscenza della tua situazione presente. Quasi mai si è soli nel fissare gli obiettivi più importanti e ciò non è di per sé un male, anzi. Per essere stimolante un obiettivo deve poter essere raggiungibile, ma non troppo facilmente altrimenti non risulta sfidante. Una presenza

Non c’é goal setting che tenga senza una analisi preliminare. Provate a pensare ad un coach che vi da un piano di allenamento senza sapere se siete in grado di correre un chilometro senza stare male. Ecco, per il management vale il medesimo principio. Se il mio brand è ampiamente riconosciuto nel mio mercato di riferimento cercherò obiettivi annuali diversi rispetto ad un manager che si appresta a avviare una nuova attività. Avere un quadro preciso di quella che è la situazione presente è indispensabile se vogliamo fissare obiettivi realistici.

La pianificazione e la resilienza 

La pianificazione è per il runner la razionalizzazione dell’impegno verso un obiettivo da raggiungere. E per raggiungerlo è necessario essere resilienti. La palestra del runner sta nella strutturazione razionale degli sforzi in un piano di allenamento. Per il manager il discorso non cambia. Attraverso una serie ragionata di azioni e di sforzi si raggiunge l’obiettivo che ci si è posti. Il piano è per il manager la palestra per coltivare la propria resilienza. Il piano è il luogo della resilienza in quanto nessun obiettivo minimamente ambizioso si raggiunge senza pianificazione. Nella pianificazione anticipiamo l’obiettivo.

In ogni fase del piano si attualizza il raggiungimento dell’obiettivo.

Questa attesa attiva è il terreno sul quale far crescere la resilienza e in un certo senso è essa stessa resilienza. La domanda che ci dobbiamo porre infine è: che tipo di manager vogliamo essere? Resilienti e pianificatori o vittime dell’improvvisazione?

Ma il manager si allena?

Pietro Trabucchi, psicologo da sempre vicino al mondo degli sport e alle discipline di resistenza di cui abbiamo già parlato molto in precedenza, dedica una parte del suo Resisto quindi sono (2007) allo stretto rapporto tra management e sport di resistenza. Entrambi questi ambiti hanno uno stretto legame con quella che Trabucchi chiama resilienza, ovvero la capacità di mantenere la motivazione per lunghi periodi di tempo. Sia gli ultrarunner sia i manager hanno necessità di trovare in se stessi le motivazioni necessarie a superare le imprese che sono chiamati ad affrontare.

La capacità di resistere allo stress, di superare gli ostacoli e di rimanere motivati nel perseguire i propri obiettivi: questa è la resilienza (P. Trabucchi)

La principale differenza tra i manager e i runner, secondo Trabucchi, sta nel fatto che i primi a differenze dei secondi non hanno la possibilità di allenarsi per superare le prove alle quali sono chiamati.

Forse nel mondo del management non c’é allenamento, ma sicuramente c’è la pianificazione. Se un atleta dovesse partecipare a competizioni con una frequenza tale da non poter allenarsi, non diventerebbero esse stesse delle sedute di allenamento? Altra cosa è il piano o programma di allenamento, che in questo caso coinciderebbe con le competizioni stesse. Il manager non conosce, se non in alcuni casi, il concetto di gara. La quotidianità del manager è una continua prova o un continuo allenamento. nel mondo del manager i due concetti si fondono più spesso di quanto si possa pensare. In questo il manager è più simile al coach che all’atleta: vince quando i suoi uomini raggiungono il goal.

Nel mondo del manager la pianificazione è la strada per arrivare al traguardo, pur non essendo allenamento. Il concetto stesso di competizione o traguardo è diverso nel mondo dello sport e nel mondo del business. Nel secondo è più facile trovare l’aspetto introspettivo della competizione del singolo, piuttosto che nel rapporto oggettivo e diretto che si ha in molti confronti sportivi.

Competizione con se stessi e raggiungimento del goal

In breve, il punto di contatto tra i due mondi consiste nel come si vive quotidianamente la competizione con se stessi alla luce del raggiungimento del goal quindi estendendo il concetto di competizione anche alla preparazione (programma o piano di allenamento). Va inoltre sottolineato la maggior caratterizzazione del management come sport di squadra o come coach piuttosto che come semplice atleta.

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Running & Management su Linkedin Pulse – aggiornamento

Nel frattempo il mio esperimento su LinkedIn sta procedendo non senza qualche soddisfazione. Gli argomenti sono molti e mi verrebbe voglia di raddoppiare l’appuntamento da qui a fine ottobre.

Nel frattempo ti aggiorno sui temi trattati:

Resilienza, running e management
Linkedin Pulse.005Ciò che ho vissuto correndo mi ha portato a trovare diverse similitudini tra i due mondi che costituiscono il mio presente: il running e il management. Da qui e attraverso la lettura di alcuni testi, ho approfondito questi temi sempre sul mio blog nella sezione dedicata al management.

Tra allenamenti e competizioni
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La quotidianità del manager è una continua prova o un continuo allenamento. nel mondo del manager i due concetti si fondono più spesso di quanto si possa pensare. Il concetto stesso di competizione è diverso nel mondo dello sport e nel mondo del business.

Perché ci piace il running
Linkedin Pulse.002Negli ultimi 15 anni il numero di praticanti attività sportive è cresciuto in maniera importante nel nostro paese. Il running ha preso piede anche in funzione della sua relativa economicità (un buon paio di scarpe all’anno da 130/160 euro non sono un grande investimento) e al fatto che lo si può praticare ovunque e quando si vuole. Perché sempre più spesso si associano attività come questa, e affini, al mondo del management? Io ho individuato 6 motivi per i quali molti manager sono passati al podismo.

I tre ingredienti della resilienza
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La buona notizia, secondo Trabucchi è che la resilienza si può imparare. È una capacità e come tale possiamo accrescerla. Non è un talento, non è un qualcosa di magicamente innato. È qualcosa che si ottiene con la continua pratica senza compromessi e senza scorciatoie. Ciò che infatti è necessario per essere resilienti cresce al contempo con la nostra resilienza e ne fonda l’essere.

Vivi l’errore resilientemente
Linkedin Pulse.007Uno degli aspetti maggiormente interessanti del concetto di errore sta nel fatto che è l’unica via sicura per raggiungere il successo. Non esiste grande impresa che non sia passata dall’errore. Alcuni mesi fa lessi degli oltre 70 prodotti lanciati dalla svedese (ora ha sede a Dublino) King prima di lanciare Candy Crush Saga, ma di storie come questa ne è pieno il web. Esistono una verità e due reazione quando si parla di errore.

Buona lettura 😉



Running e management: l’appuntamento su LinkedIn Pulse

L’appuntamento di oggi su Linkedin Pulse vuole rispondere alla domanda: perché ai manager piace tanto il running?

Io ho individuato 6 motivi per i quali tra manager e running si sia creato un rapporto privilegiato. Svieni su LinkedIn Pulse a conoscerli e dammi il tuo parere 😉

Se non sai ancora in cosa consiste l’appunto del venerdì su Pulse vieni a scoprirlo qui

Resilienza Running e Management su LinkedIn Pulse

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Dopo alcune settimane che riflettevo sul modo più opportuno di sfruttare uno strumento come LinkedIn Pulse ho pensato di approfittare del fatto che fra circa 2 settimane correrò la Stockholm Half Marathon e che la mia avventura con il progetto Run4Bethlehem giungerà quindi al termine (o comunque alla fine del suo primo capitolo)

Il tema che ho deciso di approfondire con cadenza settimanale è proprio quello della connessione tra running e management nel loro rapporto attraverso la resilienza. Saranno post veloci senza troppe pretese, che riprodurrò anche qui, magari ampliati, fra qualche mese.

Nel frattempo vi lascio al mio primo articolo: Running e management: tra allenamenti e competizioni

Buona lettura

Risalire sulla barca rovesciata

Tutte le barche si rovesciano. Prima accetti questo aspetto della vita in ogni suo declinazione, prima ti metti al lavoro per essere bravo nel risalire. Accettare il fatto che il naufragio è un aspetto strutturale del progetto ti permette di capire che per essere un vincitore devi essere bravo a risalire sulla barca.

Nella vita sono un vinto, io corro per vendetta, corro per rifarmi (Marco Olmo)

Tutti noi lo siamo. Tutti abbiamo affrontato il naufragio, la sconfitta. È inevitabile: il ricorrere allo storytelling della scusa ci aiuterà solo a evitare di migliorare. Lo storytelling della scusa ci porterà a partire per un’altra spedizione che finirà in un già noto naufragio.

“C’è una buona notizia” scrive Pietro Trabucchi in Resisto quindi sono (Corbaccio 2010), la resilienza è una capacità dell’uomo che possiamo aumentare con la pratica. La resilienza è la capacità di rimanere motivati nel tempo, di essere determinati nonostante le difficoltà, la capacità di non mollare.

Questo è ciò che ci insegna la pratica, affrontare ogni naufragio come il trampolino di lancio di un nuovo progetto, rialzarsi ed essere un passo più vicini al successo cercato. In questo lo storytelling gioca un ruolo centrale in fase di ricostruzione cognitiva, come abbiamo visto qui.

Non so quante volte raggiungerai il tuo obiettivo, ma so per certo che naufragherai spesso quindi non aspettare che qualcuno ti tragga in salvo, risali sulla barca e ricomincia a remare.

E se qualcuno ti fa notare che stai sbagliando prova a metterti in dubbio 😉

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Superare l’autosabotaggio con la ristrutturazione cognitiva

Esiste un modo di raccontarsi la vita per vivere meglio. La forma del racconto è una delle forme di interpretazione della realtà predilette dall’essere umano.

Grazie allo storytelling l’uomo si racconta, e grazie al racconto scopre (svela) la verità di ciò che lo circonda. Per gli antichi greci il concetto di verità si esprimeva con la parola aletheia ovvero disvelamento, mettendo in luce la dinamicità del concetto stesso di verità in contrapposizione alla veritas romana, oggettiva e statica.

Nel racconto il processo di disvelamento della realtà è interpretativo e costituente la realtà stessa. A seconda di come mi racconto ciò che mi circonda, vivo e creo l’orizzonte di significato che mi circonda. Trovare la chiave di lettura (o dovrei dire di racconto?) di ciò che ci circonda diventa fondamentale nel lavoro e nella vita. Riuscire a capire la connessione tra auto-racconto e capacità di risolvere i problemi vuol dire:

  1. Influenzare positivamente la community
  2. Orientarsi al problem solving
  3. Vivere meglio

Per alcuni vale lo storytelling della scusa. Tutta la loro narrazione è incentrata sulle motivazioni/scusanti del perché non hanno raggiunto un obiettivo. In questo tipo di narrazione il presente è speso per giustificare il passato. In questo tipo di lettura le energie vengono spese per cercare un alibi. Questo tipo di approccio è un aperto sabotaggio all’intenzionalità e alla progettualità futura.

In altri casi troviamo lo storytelling della rinuncia. Questi addirittura non iniziano nemmeno. Si nascondono dietro ad un “non ce la farò mai!” oppure ad un ancor più deprimente “non ho voglia di farlo!”. Anche in questo caso l’atteggiamento è quello del sabotatore.

Esiste poi lo storytelling progettuale dove il racconto è esso stesso progettualità. Il presente e il passato devono essere letti per poter giungere alla pianificazione di un progetto futuro. Nel passato e nel presente vanno identificate le criticità da affrontare per raggiungere l’obiettivo futuro. Il racconto sarà progettualità, intenzionalità. In questo tipo di storytelling l’obiettivo è la ricerca di opportunità.

Nella ricerca di opportunità ci si scontrerà con imprevisti e con momenti di difficoltà che non vanno demonizzati, bensì accettati come parte della storia, una parte integrante ed irrinunciabile. La nostra storia non deve per forza essere rosa e costellata di fiori. Qualsiasi community manager prima o poi si trova a dover gestire un flame, una critica o un reclamo. Così come in qualsiasi team ci si troverà a dover gestire degli attriti. Lo storytelling progettuale richiede sforzi e fatica. Momenti indissolubili di crescita ai quali dobbiamo abituarci, che dobbiamo vivere come momenti costitutivi dell’esperienza di crescita che non vanno evitati, bensì accettati con naturalezza e affrontati per trovare soluzioni in un’ottica di lungo termine.

È di fronte a questi momenti che necessitiamo di una ricostruzione cognitiva. Rileggere la nostra situazione nel momento in cui ci accorgiamo di essere diventati sabotatori di noi stessi, nel momento in cui il nostro raccontarci è incentrato sulla scusa o sulla rinuncia: questo deve essere il nostro obiettivo e in questo dobbiamo cercare la nostra opportunità.

Se la lettura di una situazione ora non ci permette di cogliere l’opportunità insita in essa dobbiamo cambiare chiave di lettura cercando di trovare la struttura gnoseologica che maggiormente risulta funzionale alla risoluzione del problema. La struttura attraverso la quale leggiamo la realtà è come un paio di occhiali, non siamo in grado di leggere ed interpretare nulla senza una struttura. Cambiare struttura è possibile, ma serve pratica e un continuo allenamento.

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Resilienza per management e runners

La resilienza secondo Pietro Trabucchi è

la capacità di persistere, di far durare la motivazione nonostante gli ostacoli e le difficoltà

È un termine che va molto di moda negli ultimi anni e fa leva sul concetto di motivazione. Che sia per affrontare una maratona o per attuare un piano di sviluppo per un nuovo prodotto, poco importa: il tema della resilienza è centrale nella vita professionale così come lo è negli sport di resistenza.

Essere motivati e rimanere motivati per un lungo periodo fa la differenza. La capacità di mantenere a lungo la motivazione si accresce con la pratica costante. Dare la precedenza all’automotivazione piuttosto che a fattori esterni (denaro, talento, fama, etc.) vuol dire cercare in se stessi, nella gioia di acquisire costantemente nuove capacità e nuove competenze la spinta ad impegnarsi ancora.

La resilienza è, sempre secondo Trabucchi, una capacità cognitiva, un modo attraverso il quale leggiamo e interpretiamo la realtà. Come tale è sostanzialmente migliorabile, incrementabile, attraverso l’allenamento, la pratica costante e continua nel tempo. Imparare la resilienza vuol dire non accontentarsi semplicemente di fare pratica attraverso la routine, ma orientando i propri sforzi con costanza verso attività che non sai fare bene (non ancora) o che non sai addirittura fare. Aumentare la capacità di automotivarsi con la pratica e il miglioramento costante.

Ad ottobre 2014 il bellissimo blog mammeimperfette.com pubblica 25 idee per insegnare a tuo figlio la resilienza. Come nella gestione delle persone, così nel bellissimo, ma impegnativo mondo della genitorialità la resilienza occupa un posizione chiave. Contrapponendosi alla filosofia del talento secondo la quale qualcosa ti riesce bene se sei dotato del talento necessario per farlo, l’approccio alla resilienza responsabilizza la persona orientandola all’impegno e alla soddisfazione nell’acquisizione di nuove capacità e competenze. La motivazione nasce in se stessi e non da fattori esterni che, così nel bimbo come nel manager, nel lungo periodo possono essere controproducenti. La gioia nell’acquisizione di nuove capacità e competenze sta alla base del motore motivazionale.

Mentre nella già citata filosofia del talento ti riesce bene qualcosa se sei dotato del talento per farla, nell’approccio alla resilienza si insegna che attraverso la pratica costante e l’auto-miglioramento si raggiungono i risultati. Non si tratta di negare il fatto di essere portati o meno verso qualcosa (uno sport o una qualsiasi attività), si tratta di dare la precedenza all’approccio attraverso la pratica e la continua dedizione.

Approcciare questo affascinante tema significa cercare in se stessi l’energia per portare se stessi là, oltre i limiti delle motivazioni che non provengono da noi, oltre la volpe che si arrende perché oggi non è riuscita a raggiungere l’uva, oltre i “non si può” o i “non ce la farai mai”, oltre le scuse di chi non ha raggiunto un obbiettivo, perché se c#é una cosa che la resilienza ci insegna è che il nostro obiettivo non lo raggiungiamo oggi, beh forse lo raggiungeremo domani.

Mi sembra scontato al termine di questa riflessione rimandarvi alla lettura, per me proficua, dei testi di Pietro Trabucchi e al bellissimo blog di mammeimperfette.com

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