Management e Innovazione

Riflessioni e spunti sul tema del management e dell’innovazione. Idee e best practice su come risparmiare tempo, gestire i problemi legati alla propria professione e molto altro

I 5 fattori chiave per la riuscita del progetto

Ogni volta che si dia il via ad un progetto è insito il rischio di fallimento. Quello che puoi fare per diminuire questo rischio è assicurarti di partire con il piede giusto. Ogni progetto è una questione a sé, mercati diversi, concorrenti diversi, dinamiche e scenari differenti. Ma sotto alcuni aspetti tutti i progetti sono accomunati da alcuni fattori:

  1. Un’analisi
  2. Uno o più obiettivi
  3. Una serie di azioni coordinate da un piano per raggiungere lo/gli obiettivo/i
  4. Un risultato (raggiungimento o meno del/degli obiettivi)

Affinché gli sforzi si traducano nel raggiungimento dell’obiettivo servono 5 fattori ben precisi.

1. Budget
Senza soldi non si va da nessuna parte. Il 99% dei progetti ha bisogno di essere finanziato per stare in piedi. Perché? Perché tutto ha un costo. Il nostro tempo, le risorse delle quali necessitiamo per portare aventi le attività, i materiali o le consulenze… La lista è lunghissima. Non avere un budget è probabilmente il metodo migliore per evitare di raggiungere il risultato sperato.

2. Competenze Specifiche
Starai pensando che alla fine vado sempre a parare qui. È vero! Senza competenze non vai da nessuna parte. Meno competenze possiedi, maggior budget ti servirà per assumere chi le competenze le ha veramente. Senza il “saper fare” le attività pianificate dal progetto saranno tentativi più o meno maldestri di fare qualcosa che in realtà non si sa bene cosa sia. Se il mo progetto prevede la costruzione di una casa dovrò avere competenze in ambito edile, impiantistico etc. affinché il risultato sia quello sperato. Così come se il mo progetto consiste nello studiare un nuovo menu per il mio ristorante dovrò avere competenze culinarie e di contabilità analitica per poter offrire ottimi piatti con marginalità interessanti.

3. Competenze Gestionali
Cosa vuol dire avere struttura? Per struttura intendo metodologia. Saper strutturare un progetto significa orchestrare le attività in base alle competenze del team in un processo ben definito che porti al raggiungimento di uno o più risultati. Saper lavorare a progetto è una competenza non da poco. Quante volte ti è capitato di vedere progetti per lo sviluppo di un nuovo prodotto mai messi per iscritto o senza studio di mercato e identificazione dei bisogni del cliente? Progetti del genere non sono progetti: sono tentativi spesso riusciti di buttare via soldi e tempo. Un progetto deve pianificare, e non c’è pianificazione che non vada messa per iscritto. Un piano necessita spesso di diverse fasi al termine delle quali si tirano le somme per andare avanti (milestones), se queste sono sono mentali nella testa di un improvvisato project manger allora c#è qualcosa che non va.

4. Perseveranza
La perseveranza è tutto. Si possono avere master e lauree, ma se non si ha la perseveranza non si va molto lontano. La perseveranza è quella forza che nei momenti più bui in mezzo a mille difficoltà ti fa dire: “aspetta un attimo, ce la posso fare”! Parliamo di un atteggiamento mentale che ci spinge da dentro a superare le difficoltà anziché arrendersi. Di questo particolare aspetto ne ho parlato nel mio post sulla resilienza ovvero la capacità di mantenere la motivazione anche durante periodi di tempo prolungati.

5. Tempo
Il fattore tempo è uno di quegli aspetti ai quali nessuno pone mai troppa attenzione, ma è determinante. Il tempo non lo puoi acquistare. Non è neppure un fattore se vogliamo ben vedere, bensì una dimensione nella quale il progetto trova il suo essere. Senza una finestra di tempo di tempo adeguata nessun progetto potrà mai trovare successo. A me è capitato un paio di volte di parlare con persone che volevano iniziare un progetto di Social Media Marketing e ottenere risultati in due settimane o un mese. Più il progetto è strategico e maggiore è il tempo di cui abbiamo bisogno per ottenere i risultati previsti.

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Resilienza per management e runners

La resilienza secondo Pietro Trabucchi è

la capacità di persistere, di far durare la motivazione nonostante gli ostacoli e le difficoltà

È un termine che va molto di moda negli ultimi anni e fa leva sul concetto di motivazione. Che sia per affrontare una maratona o per attuare un piano di sviluppo per un nuovo prodotto, poco importa: il tema della resilienza è centrale nella vita professionale così come lo è negli sport di resistenza.

Essere motivati e rimanere motivati per un lungo periodo fa la differenza. La capacità di mantenere a lungo la motivazione si accresce con la pratica costante. Dare la precedenza all’automotivazione piuttosto che a fattori esterni (denaro, talento, fama, etc.) vuol dire cercare in se stessi, nella gioia di acquisire costantemente nuove capacità e nuove competenze la spinta ad impegnarsi ancora.

La resilienza è, sempre secondo Trabucchi, una capacità cognitiva, un modo attraverso il quale leggiamo e interpretiamo la realtà. Come tale è sostanzialmente migliorabile, incrementabile, attraverso l’allenamento, la pratica costante e continua nel tempo. Imparare la resilienza vuol dire non accontentarsi semplicemente di fare pratica attraverso la routine, ma orientando i propri sforzi con costanza verso attività che non sai fare bene (non ancora) o che non sai addirittura fare. Aumentare la capacità di automotivarsi con la pratica e il miglioramento costante.

Ad ottobre 2014 il bellissimo blog mammeimperfette.com pubblica 25 idee per insegnare a tuo figlio la resilienza. Come nella gestione delle persone, così nel bellissimo, ma impegnativo mondo della genitorialità la resilienza occupa un posizione chiave. Contrapponendosi alla filosofia del talento secondo la quale qualcosa ti riesce bene se sei dotato del talento necessario per farlo, l’approccio alla resilienza responsabilizza la persona orientandola all’impegno e alla soddisfazione nell’acquisizione di nuove capacità e competenze. La motivazione nasce in se stessi e non da fattori esterni che, così nel bimbo come nel manager, nel lungo periodo possono essere controproducenti. La gioia nell’acquisizione di nuove capacità e competenze sta alla base del motore motivazionale.

Mentre nella già citata filosofia del talento ti riesce bene qualcosa se sei dotato del talento per farla, nell’approccio alla resilienza si insegna che attraverso la pratica costante e l’auto-miglioramento si raggiungono i risultati. Non si tratta di negare il fatto di essere portati o meno verso qualcosa (uno sport o una qualsiasi attività), si tratta di dare la precedenza all’approccio attraverso la pratica e la continua dedizione.

Approcciare questo affascinante tema significa cercare in se stessi l’energia per portare se stessi là, oltre i limiti delle motivazioni che non provengono da noi, oltre la volpe che si arrende perché oggi non è riuscita a raggiungere l’uva, oltre i “non si può” o i “non ce la farai mai”, oltre le scuse di chi non ha raggiunto un obbiettivo, perché se c#é una cosa che la resilienza ci insegna è che il nostro obiettivo non lo raggiungiamo oggi, beh forse lo raggiungeremo domani.

Mi sembra scontato al termine di questa riflessione rimandarvi alla lettura, per me proficua, dei testi di Pietro Trabucchi e al bellissimo blog di mammeimperfette.com

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La deriva oclocratica del web

Cos’è l’oclocrazia? Ho scoperto questo temine proprio ieri. Secondo wikipedia è una forma degenerativa di democrazia. Il referendum greco è un caso lampante di oclocrazia: in centinaia credevano e probabilmente credono tutt’ora che la Grecia abbia indetto un referendum per rimanere o uscire dall’Euro e dall’Europa.

Ora, senza entrare nel tema Grecia, che a me è servito esclusivamente come casus belli: In cosa consiste la degenerazione oclocratica e come può interessare il social media marketing? La differenza tra oclocrazia e democrazia sta, secondo alcuni, nella mancanza di etica della demagogia  e nel fatto che l’oclocrazia porti ad una trasformazione della forma di governo dittatoriale. Ora, secondo me invece, la differenza sta nella figura e nel ruolo del demos. Il gioco delle parti tra comunità e governo, funziona nel momento in cui il popolo rispetta le proprie competenze delegando a coloro che hanno una preparazione adeguata le decisioni chiave. Nel momento in cui la decisione viene delegata a chi non ha le competenze (e la visione d’insieme necessaria) si ha la deriva demagogica dove la politica travia il popolo. Il popolo rumoroso scavalca la delega data al parlamento ed espressa nel governo, attuando così la deriva oclocratica con la quale il governo si deresponsabilizza.

Ripeto, il caso greco a me interessa esclusivamente come esempio da non seguire nel rapporto con la community online. Quindi, quando la gestione della community è oclocratica? Quando l’opinione degli utenti è manipolata attraverso una visione distorta o incompleta della realtà. Una gestione quindi priva di etica e trasparenza. Alla luce di questo ci troviamo di fronte però una community impreparata o ignorante. È Come in precedenza ho sostenuto che è il demos a fare la differenza, allo stesso modo ora affermo che è la community a farla nel nostro caso. La partecipazione della community può avvenire solo su temi a proposito dei quali le persone coinvolte hanno qualcosa da dire alla luce delle loro competenze.

Il nocciolo della questione è proprio questo:

  1. La community che interpello e con la quale mi relaziono ha le competenze per partecipare attivamente alla mia discussione?
  2. Cosa sto facendo per creare una community più preparata e indipendente, in grado di avere una propria opinione a proposito dei temi che affronto?

Queste sono domande chiave da porsi. Più i temi che affrontiamo sono specifici (prodotti altamente tecnologici, B2B, ambienti dilaverò ad alta specializzazione, etc.) più gli interlocutori devono essere preparati e più lo saranno maggiore sarà il valore della loro partecipazione. Considerare la propria community per quello che è, ovvero un importante stakeholder al pari di soci e dipendenti ha il suo perché nella sfera di influenza che essi possono avere per noi. Ciò significa che come è saggio investire nella formazione dei propri collaboratori, altrettanto è importante (e lungimirante) inserire contenuti formativi per la propria community.

Investire nella formazione della community vuol dire investire nel valore del brand. Sia per la percezione che le persone avranno sia per il frutto di una partecipazione attiva nella conversazione tra il brand e le persone. Al contrario, la sterilità del dialogo sarà indicativa della credibilità del brand stesso.

P.S. a proposito di referendum, in Italia l’articolo 75 della Costituzione non ammette il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

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3 strumenti utili per non perdere il focus

In ogni disciplina, dallo sport allo studio e la vita professionale non fa certo eccezione, la preparazione è tutto. Non basta mai il talento per raggiungere un obiettivo. È sempre necessario prepararsi attraverso una serie di attività.

Il 12 settembre correrò la mia prima mezza maratona e per allora voglio essere preparato. Lunedì 25 maggio ho svolto il primo di 48 allenamenti che mi porteranno a poter correre la mezza di Stoccolma in meno di 2 ore e 15 minuti (spero). 48 allenamenti suddivisi in tre sessioni alla settimana, lavorando con ripetute e lunghi lenti domenicali.

Un tabella da rispettare mi aiuta a non fare il furbo. Così come utilizzare delle check list mi aiuta a preparare riscaldamento e stretching prima di ogni uscita. Calendarizzare i propri impegni e le proprie attività ci rende più conoscenti del tempo che dobbiamo dedicare alle diverse attività del nostro lavoro. Gestire in maniera strutturata il tempo mi permette di risparmiarne moltissimo per scrivere, leggere o passare qualche ora in più con i miei figli.

Ecco i tre strumenti che utilizzo io per essere efficiente in quello che faccio:

1. Calendario Mensile
Ce ne sono a decine, ma io uso iCal sincronizzato con i miei calendari su Google. Ne uso uno per ogni progetto che gestisco o al quale partecipo. Questo diventa uno strumento di condivisione e sincronizzazione con gli altri membri del team, ma mi da allo stesso tempo la possibilità di organizzare le mie attività che non siano nell’immediato. Vi inserisco appuntamenti e scadenze, non attività. Avere una prospettiva mensile nella gestione delle proprie attività è a parer mio un buon orizzonte dal quale partire.

2. Piano Settimanale
La settimana è una delle unità di misura temporali più facili da utilizzare e avere un piano che mi permetta di gestire i miei appuntamenti, le call conference o altri impegni, magari esterni alla mia attività mi permette di gestire il mio tempo in maniera ottimale. Per questo uso una pagina di iCal stampata che riempio il lunedì mattina con le attività presenti nella lista della quale parlo al punto 3.

1. Lista Attività
Questo è il documento per me più importante. È una lista che preparo il lunedì mattina o nel week end. Vi inserisco a penna, nero su bianco (io uso un quaderno, ma potete usare app come Evernote che vanno benissimo) tutte le attività che voglio fare entro la fine settimana successiva (mandare mail, scrivere report, preparare inserzioni ppc o scrivere articoli, etc.). Oltre a scrivere la vera e propria attività inserisco i documenti che devo produrre, come mail report, analisi su excel, business plan, etc.

Man mano che i giorni passano depenno dalla lista le attività svolte e ne aggiungo altre sono subentrate come urgenze. Grazie al confronto con i due calendari, mensile e settimanale, posso capire che attività hanno la precedenze e quando ritagliarmi il tempo per farle. Una ulteriore nota positiva è che dopo qualche mese ci si rende conto di quanto effettivamente si sia lavorato e di quanto poco tempo si sia buttato via in quisquilie.

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Cosa sono le competenze?

Nei miei post parlo sempre spesso di competenze. ho sostenuto e sostengo ancora, che avere le competenze acquisire competenze e migliorare quelle che già si possiedono sia l’unica strada per raggiungere nostri obiettivi lavorativi. In molti si riempiono la bocca con questi paroloni, ma in buona sostanza, quando parliamo di conoscenze di cosa stiamo parlando?

Esistono molte accezioni della parola competenza che rendono quindi impossibile una definizione univoca del termine. A noi fortunatamente interessa rimanere nell’ambito manageriale. Ogni ambito di competenza avrà al proprio interno tutta una fila di professionisti competenti. Ma per essere appunto competenti questi professionisti dovranno possedere due caratteristiche fondamentali:

Conoscenza
Senza conoscenza non c’è competenza, mettitela via. Questo vuol dire, in ambito manageriale Formazione Continua e fare esperienza, continuamente. Il sapere è fatto di concetti acquisibili solo attraverso lo studio e l’esperienza (ricordate Kant?). Sottolineo che non è sufficiente studiare o fare esperienza. Servono entrambi per avere un costante confronto con l’esterno. Conoscere attraverso studio e esperienza , attraverso il confronto per poter padroneggiare nozioni utili.

Applicazione
Saper applicare queste nozioni al lavoro quotidiano strutturando le attività in processi è ciò che ci manca per poter parlare infine di competenze. Saper applicare non è altro che adattare la teoria alla pratica, saper inserire concetti in contesti no concettuali. Far dialogare i principi con l’esperienza in un orizzonte dinamico.

Saper tradurre in azioni e progetti le nozioni acquisite, tenendo conto delle contingenze e delle peculiarità del caso vuol dire essere competenti.

Facciamo un esempio banale. Io so cos’è il Social Media Marketing, ovvero quella disciplina che si occupa di tutte quelle attività aventi come fine l’utilizzo dei social media come strumenti di marketing al servizio di organizzazioni o individui. Il fatto che io lo sappia non vuol dire che sia anche in grado di preparare un progetto per un’azienda che attraverso questi nuovi media vuole far crescere un segmento di mercato fino ad oggi trascurato. Allo stesso modo posso sapere a memoria la ricetta per preparare i canederli, ma da qui a saperli fare c’è una bella differenza.

Avere competenze vuol dire sapere e saper fare, avere una profonda conoscenza teorica dei principi e delle norme che regolano un certo ambito e saper tradurre queste regole e norme in azioni aventi come finalità obiettivi chiari e definiti. Alla luce di questo per definirsi competenti serve porsi due domande:

  1. Ho profonda conoscenza delle nozioni e dei principi che regolano questa disciplina?
  2. So tradurre queste nozioni in attività che portino valore alla mia azienda/organizzazione?

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Lo spirito imprenditoriale è fatto di squadra

Perché l’imprenditore – che non è l’affarista – usa il denaro non per il potere, ma per realizzare le proprie idee. È pronto al sacrificio e ama il rischio e il cambiamento. È ottimista, fiducioso, responsabile e altruista.

Così scrive Daniele Barbone nel suo Runner si diventa: dall’ufficio al deserto, il libro uscito quest’anno, dove racconta di come in sei anni sia passato dal correre intorno al proprio isolato (finendo il giro con il fiatone) fino a correre la 100 km del Sahara.

Cosa c’entra questo con lo spirito imprenditoriale?
Tutto! Leggete il libro di Daniele, che è imprenditore oltre che runner, e capirete.

Oggi abbiamo bisogno di imprenditori. Abbiamo bisogno di sognatori che grazie a team costruiti intorno al loro sogno realizzino progetti per il nostro domani. Ciò che un imprenditore non deve dimenticare è infatti il team, il luogo delle competenze.

Il successo dell’individuo è in realtà frutto del lavoro di un microcosmo che si muove verso lo stesso obiettivo

scrive Daniele e come dargli torto? Ogni azienda gira se il il proprio microcosmo, il team, pedala nella medesima direzione. Avete mai provato ad andare in canoa con quello seduto dietro di voi che rema al contrario?

Il team è il luogo delle competenze, ho scritto poco sopra. ma è anche il luogo dove nascono le idee in fase di brainstorming e dove successivamente le idee si strutturano in progetto. Non capire le dinamiche di sviluppo e degli strumenti del team vuol dire non dare spazio a tutte le sue potenzialità.

È nel team che le competenze diventano impresa se alla guida c’è un imprenditore con un progetto. Facendo una facile metafora potremmo dire che:

  1. Il Team è l’auto
  2. Le Competenze sono la benzina
  3. Il Progetto è la strada
  4. L’Imprenditore è il pilota

Quindi é intorno a questi quattro punti fondamentali che si concentra tutto. Trascurarne uno metterebbe a dura prova la riuscita del business, pensate ad un team senza competenze o senza un progetto da seguire. tutto sarebbe affidato al caso.

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7 consigli per rimanere motivati

Qualche giorno fa ho letto un post molto bello di Run Like Never Before, un blog che si occupa di running (ovviamente), intitolato proprio così: 7 consigli da runners per rimanere motivati.

Mi ha colpito molto perché spesso la motivazione e non le gambe sono l’aspetto decisivo per portare a termine una gara. Ciò che mi ha colpito maggiormente è come almeno cinque di questi sette consigli si possano leggere in chiave manageriale. Più entro nel mondo del running e più mi rendo conto dei forti legami tra i due temi. Non a caso Daniele Barbone ne parla spesso nel suo bellissimo libro Runner si diventa: dall’ufficio al deserto. Il running diventa presto un approccio alla vita che ha molto in comune con lo spirito imprenditoriale. Di Daniele magari parliamo la settimana prossima

Non tutti i sette consigli per rimanere motivati sono centrali nella vita di un manager o di un professionista, ma è utile focalizzarci su ognuno di questi sette punti per capire come attività apparentemente così diverse abbiano così tanto in comune.

Pianifica la settimana
Mai attività si è dimostrata migliore nella vita di un manager o di un libero professionista. Dobbiamo essere consapevoli del tempo che le nostre attività ci chiedono, cosicché da poter sfruttare al meglio ogni mezz’ora del tempo che abbiamo. La gestione del tempo, grazie alla calendarizzazione degli appuntamenti e delle attività come gli allenamenti per i runners, è vitale e irrinunciabile. Pianificare, in entrambi i mondi (running e managerialità) vuol dire ottimizzare e focalizzare.

Svegliati presto
Io ho due bimbi piccoli quindi da questo punto di vista la decisione risvegliarsi presto non la prendo io, ma è pur vero che le prime ore del mattino sono le migliori e quelle dove riusciamo a ragionare meglio, com più lucidità. Svegliarsi presto vuol dire andare a letto presto per non essere degli zombie la mattina dopo. Svegliarsi presto vuol dire essere più attivi durante il giorno e non dover rinunciare a parte del carburante necessario per affrontare le sfide di ogni giorno. Questo è a parer mio un punto utile da ricordare, ma non essenziale.

Obiettivi a breve
Porsi obiettivi troppo lontani nel tempo può essere inefficace come porsene troppo importanti. Se si ha come obiettivo un risultato nei prossimi 12 mesi è il caso di darci dei sotto obiettivi mensili o almeno trimestrali, che ci facciano sentire il fiato sul collo. Si corre il rischio di fare male i conti e arrivare in prossimità delle scadenze che non si è lavorato abbastanza. Impegnarsi per qualcosa che verificherai a breve è tutt’altra cosa. Nel running sono delle gare da 10 km in vista della mezza maratona. Gli obiettivi a breve ci aiutano a tenerci focalizzati sui KPI (Key Performance Indicator, indicatori di performance) per noi più importanti.

Compagnia
Per i runners vale il correre in compagnia. Per i manager e i professionisti vale il continuo confronto attraverso riunioni e call periodiche (meglio se settimanali o quindicinali) costanti. Attraverso il confronto con colleghi, amici, competitore nascono sempre (e lo dico con cognizione di causa) idee fruttuose. Soprattutto circondarsi di professionisti di alto livello possiamo mettere in dubbio le nostre convinzioni e superare i nostri limiti. Nel running questo è vero per molti ma, a differenza del management, non è valido per tutti. Io ad esempio prediligo uscire da solo, senza distrazioni, per stare in silenzio e ritrovare un po’ di quel me stesso che si é perso nel frastuono del quotidiano. La compagnia per me è correre in competizione, in gara.

Scommettete su voi stessi
Chiunque voglia intraprendere qualsiasi attività deve imparare a credere in se stesso. Non esistono scorciatoie. Tanto per il runner quanto per il manager imparare a conoscersi e potersi fidare di se stessi è vitale. La strada per la conoscenza di sé passa da una costante attività di mettersi alla prova. Se impari a conoscerti sai dove puoi arrivare con un po’ di impegno e sai quando scommettere senza fare salti nel buio. Non si può credere in se stessi senza conoscersi almeno in parte, e la self confidence è la chiave del successo. Conosci te stesso gnôthi sautón, diceva Socrate citando l’incisione nel tempio di Apollo a Delfi. Socrate sapeva che qualsiasi tipo di conoscenza deve partire da se stessi e ci si conosce quando ci si mette alla prova nei momenti di extra-ordinarietà della vita, quando appunto si scommette su se stessi.

Medaglia
Questa è l’unica attività che, a mio parere, è difficile trovar nella vita professionale. Per un manager la vittoria e la medaglia può essere un premio per il raggiungimento di alcuni obiettivi particolarmente ardui da raggiungere, ma mi sembra quasi una forzatura. Certo, sentirsi apprezzati aiuta a restare motivati, ma non dobbiamo cercare in altri la fonte delle nostre motivazioni.

Corri bene, mangia meglio
Una vita sana, con un’alimentazione sana sono uno dei tanti accorgimenti per essere lucidi e focalizzati sul lavoro. L’alimentazione di un manager è data da quanto sa coltivare le proprie competenze, quindi in questa accezione possiamo dire che per un professionista la continua formazione e lettura di testi nei quali trovare nuove idee aiutano a rimanere motivati acquisendo nuovi punti di vista e ampliando i propri orizzonti di consapevolezza professionale. Questo punto, come il punto numero due, sono importanti anche se non essenziali. Vivere una vita sana aiuta anche ad essere più lucidi e a raggiungere una maggior efficacia ed efficienza nelle attività di concetto.

Concludendo. Il running (come molte altre discipline) ci insegna il sacrificio, l’impegno, la determinazione così come la conoscono molti professionisti o manager. Al centro di questo tema la motivazione è la spinta vitale ci fa accettare un incarico impegnativo sul lavoro o ci fa iscrivere ad una gara cercando il nostro personal best. Poco importa se indossi le scarpe da running o delle Fricker’s fatte a mano: dove trovi la tua motivazione?

Un'immagine tratta dalla toughviking.se

Un’immagine tratta dalla toughviking.se

Debranding: non diventare un Brand, resta una persona

Uno degli effetti della Social Web Revolution, avvenuta grazie all’avvento dei social network e del web 2.0, è l’aver dato visibilità a decine se non centinaia di Freelance che hanno potuto mettere in mostra le proprie competenze e creare intorno a sé piccole o grandi community di interessati.

L’errore fondamentale nel quale molti guru sono incappati è quello di confondere il ruolo del narratore e del protagonista nel corporate storytelling di grandi aziende e professionisti. Si tratta di un errore per lo più formale e non certo sostanziale, ma ci tengo a sottolineare la differenza tra i due aspetti.

La forza del web è l’abbattimento (quasi totale) delle barriere tra i piccoli professionisti e le loro comunità, quelli che una volta avremo chiamato segmenti di mercato. La comunicazione era qualcosa presidiata principalmente da grandi Brand verso il mercato di massa (Mass Market, che a parer mio è astrazione vera e propria). Ad oggi ogni piccolo professionista può trovare online un gruppo più o meno ristretto di colleghi e potenziali clienti interessati alle sue competenze (nicchie).

Il trend, in molti casi, è stato quello di suggerire a questi professionisti di diventare un Brand, quando a parer mio la soluzione sta nel muoversi nella direzione opposta. In breve sostengo che non è il professionista a doversi trasformare in Brand, è il Brand a doversi trasformare in persona. Debrandizzare vuol dire in questo caso diventare persona e co-protagonista della storia, oltre che narratore. Vuol dire scendere dal piedistallo e parlare con le persone, trovare una relazione alla pari (nei limiti del possibile) con le persone che ci stanno intorno.

Nell’immaginario popolare, ma anche in realtà se ben vogliamo vedere, l’azienda da più sicurezza al cliente per quanto riguarda presenza di competenze e solidità. In questo caso è sicuramente il Freelance che deve imparare a comunicare se stesso come punto di riferimento, professionista preparato, flessibile e presente. Ma nella ricerca dell’immagine da dare è vero il contrario.

Il professionista sul mercato non dovrà mai e poi mai abbandonare il suo essere persona per essere un Brand. Il trend sempre più evidente dei grandi Brand evoluti è infatti quello di avere un tono confidenziale e personale con i propri utenti e con i concorrenti stessi (avete presente le chiacchierate amichevoli tra Ceres e Carlsberg su Facebook?).

La ricerca di una dimensione personale non deve farsi sovrastare dalla staticità del Brand, il quale è pur sempre un marchio, un qualcosa apposto e statico per definizione. Il marchio è un qualcosa che si frappone tra le persone che lavorano per l’azienda e gli utenti con i quali si vogliono relazionare. Se gli sforzi dei grandi Brand evoluti vanno nella direzione di debrandizzare se stessi, perché il piccolo professionista (già debrandizzato) dovrebbe incorrere in questo errore?

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Il futuro incerto dei liberi professionisti

skeletonAlfredo Accatino ha pubblicato martedì sull’Huffington Post intitolato “Inps Inps hurrà: come Inps e governo uccidono le libere professioni“.

Inutile dire che qualche riflessione va pur fatta. Io sono tra quei 5 milioni di italiani che lavorano autonomamente e che, iscritto alla gestione separata, paga il 27,72% del proprio reddito netto all’Inps.

Partendo dal presupposto che il libero professionista iscritto alla gestione separata non ha diritto a ferie pagate, malattia, maternità, contributi pensionistici rivalutati, cassa integrazione, formazione, disoccupazione, tutela sindacale, ammortizzatori sociali (ah no, gli assegni famigliari li hanno inseriti qualche mese fa), il fatto di dover finanziare lo stato con il 33% del proprio reddito, oltre all’Irpef fa un po’ arrabbiare.

Cito dal sito dell’Inps: “L’aliquota media a carico ditta (salvi ulteriori sgravi ed agevolazioni)  è pari al 32,70% della retribuzione lorda per la generalità dei lavoratori dipendenti. La quota a carico del dipendente è normalmente pari al 9,19% della retribuzione”.

Ora, anziché fare facili polemiche, preferisco porre una domanda: cosa giustifica una pressione fiscale così alta verso una categoria che non gode di nessun benefit da parte dell’Inps (lo sappiamo tutti che non avremo nessuna pensione, non illudiamoci) se non una completa incompetenza da parte del legislatore oppure la volontà di nuocere a specifiche categorie di lavoratori poco “rumorose” a livello mediatico?

P.S. merita una letta l’articolo di Giovanni Medioli sul portale lamiapartitaiva.it intitolato Legge di stabilità: tante chiacchiere, ma niente per le partite Iva

Il cliente con cui crescere

29933_411590396096_280423821096_4701537_145263_nIl Cliente è il nostro mondo.
Il Cliente è la nostra ricchezza.
Il Cliente è l’ossigeno che ci permette di vivere.
Questo mantra va ripetuto ogni mattina. La nostra vita di freelance, ma non solo, ruota attorno a coloro che credono in noi e valorizzano il nostro lavoro. Ma la qualità del nostro lavoro dipende molto anche dal rapporto che abbiamo con il nostro cliente. Può sembrare un’assurdità, ma quando si lavora a stretto contatto con i propri clienti, ovvero quando il tipo di servizio offerto prevede un continuo scambio di informazioni e opinioni, è importantissimo aver instaurato un certo feeling con il proprio cliente. Senza questo anche le attività più banali potrebbero risultare inefficaci.

no customer no party

Quindi, così come il cliente sceglie noi anche noi dobbiamo scegliere lui. Per fare questo dobbiamo stare attenti ad alcuni fattori che andranno ad incidere molto sul rapporto futuro.

Solvente
Siamo sinceri, la prima caratteristica che un cliente deve avere è quella di pagare. Senza questa, è brutto a dirsi, non si fa nulla. Senza soldi non facciamo la spesa, non sfamiamo i nostri figli, non viviamo.

Motivato
La motivazione è importantissima. Chiedetevi perché siete stati contattati (se siete stati contattati). Perché il cliente vuole affrontare un progetto strutturato sul web? Chi non ha le giuste motivazioni non ci metterà l’impegno necessario. Ogni volta che ci penso mi viene in mente un bellissimo articolo di Veronica Gentili  intitolato “lettera aperta all’azienda che voleva essere nei social network“.

Strutturato
Ebbene sì, deve essere mediamente evoluto, almeno per i miei gusti. Io evito le micro realtà, a meno che non soddisfino i due requisiti precedenti. Il perché è semplice. Alcuni vorrebbero avere un piano comunicazione degno di BMW senza avere nemmeno un logo degno di essere chiamato tale.

Mediamente evoluto
Io prediligo chi già capisce un po’ di web, è più facile che sappia già o capisca secondo quali metriche valutare i risultati. Chi conosce il web

Eticamente simile a te
I valori sono, per me, importanti. È un mio limite? forse. Non riesco a gestire la comunicazione di chi rappresenta valori e comportamenti che non condivido. Ora forse esagero, ma voi fareste il social media manager per Equitalia?

La mia è una scelta. Ogni professionista ne fa. Il perché, in alcuni casi, mi sono trovato a rifiutare progetti è che voglio un fatturato pulito, fatto di progetti che capisco e condivido, per i quali vale la pena svegliarsi la mattina e rimboccarsi le maniche per dare il meglio di sé. È il minimo che possiamo fare per chi crede in noi e ci paga per offrirgli un servizio. Io credo che l’etica professionale sia tutto per un libero professionista, e questa ci impone di dare sempre il massimo e di chiedere altrettanto.