Da Maslow a Gianni Morandi


Il nostro bisogno di affermare la nostra identità è assolutamente coerente con il periodo storico di benessere che stiamo vivendo. Lo psicologo statunitense Abraham Maslow teorizzò attraverso la sua famosa Piramide (di Maslow, appunto) una gerarchia dei bisogni umani a partire da quelli fisiologici (alla base della piramide) fino a quelli legati all’autorealizzazione (ovviamente al top della piramide), passando per bisogno di sicurezza, appartenenza, stima etc.

Fonte: Wikipedia

Fonte: Wikipedia

Il successo dei social network è dovuto in buona parte a questo aspetto dell’essere umano. Una società come la nostra, nella quale i bisogni basilari sono soddisfatti ampiamente, vengono percepiti spesso come impellenti i bisogni delle categorie gerarchicamente superiori. I social hanno permesso di soddisfare con estrema facilità questo nostro aspetto, questo desiderio di comunicare ad altri (e un po’ anche a noi, che abbiamo sempre bisogno di convincerci di essere o di appartenere a qualcosa) cosa siamo. Ho usto la parola cosa anziché chi per un motivo ben preciso.

Dal nobile #JesuisCharlie ai più recenti #iostoconvale o #iostocongianni (potremmo citarne a decine) abbiamo assistito e magari partecipato ad una serie di prese di posizione più o meno sensate. In ogni caso tutte atte a urlare al mondo che noi siamo così, condividiamo un certo tipo di valore, vediamo il mondo in un certo modo. In alcuni casi abbiamo usato hashtag, in altri una particolare immagine di profilo. Bellissima quella lanciata da Facebook dopo la storica sentenza della Corte Suprema statunitense sulla dignità costituzionale del matrimonio omosessuale.

Poco importa che la sentenza non abbia valore in Italia (non ancora e non direttamente), io mi rivedo in quei valori di accettazione della diversità e lo voglio urlare ai quattro venti. Siamo fatti così. Ogni volta che condividiamo un video su Facebook non lo facciamo perché lo stiamo effettivamente ascoltando/vedendo, bensì perché vogliamo comunicare ai nostri amici che quel gruppo o canzone ci identifica. Così come negli anni 80-90 alcuni di noi vestivano il chiodo o le t-shirt degli Slayer, mentre altri calzavano le Clark sotto ai pantaloni a zampa d’elefante, per non parlare dei paninari con il Winchester al polso e la cintura di El Charro.

Il stato della viralità si raggiunge grazie alla condivisione, che è spesso affermazione di appartenenza. Questo l’hanno capito bene molti brand già prima dell’avvento dei social perché è un fenomeno naturale. Ciò che negli ultimi anni è cambiato è  stato l’approccio di chi era abituato alle dinamiche della comunicazione tradizionale. Molti soggetti hanno sofferto di ansia da pubblicazione. In un mondo dove Content is King ci si è lanciati, spesso avventatamente, ci si è lanciati nella produzione senza pudore di contenuti (qualcuno li chiama oggetti sociali).

Il nostro bisogno di condividere è così forte, impellente, che viene attivato anche con contenuti meno nobili di #JeSuisCharlie. Alcuni articoli pubblicati da testate giornalistiche ormai passate al mondo del gossip, riescono ad attivare un pubblico che non può fare ameno di manifestare la propria posizione anche nei confronti di un presunto social media manager dietro il successo social di Gianni Morandi. Dobbiamo stare da una parte o dall’altra, non esiste il grigio: la nostra identità sembra essere minacciata da questi grigi. Questa è la deriva del web, il suo lato oscuro stando in tema Star Wars. L’esagerazione nell’affermare un’identità che diventa carattere, macchietta.

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