Lo storytelling del complotto


Perfino i temi più delicati vengono spesso trattati con un approccio degno di un ultras che difende la propria squadra del cuore. Marco Cattaneo sottolinea in questo articolo il curioso approccio sui social delle diverse parti nei dibattiti più accesi. Un esempio abbastanza triste ne è la discussione nata da questo post di Unicef su Facebook sul tema vaccini.

Quando però la discussione non prende la deriva, è possibile riscontrare un preciso modello narrativo all’interno del cosiddetto complottista. Il protagonista della bufala è il complotto, non la crociata. Senza il complotto non vi è movimento anticomplotto. Senza gender e lobby gay non v’è Movimento Per La Famiglia. Senza Big Pharma non v’è antivaxx. La crociata in sé serve per dare coesione ed identità ad un pubblico in cerca di affermazione, tutti sui social cercano affermazione di sé, non solo i complottisti. Il modello narrativo nasce e si configura come antagonista, alternativo ed in questa sua caratterizzazione fonda la propria ragione di esistere. Ne ho parlato anche ne I non sense della disinformazione.

La questione numerica

Nello stroytelling alternativo uno vale uno. L’idea alternativa vale come l’idea promulgata dagli organi ufficiali. Poco importa se solo 1 medico su 1000 chieda ai ricchi dei vaccini o se quattro scienziati su cento dubitino che la causa del global warming sia l’uomo. Si cerca il dibattito 1/1 mentre si dovrebbe cercare una proporzione. Se su mille medici uno è contrario ai vaccini, chi ascolta la trasmissione in radio o la guarda in TV deve saperlo. Il complotto cerca il racconto paritario dove la comparsa è elevata mediaticamente ad antieroe. Poco importa se a credere ad una buffa teoria complottista sia una piccola minoranza della comunità scientifica. Nel dibattito faccia a faccia questa ragionevole sproporzione è annullata. Questo simpaticissimo video mette in luce questo particolare aspetto nella discussione tra sostenitori e non che il global warming sia causato dall’uomo.

Il punto di vista soggettivo

Lo storytelling del complotto si concentra sull’esperienza personale piuttosto che sul dato di fatto o, quando necessaria, la ricerca scientifica. Il punto di vista soggettivo, nella visione complottista, viene sottolineato con maggiore enfasi del dato oggettivo. La testimonianza di un singolo ha valenza maggiore della ricerca scientifica. Nello storytelling del complotto l’attenzione viene posta sulla vittima del complotto. Il numero viene delegittimato della propria valenza.

Il giudizio emotivo e la partecipazione

Una volta portata l’attenzione del lettore sulla vittima del complotto come principale testimonianza verosimile, il passo è semplice: si cerca l’empatia con il lettore attraverso la sofferenza che la vittima ha vissuto. Stimolare il giudizio emotivo facilitando la vicinanza con la vittima porta il lettore a prendere una posizione etica. In questa fase del racconto il lettore partecipa a tutti gli effetti alla sofferenza, è inserito nella trama, ne diventa parte.

Il nemico nascosto

Alla fine della storia non sempre viene messa un luce la trama ordita dalla lobby segreta. Alcune volte si accenna e basta alla loro esistenza. La cospirazione è velata, ma presente. Questa misteriosa Spektre dei giorni nostri non necessita di essere smascherata. Propria il non saper provarne l’esistenza dimostra l’abilità e l’aver occupato oramai posizioni di potere. L’assenza di prove è in ultima analisi la prova definitiva del complotto.

L’eredità della letteratura e del cinema 

Il modello complottista è collaudato da anni e anni di pratica in letteratura e nel mondo del cinema. Ricordiamo Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1932) Trilogia degli Illuminati di Robert Anton Wilson (1975), oppure 1984 di George Orwell (1949)

Al cinema uno degli esempi più famosi fu Capricorn One (1978), o Quinto Potere (1976). negli anni 80 seguirono lungometraggi come Essi vivono di John Carpenter (1988), negli anni 90 Ipotesi di complotto (1997) e Dark City (1998). The Island di Michael Bay (2005) o Il Codice Da Vinci di Ron Howard (2006) sono già più recenti.

Andare a replicare un modello narrativo del genere vuol dire basarsi su trame già proposte al pubblico e molto apprezzate da una grande fetta di esso. Dal punto di vista narrativo è un’operazione a basso rischio.

Un wallpaper ispirato al film Capricorn One

Un wallpaper ispirato al film Capricorn One

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