I non sense della disinformazione


I temi che hanno invaso i social network negli ultimi anni sono molteplici: invasione degli immigrati, vaccini, gender hanno scatenato l’inimmaginabile reazione di una parte del web. Cosa si cela dietro a questi fenomeni e cos’hanno in comune? Mentre nel primo caso abbiamo avuto a che fare portali gestiti da forze politiche (imolaoggi.it, etc.) e/o semplici ragazzetti alla ricerca di click facili (senzacensura.eu), nel secondo caso entriamo nella sfera del complotto ordito dalle case farmaceutiche, mentre nel caso del terribile gender ad ordire il complotto sarebbero delle lobbies gay e/o sioniste (a seconda dell’orientamento politico e religioso dell’autore). Per una lista abbastanza completa e aggiornata di questi siti è sufficiente visitare la Black List  preparata da Butac.

Ce n’è per tutti. Ma su cosa si fondano i meccanismi della disinformazione? Da dove partono le bufale e perché attecchiscono così bene?

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Chi verifica le dis-informazioni?

Innanzitutto si parte dal presupposto che l’informazione non verrà verificata. Una fetta consistente degli utenti presenti sul web, e quindi anche della popolazione, non sa riconoscere una fonte presumibilmente attendibile da una dubbia e non usa gli strumenti del web per la ricerca di informazioni.

La battaglia sulla credibilità e attendibilità dei post si combatte commento su commento sui social network. Spesso, soprattutto nel caso della minaccia dell’immigrato, una volta smascherata la bufala il disinformato molla la presa sostenendo che avrebbe comunque potuto essere vera.

Il complotto per affermare se stessi

Nel caso di gender e vaccini la portata emotiva e valoriale è maggiore. Nel momento in cui si entra nel mondo del complotto la portata valoriale aumenta di gran lunga rispetto alla sola rabbia e sconcerto sui quali puntano le false notizie a sfondo razziale. Il complottista si identifica con la sua causa e quando la vede minacciata ovviamente vede minacciata la propria persona. Per questo motivo il complottista sposta spesso la questione sul personale. Quando la disinformazione viene messa in discussione attraverso argomentazioni e tesi di fonti ufficiali la contromossa è quasi sempre quella di screditare la fonte o il suo autore come prezzolati o al servizio di qualche fantomatica organizzazione segreta.

Una grande differenza tra le due famiglie di disinformati sta nel fatto che una ha bisogno di un nemico, l’altra di una causa. Se alla prima togli il nemico lei se ne troverà un altro senza troppo sforzo. Nel caso della causa è ben diverso: mettendo in discussione la causa metti in discussione la persona stessa che la porta avanti e quindi scateni una reazione emotiva.

Un altro comportamento facilmente distinguibile è la disarmante elasticità degli strumenti critici. Ad esempio le ricerche della WHO sono corrotte dalla logica del profitto della cause farmaceutiche, mentre i loro oppositori, pur muovendosi secondo i medesimi principi, sono attendibili. La verità è data loro esclusivamente dal fatto che sono oppositori. Se non lo fossero soccomberebbero sotto le stesse argomentazioni usate per perorare la propria causa.

Ancora diverso è il caso del movimento anti gender. In questo caso causa e nemico si incrociano indissolubilmente. Il nemico non è fisico, è bensì una causa inventata per poter dar vita ad una contro causa, una causa alternativa da portare avanti. Il procedimento logico (o forse è meglio dire illogico) è il medesimo. Le fonti ufficiali (il sito del Ministero in questo caso) non hanno peso, sono corrotte ed inaffidabili, ma il blog del mio amico o del cugino di uno che ho visto al bar lo è. Non in quanto tale, solo perché è alternativo e contrario a quello ufficiale corrotto. Poco importa se non si basi su ricerche, studi, dati, fatti e statistiche. Mi rappresenta e quindi è reale.

Ad ognuno il suo complotto 

Potremmo chiamare questo programma La Causa è Servita. La propaganda che infetta il web oggi è una  propaganda cieca che fa leva sul fenomeno ampiamente discusso dell’analfabetismo funzionale. Uno dei comportamenti più comuni di questo tipo di analfabeti consiste nel non saper distinguere tra esperienza personale e dato statistico e dall’incapacità di interpretare la realtà. Alla luce di ciò è chiaro il motivo della loro rapida diffusione su Facebook.

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