L’irreversibile magia del cambiamento


Ricordo che durante il Master in Gestione Integrata d’Impresa che ho frequentato tra il 2006 e il 2007 il termine cambiamento era già sulla bocca di molti.  Giravano già libri come Chi ha spostato il mio formaggio (1998) di Spencer Johnson (1940) o Il nostro iceberg si sta sciogliendo (2006) di John Kotter (1947).

Il mondo nel 2006 doveva ancora entrare in crisi, ma già allora si parlava della necessità di cambiare, di aprirsi a processi di cambiamento e innovazione per mettere in discussione le proprie abitudini. Chi allora vide il senso di questo movimento oggi può vantare risultati che altri nemmeno si sono sognati in questi anni. Il concetto di cambiamento e il cosiddetto change management esistono da decenni, ma è grazie alle difficoltà di  alcuni mercati che si è fatta strada nei manager di mezzo mondo la consapevolezza che il cambiamento sarebbe stata l’unica alternativa all’estinzione.

A quasi un decennio dal mio approccio a questo tema mi sento di dire che

il cambiamento è un approccio senza ritorno

È una strada dalla quale non si può tornare indietro. Cambiare la propria struttura cognitiva, il modo in cui si legge il mercato o addirittura il modo in cui percepiamo il business fuori dalle mura del nostro ufficio, è molto pericoloso e soprattutto è un processo irreversibile.

È vero che il cambiamento in se stesso è quello stadio intermedio tra lo scongelamento delle abitudini consolidate fino al rafforzamento/interiorizzazione delle nuove routine. Ma il cambiamento come attitudine può essere visto anche come un approccio al management stesso dove non si da per scontata nessuna struttura o abitudine che non sia funzionale alla situazione contingente.

L’approccio al cambiamento non ti permette di sederti sugli allori. Dopo aver vissuto l’uscita dalla caverna platonica puoi anche tornare indietro, ma la tua consapevolezza non ti permetterà di cadere in facili assolutismi. Il cambiamento è una struttura attraverso la quale percepiamo il mondo, è uno stato della coscienza. Il cambiamento è un’attitudine, un’abitudine ma non una routine. È il sano vizio di porre in discussione se stessi e i protocolli quando i conti non tornano più. Il grande insegnamento di questo burrascoso inizio del XXI° secolo è proprio questo: siamo nati per cambiare!

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