Lo Storytelling (video)

Negli ultimi anni si parla molto di storytelling tra chi si occupa di comunicazione; è una moda o c’è effettivamente qualcosa di importante da dire a riguardo? E soprattutto: in che misura può essere utile per aziende e organizzazioni non profit?

Ne ho parlato nel mio canale Youtube; vieni a dare un’occhiata e se ti piace iscriviti al canale!

Buona visione!

Le 8 competenze del manager

Il guaio quando si parla di management è che si identifica spesso nella figura del manager esclusivamente colui che prende decisioni senza che ci si interroghi sul come vengano prese queste decisioni.

Le aziende più performanti hanno spesso portato innovazione soprattutto e innanzitutto nei metodi gestionali. Nelle organizzazioni evolute è parte della cultura aziendale infatti monitorare il processo decisionale del manager accertandosi quindi dell’efficacia del processo stesso.

Il cuore della questione sta appunto nel termine processo; la differenza tra un buon manager e un manager improvvisato sta appunto nella tipologia di processo decisionale messo in atto: il manager applica un processo razionale fondato su evidenze e dati, il manager improvvisato usa – ahimè – la pancia!

Ma allora qual è il processo decisionale ottimale?

Il processo decisionale migliore – più affidabile – si basa su evidenze e dati e sfrutta le competenze e strumenti per arrivare a prendere le decisioni migliori. Io ho identificato otto diverse competenze che un buon manager deve avere per essere efficace. Andiamo ad elencarle e successivamente ad approfondirle uno ad uno.

  1. Analisi
  2. Definizione degli obiettivi
  3. Pianificazione strategica
  4. Definizione dei KPI
  5. Pianificazione operativa
  6. Gestione della squadra
  7. Monitoraggio dei risultati
  8. Capacità di presentare relazioni

Analisi
La capacità di trovare e sfruttare i dati (quantitativi: numeri, cifre, etc.) per avere informazioni fondate è la prima competenza che un manager deve avere. È necessario avere confidenza con i numeri e con gli strumenti di calcolo necessari: fogli Excel, software di Business Intelligence, etc.

Definizione degli obiettivi 
Il cosiddetto goal setting. Si tratta della capacità di definire degli obiettivi in base alla fotografia emersa dall’analisi (ne ho anche parlato qui). Avendo una chiara fotografia della situazione (impossibile da avere senza aver fatto un’analisi puntuale sui dati) è necessario saper fissare obiettivi realistici e stimolanti (S.M.A.R.T.).

Pianificazione strategica
Con questi paroloni s’intende la capacità di definire con precisione il proprio target e la segmentazione di mercato ottimale. Inoltre fa parte della Pianificazione Strategica l’identificazione delle strategie di vendita e dei vantaggi competitivi espressi attraverso la Unique Selling Proposition. Nella PS si tratta di definire più precisamente possibile le linee guida per raggiungere gli obiettivi fissati nella fase precedente. Ovviamente ci troveremo ad avere diverse strategie (e quindi piani strategici) a seconda dei diversi mercati o nicchie che affrontiamo.

Key Performance Indicator
Per KPI s’intendono gli indicatori chiave di performance. Essendo chiave devono essere necessariamente pochi ed estremamente rilevanti. A questi è necessario poter accedere in tempi rapidi e frequentemente perché grazie a questi ci si può rendere conto se strategia e tattica attuate sono efficaci o se vanno aggiustate con interventi ad hoc (come avviene praticamente sempre).

Pianificazione operativa
La Pianificazione Operativa è la trasposizione pratica/quotidiana del Piano Strategico, e consiste nella capacità di assegnare i task alle persone più adeguate, specificando gli obiettivi e le tempistiche affinché la risorsa possa esprimere il proprio meglio. In questo caso la competenza sta nell’orchestrare con maestria le attività che andranno a comporre il processo che a sua volta andrà monitorato attraverso i KPI affinché porti i risultati attesi (definiti in dopo l’analisi).

Gestione della squadra
Questo è forse l’aspetto più facile da fraintendere. Si tratta di scegliere e far crescere le persone all’interno della squadra, metterle in condizione di dare il meglio attraverso continui stimoli e confronti. Gestire la squadra attivamente vuol dire preoccuparsi delle competenze e della formazione di ognuno dei suoi membri affinché questi insieme portino valore all’organizzazione attuando con efficacemente d efficientemente il Piano Operativo. Almeno una volta all’anno un buon manager dovrebbe organizzare dei feedback con il suo team verificando i risultati delle azioni e la gestione dei task affidati. Non dobbiamo comunque dimenticare che il fattore motivazionale passa da logiche inaspettate, dalla concessione delle ferie al fatto di ricordarsi del compleanno del figli/a, così come dal coinvolgimento delle persone nelle fasi più strategiche.

Monitoraggio dei risultati
Non si intende la lettura del bilancio. Si tratta di verificare se i risultati intermedi (possono essere giornalieri, settimanali, mensili o trimestrali, dipende dal business) attraverso i KPI definiti in partenza. Se il nostro business fosse una gara di automobilismo potremmo parlare della verità del tempo al giro e dei singoli parziali. Lo scopo del monitoraggio è verificare che la strategia stia producendo i risultati attesi ed eventualmente far capire dove intervenire.

Presentare relazioni, piani e idee
Management vuol dire padroneggiare la lingua scritta e parlata. Vuol dir sapere presentare un piano scritto, dei report e delle presentazioni. Senza documentazione scritta non stiamo parlando di management, bensì di improvvisazione. Un buon manager deve avere il coraggio di mettere per iscritto quali sono propri obiettivi e deve permettere la misurazione della propria performance. Saper rendicontare per iscritto delle attività svolte e saper prenotare idee, visioni o strategia cercando di trasmettere il valore delle proprie proposte con numeri e analisi sono doti rare, ma necessarie se si vuole essere un manager.

Conclusioni
È da mesi – forse anni – che mi ronza per la testa un post nel quale avrei voluto sintetizzare  il concetto per me più rappresentativo di management. Ogni volta che ho provato a stendere qualche parola al riguardot mi sono scontrato con definizioni e problemi accademici che portavano l’articolo ad un concettualismo inutile e che poco ha a che fare con il management reale.

Successivamente ho tentato di uscire da questo impasse pensando agli strumenti utili al manager per attuare la propria managerialità e questo ha aperto la strada ad una chiave di lettura che mi ha permesso di scrivere finalmente il pezzo che hai letto; alcuni giorni fa ho pensato che essere un manager è innanzitutto una questione di competenze, non di ruolo né di compenso. Essere manager – secondo me – vuol dire avere competenze manageriali e applicarle quotidianamente. Una volta abbracciata la chiave di lettura attraverso le competenze il gioco è stato facile: ho semplicemente dovuto ricostruire il percorso, il ciclo di vita di un piano razionale basato su evidenze e dati sulla base di ciò che ho studiato e letto, ma soprattutto vissuto negli ultimi 10 anni.

Ringrazio Domenico, amico innanzitutto ma anche compagno di studi, per i preziosi suggerimenti che mi hanno permesso di integrare il mio articolo iniziale!

Spero inoltre che questa veloce riflessione non esaustiva sia utile a te o a qualche tuo collega con la quale vorrai condividerla e ti ringrazio per aver dedicato alcuni minuti del tuo prezioso tempo alla lettura del mio post.

Instagram: il soggetto e il predicato dell’immagine

Instagram è una realtà con oltre 500 mila utenti attivi; tra i social media è sicuramente quello che ha attirato e sta attirando l’attenzione di molti specialisti del settore. Se due o tre anni fa traghettare le piccole medie aziende su Instagram poteva forse essere considerato pionieristico, oggi anche i più timidi e refrattari alle novità hanno intuito l’enorme opportunità che questo social offre.

Instagram è un social media che si basa principalmente sulle immagini; ciononostante l’aspetto testuale è determinante per l’efficacia del singolo post e per la riuscita della strategia. Il testo, quando parliamo di instagram, ha due principali declinazioni:

  1. il metatesto (o caption) è un testo che può accompagnare l’immagine o al quale l’immagine rimanda;
  2. gli hashtag grazie ai quali puoi aiutare il tuo follower a focalizzarsi sui principali concetti chiave del post e che possono aiutarti a farti trovare dalla tua community.

Un importante aiuto ad identificare gli hashtag migliori per la propria immagine ci viene dalla grammatica: una buona conoscenza della grammatica e dell’analisi logica ci aiuterà ad essere incisivi e a pubblicare post più efficaci.

Il nostro percorso verso l’identificazione degli hashtag migliori inizierà con l’analisi della storia per poi confrontarsi con l’effettiva presenza/utilizzo di hashtag per le parole chiave identificate durante l’analisi. Instagram è infatti un ottimo strumento di storytelling e come tale va utilizzato.

Il nucleo della storia

Quando dobbiamo preparare un metatesto da usare su Instagram (così come su Twitter, Facebook, etc.) dobbiamo concentrarci innanzitutto sui due nuclei irrinunciabili del testo:

  • Il soggetto
  • il predicato

Ogni storia si regge su questi due elementi. Instagram deve la sua fortuna alla propria capacità di raccontare storie attraverso immagini e brevi testi, aspetto che gli ha permesso di assurgere a strumento prediletto di storytelling. Nello storytelling appunto abbiamo sempre un protagonista (soggetto) che compie un’azione (predicato). In questo la forma del metatesto su Instagram differisce da quello potenzialmente ancora più semplice di Facebook dove in alcuni casi possiamo fare a meno anche del predicato (ricordo che dopo l’ennesima vittoria di Bolt alle Olimpiadi vidi un post su Facebook con un link ad un articolo e solo due parole: “ancora Bolt!”).

Identificare il soggetto e il predicato è quindi il primo compito da svolgere. Facciamo un esempio pratico dal mio account personale Andrea Wierer. Si tratta di un account che utilizzo principalmente per raccontare la mia passione: correre.

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L’immagine racconta da sé la storia: Il protagonista – io – ha partecipato ad una competizione podistica e ha vinto una medaglia. Andiamo per gradi e identifichiamo il soggetto che emerge chiaramente soprattutto dalla foto. Il secondo step è identificare il predicato che io formalizzerei con “ho corso”.

Su di me – come soggetto – non ho inserito alcun hashtag, ma avrei potuto fare diversamente se il soggetto fosse stato un terzo giocando su una serie di elementi che identificano una persona, se rilevanti ai fini della storia:

  • Tratti fisici (colore capelli, colore occhi, statura etc.)
  • Professione (se inerente all’immagine)
  • Provenienza (geografica, regionale, nazionalità, etc.)
  • etc.

A proposito del predicato ho inserito tre hashtag particolari (anche se incoerenti con la lingua con cui ho scritto il testo): #älskarlöpning #jagspringer #personalbest. I primi due si possono tradurre come “amocorrere” e “iocorro” e sono due hashtag propri della comunità dei podisti svedesi. In Italia avrei usato #iocorroqui #runlovers oppure i più internazionali #runnersofinstagram #instarunning #runnerlife etc. In tutti questi casi ho comunque trovato hashtag che hanno origine nel predicato della storia. Anche #runner o altri hashtag che potrebbero sembrare aver origine nel soggetto sono invece da ricondurre al predicato in quanto in questo caso il soggetto è tale (runner) in quanto pratica il running (predicato).

Un’altro esempio tipico di comunicazione corporate su Instagram vede l’utilizzo del prodotto come protagonista e quindi si utilizza il nome del prodotto come hashtag, rendendo di fatto anche più  rintracciabile il post. A questo proposito gli esempi sono infiniti.

Conclusione

Instagram ha coinvolto i propri utenti dando loro la possibilità di raccontare storie attraverso immagini/video e brevi testi. Per essere efficace il tuo post su Instagram deve raccontare una storia non necessariamente usando il testo; è l’immagine/video che innanzitutto deve raccontarsi e raccontarmi (come brand). Il testo può anche essere solo costituito dagli hashtag (dei quali comunque non si deve abusare!). La componente testuale è importante (io non vi rinuncerei), ma non necessaria a patto che la componente visual sia sufficientemente efficace. Essere sufficientemente efficace significa che deve saper raccontare la propria storia e trasmettere il proprio orizzonte valoriale senza l’ausilio di un testo.

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Facebook, algoritmi e persone

Un paio di settimane fa il tragico annuncio di Facebook: l’algoritmo che determinerà quali contenuti appariranno nel tuo news feed darà la precedenza ad amici e famigliari. Molti colleghi social media così hanno tradotto questo annuncio come un’ulteriore limitazione della visibilità delle cosiddette pagine.

Indubbiamente una delle conseguenze del nuovo algoritmo sarà la riduzione della portata dei post delle pagine; ciononostante questa è una buona notizia per chi come me lavora con i social network. Perché?

La risposta l’ha data senza mezzi termini una delle maggiori conoscitrici italiane del social di Zuckerberg; Veronica Gentili in un post datato 30 giugno scrive:

Abbiate pazienza, ma io proprio non vi capisco.
Facebook annuncia i valori principali che guidano l’algoritmo.
Dice che viene data priorità ai post di familiari e amici.
E ripartono le lamentele, i “ecco, darà ancora meno visibilità ai brand”, i “tutto perché vuole i nostri soldi” e “come faranno le micro imprese?!”.
3 cose:
1. La priorità di Facebook non è l’azienda, ma la persona. Senza persone perde totalmente di valore (anche per le aziende, per altro). E le persone sono più interessate a sapere che l’amico ha appena avuto un figlio, che il cugino lontano si è appena diplomato, rispetto a qualsiasi altra notizia branded. Ti torna?
2. Facebook non è uno spazio proprietario, ma un ecosistema che ti mette a disposizione uno spazio per far incontrare il tuo brand con le persone. Può cambiare regole in qualsiasi momento, senza dirti niente. Semplicemente, ne ha il diritto.
3. Facebook non è gratis per chi vuole farci business. E se ancora non lo hai capito, forse non sei pronto a farci business.

Veronica è stata lapidaria, ma proviamo a tirare comunque le somme del suo ragionamento:

  1. Facebook è un ecosistema, non è la versione giovane del tuo sito, non è una piattaforma di distribuzione. Facebook è un luogo dove puoi incontrare persone e stringere relazioni con loro; al centro di Facebook ci sono le persone e le relazioni che queste creano fra di loro. Questa è la forza di Facebook, il fatto che il focus sia sulle persone e non sui brand.
  2. Se Facebook funziona (ovvero attira persone) allora le organizzazioni avranno la possibilità di far parte di un ecosistema incentrato sulle persone per poter creare relazioni con i propri utenti, ma sapendo che non sarà mai una piattaforma incentrata sulle organizzazioni.
  3. Per fare business su Facebook devi investire dei soldini (probabilmente molti meno di quelli che investi per comprare liste di email fuori target o pagine pubblicitarie su giornali generalisti); senza un budget adeguato su Facebook non fai molto.

La persona è al centro della comunicazione all’epoca dei social, mettiamocelo in testa; se non siamo pronti a comunicare alle persone non siamo pronti a fare comunicazione. La centralità della persona è ciò che ha fatto grande Facebook, ma è anche il principio fondante dei social network, dei luoghi di condivisione dove instaurare relazioni. Fare social media marketing vuol dire comunicare alle persone mantenendo il focus sulle persone e per farlo bisogna investire.

Per concludere ti consiglio di seguire il blog di Veronica e di leggere il suo libro sul Facebook Marketing.

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Storyholder, shareholder e stakeholder

Davvero pensavi che la tua azienda fosse veramente tua? Ok, è una provocazione, lo ammetto. La tua attività ti appartiene formalmente, ma chi la fa andare avanti non sei solo tu, è chiaro. Esistono dei gruppi di persone che hanno un coinvolgimento importante. Io li ho suddivisi in tre categorie, le tre S:

  1. Stakeholders
  2. Shareholders
  3. Storyholders

Sia chiaro, nessuno di questi termini è di mia invenzione, io mi sono limitato a metterli insieme. Sono fermamente convinto che queste tre tipologie racchiudano in maniera esaustiva le sfere di influenza di un’azienda.

Fino a qualche tempo fa si pensava esclusivamente alla prima categoria (per questo l’ho messa in cima alla lista). Non è nuova neppure la seconda ed è stata inserita pensando a istituti di credito e investitori che condividono i capitali necessari all’azienda per lavorare. A questi primi due gruppi si aggiungono gli storyholders, coloro che in un certo qual modo detengono le storie che portano l’identità stessa dell’azienda.

Gli Stakeholders sono coloro che sostengono l’impresa, quindi possiamo considerarla una macro categoria che comprende le due sottostanti. Esistono stakeholders interni come impiegati e proprietari, che hanno peso e interessi diversi dagli stakeholders esterni come banche, ma anche clienti e fornitori. Chiunque ha interesse nell’attività può considerarsi stakeholder.

Lo Shareholder a differenza dei primi sono un gruppo con interessi ben precisi, possiedono azioni o hanno investito denaro e quindi pretendono interessi e dividendi.

Lo Storyholder è una figura relativamente nuova. Appare in Transmedia: Storytelling e Comunicazione di Max Giovagnoli (Apogeo 2013).

Per capire appieno chi siano gli storyholders dobbiamo fare un passo indietro. Secondo Andrea Fontana lo storytelling è disciplina e metodo di lavoro, è un approccio conoscitivo, l’unica maniera razionale per affrontare una realtà complessa. La struttura narrativa della realtà produce storie e chi detiene queste storie in azienda, è in possesso di un capitale. Un capitale diverso da quello messo in campo dagli istituti di credito o da quello altrettanto importante costituito dalle competenze di chi lavora in azienda, ma altrettanto importante.

Accettare tutte le diverse forme di capitali che girano intorno alla tua azienda e rendersi conto che non si aveva idea neppure dell’esistenza di alcune di esse sono i primi passi verso una presa di coscienza ampia della propria realtà lavorativa.

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Il potere della punteggiatura per il social media manager

La punteggiatura è uno strumento potente per chi scrive sul web. Sia che si tratti di paratesti su un social network, sia che si tratti di un blog post di 700 o più parole sul portale dell’organizzazione per la quale si lavora, la punteggiatura ricopre un ruolo chiave all’interno del testo.

La volontà del testo di essere compreso
Una corretta interpunzione permetta di esprimere correttamente l’unità logica della frase e altresì di unire le frasi in un periodo facilmente comprensibile al lettore. L’interpunzione è un insieme di istruzioni che lo scrivente dà al lettore affinché costui comprenda – partecipi alla comprensione – del testo. Queste istruzioni non riguardano esclusivamente i ritmi e le pause dello scritto, non sono istruzioni atte a permettere al lettore di leggere correttamente il testo. Sono istruzioni sulla struttura logica dell’idea, del pensiero dello scrivente. La punteggiatura serve quindi a dare il tempo e le pause, ma soprattutto a strutturare logicamente frasi e periodi.

Alcuni giorni fa lessi in questo interessante post di Riccardo Scandellari che

Uno studio condotto da Microsoft in Canada, ha dimostrato che la nostra soglia di attenzione si è ridotta di 4 secondi dal 2000 a oggi, passando da 12 a 8 secondi, scendendo sotto quella di un pesce rosso che è stabile a 9 secondi

Quelle dieci, venti o duecento parole con le quali vogliamo catturare il nostro utente devono essere perfette. Il pressappochismo è il nostro peggior nemico perché non avremo una seconda occasione: one shot, one kill! L’errore, l’imprecisione ortografica o addirittura uno stile grossolano di scrittura sono da considerarsi un suicidio della volontà del testo di essere letto e compreso; significa fuggire dall’appello del testo stesso a farsi comprensione, ad essere partecipato dal lettore.

Il potere della punteggiatura
La punteggiatura – mi ripeto – è una delle principali cassette degli attrezzi del web writer. Padroneggiarla significa avere un potente alleato al proprio fianco nel momento della stesura di un testo. Senza di essa è improbabile che tu riesca a scrivere testi coinvolgenti ed efficaci; se pensi di poterci riuscire ti sbagli.

Grazie all’interpunzione possiamo agire:
– sul ritmo
– sullo stile
– sulla lunghezza del testo
– sul tone of voice
– ma soprattutto sulla sua struttura logica e quindi direttamente sulla comprensibilità del testo da parte del lettore.

La punteggiatura sui social media
Questo ha un impatto ancor più determinante se parliamo di microtesti o paratesti; i primi sono testi brevi, pensiamo ad un tweet di massimo 140 caratteri o ad un post su Facebook che comunque per essere leggibile non dovrebbe a parer mio superare le 150 parole. Nel secondo caso parliamo di testi che non hanno una vita propria, ovvero sono testi che “accompagnano il testo vero e proprio e ne guidano il gradimento da parte del pubblico” (Treccani).

Grazie ad un adeguato utilizzo dell’interpunzione possiamo risparmiare parole accorciando di fatti il testo senza comprometterne la leggibilità e la comprensibilità. Ciò ha ripercussioni ovunque il numero di caratteri sia limitato: Twitter, ma anche i testi per le ads su Facebook.

Allo stesso modo quando condividiamo un link su Facebook e invitiamo a cliccarvi, è utile saper preparare un paratesto che accompagni il link affinché il lettore sia invogliato a compiere l’azione (cliccare appunto sul link).

La grammatica attira clic (magari non come i gattini, magari non come le celebrity, ma fa la sua marcia figura)
Massimo Birattari

Il poter della punteggiatura risulta indispensabile al web writer sia in fase di presentazione di un testo, sia in fase di costruzione logica del testo. Sei disposto a rinunciare a questo potere?

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Cos’è un piano editoriale

Il Piano Editoriale è uno strumento essenziale del web writer e del social media manager.

Si tratta di un documento all’interno del quale vengono raccolte una serie di informazioni utili a preparare e gestire in maniera razionale, ragionata, strutturata e organizzata (quindi professionale) l’attività di pubblicazione di contenuti online.

Il Piano Editoriale è un documento, quindi per redigerlo potrai usare Word o Pages o anche Power Point o Keynote. È mia opinione che se lo prepariamo in Word o Pages non debba superare le due pagine di contenuti per non diventare troppo noioso; è comunque possibile inserire come allegati extra le analisi e i documenti che hanno portato a determinate scelte  operate all’interno del piano.

Cosa dovrà contenere il Piano Editoriale?
Il Piano Editoriale dovrà contenere delle informazioni chiave relativamente a:

  1. cosa pubblicare
  2. dove pubblicarlo
  3. come pubblicarlo
  4. quando pubblicarlo

Il punto di partenza è in ogni caso un identikit ben definito di chi è il nostro interlocutore privilegiato, il target di riferimento. Questa informazione dovrebbe essere disponibile a monte nel Piano di Marketing, ma è possibile riproporla nel Piano Editoriale in modo più approfondito e dettagliato a seconda della piattaforma (o piattaforme) che il piano coinvolge.

Come prepararlo?
Il piano editoriale come spiego qui, va preparato solo dopo aver ascoltato la community e analizzato le conversazioni online. Prima di capire cosa come dove e quando pubblicare devo sapere cosa come dove e quando è meglio farlo in riferimento alla mia community.

Non è un calendario editoriale
Il Piano Editoriale è uno strumento diverso dal calendario editoriale; diverso ma complementare. Sono due strumenti che si completano e aiutano a gestire in maniera ragionata e puntuale il rapporto tra una persona (o un brand) e la propria community attraverso i contenuti condivisi.

Perché non prepararlo
Non preparare un Piano Editoriale significa non mettere nero su bianco e in modo strutturato e razionale tutte quelle le informazioni utili a rendere efficace la nostra attività di comunicazione online. Rinunciare a questo strumento vuol dire lasciare che il caso abbia una componente importante nel nostro lavoro di produzione e condivisione di contenuti. Non utilizzare gli strumenti utili per un certo tipo di lavoro significa complicarsi la vita; cosa penseresti di un idraulico o un fabbro che non utilizzi gli strumenti propri del suo lavoro?

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Il tempo delle persone

Un paio di settimane fa lessi questo post de Il Sole 24 Ore intitolato Quando la comunicazione aziendale rischia di essere controproducente. L’articolo firmato da Stefano Carrer mi ha ispirato questo post per un motivo ben preciso: pone l’accento sul tempo della persona.

Stiamo parlando di comunicazione aziendale, non dimentichiamolo. Questo significa parlare del lavoro – tempo e denaro – che le piccole realtà tanto quanto le grandi multinazionali,  operano più o meno quotidianamente.

Gli ultimi anni hanno visto crescere sempre di più il tempo e le energie spese dalle organizzazioni sui social network. In breve tempo ci si è resi conto della necessità di produrre contenuti; una pagina Facebook o un account Twitter che non pubblicano nulla non hanno senso. Dalla necessità di pubblicare si è giunti ben presto alla consapevolezza che il contenuto è il tema centrale da affrontare: senza contenuto non c’è comunicazione!

La brama di contenuti da pubblicare può cedere alla tentazione di pubblicare il più possibile, di cercare nella quantità delle pubblicazioni la soluzione ai propri problemi di visibilità online. Che la quantità di contenuti pubblicati sia uno dei fattori determinanti è un dato di fatto; che sia al contempo sufficiente a fare della buona comunicazione è nella maniera più assoluta un errore.

Attuare un piano editoriale focalizzandosi esclusivamente sulla quantità dei contenuti è un suicidio comunicativo; la qualità dei contenuti deve essere al centro dell’attenzione del brand e quando si parla di qualità dei contenuti non si può prescindere dal punto di vista del proprio utente, delle persone che ci seguono. I contenuti che noi quotidianamente condividiamo con la nostra community, con le persone che ci seguono, non sono affatto gratuiti, né per noi né per loro. Così come noi dedichiamo tempo alla produzione di questi, i nostri lettori dedicano il proprio tempo alla lettura/visione di ciò che noi condividiamo e il tempo è la loro più grande ricchezza.

Per questo semplice motivo la stesura di un Piano Editoriale e successivamente del Calendario Editoriale – i due strumenti essenziali di chi scrive online – non può prescindere dalla consapevolezza di ciò che chiediamo alle persone che ci seguono. Un utente che oggi dedica 5 minuti del proprio tempo a leggere un articolo poco interessante e che non gli porterà nessun vantaggio, molto probabilmente domani non ci seguirà più.

La ricerca spasmodica della pubblicazione deve essere commisurata al prezzo che il lettore è disposto a pagare per essere coinvolto.

Una gif pertinente sul piano valoriale non chiede molto tempo all’utente, ma al contempo può trasmettere molto di un brand o di una organizzazione. Non sempre però possiamo permetterci contenuti così “leggeri” e disimpegnati. Molto spesso facciamo i conti con contenuti complessi, magari tecnici o comunque lunghi e impegnativi da comprendere (blog post, video, tutorial, etc.).

Nel momento in cui prepariamo questi contenuti non dobbiamo mai e poi dimenticare ciò che stiamo chiedendo al nostro lettore: di rinunciare al suo prezioso tempo. Il nostro utente viene raggiunto dai nostri contenuti nei minuti che gli rimangono in autobus o metropolitana mentre sta andando al lavoro, oppure quando che è tornato a casa dopo otto o nove ore di lavoro e non vede l’ora di stendersi sul divano e lasciar vagare la mente mentre gioca con i propri figli. Potrebbe essere un’impiegata che legge le news sul proprio smartphone in mensa durante la pausa pranzo o che aspetta i figli fuori da scuola nel pomeriggio.

Quindi per concludere prepariamo contenuti che siano interessanti per chi vogliamo raggiungere e non solo per noi. Stiamo chiedendo al nostro utente di spendere del tempo per noi, se il lettore penserà di aver speso bene il suo tempo usufruendo del nostro contenuto avremo fatto bene il nostro lavoro!

P.S. per questo articolo ti ho chiesto circa tre minuti del tuo tempo. Spero sia valsa la pena di leggerlo 😉

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La struttura della grammatica

Se vuoi scrivere devi saperlo fare, ma non basta essere andati a scuola: saper scrivere è un altro paio di maniche! Come aver giocato a pallacanestro durante educazione fisica alle superiori non fa di te un giocatore di basket, così aver imparato a leggere e scrivere alle elementari non fa di te uno scrittore (o come mi piace dire, uno scrivente).

La prima cosa sulla quale porre l’accento è senza dubbio la grammatica; ma cos’è la grammatica?

La grammatica è l’insieme delle norme che regolano una lingua e il suo uso (Garzantina).

Ogni lingua ha i suoi elementi costitutivi e questi vengono studiati dalla grammatica

La grammatica si divide in:
– ortografia e fonetica
– morfologia
– sintassi

Se il tuo mestiere è scrivere devi conoscere l’ortografia, che si occupa delle regole che governano la lingua scritta; questa sta in contrapposizione alla fonetica che regola invece la pronuncia e quindi la lingua parlata. La morfologia invece è studio delle forme delle parole. Altrettanto importante è la conoscenza della sintassi, quel ramo della grammatica che studia il modo in cui le parole si combinano tra di loro.

La conoscenza della lingua italiana è conditio sine qua non: se non sai scrivere in italiano (e ripeto: non è così scontato saperlo fare) non fare il web writer. Conoscere la grammatica è un dovere per chi fa il nostro lavoro, è la base irrinunciabile. Non esistono eccezioni e “l’importante è farsi capire” può andare bene quando prendi l’aperitivo con gli amici, non quando scrivi per un’azienda o un’organizzazione. Non esiste pressappochismo, non esiste approssimazione: esiste la lingua italiana e l’immagine che vuoi dare di te o di chi rappresenti. Cosa penseresti di un’azienda che nei suoi comunicati ufficiali scrive ke anziché che? oppure che non scrive a al posto di ha?

Una lingua è qualcosa di vivo e dinamico. Una lingua muta nel tempo. Questo, lungi dal dall’essere un vincolo, ci permette – nei limiti della correttezza grammaticale – di cercare le soluzioni stilistiche più adatte al tipo di testo che stiamo scrivendo. La lingua è quindi fatta di regole, di abitudini, ma anche di opportunità. Poter giocare con le parole e i significati ci aiuta a trovare il tono di voce che più si confà allo spirito – e all’identità – dell’organizzazione per la quale dobbiamo scrivere. In questo caso è utile conoscere aspetti della linguistica esterni alla grammatica, come ad esempio la pragmatica, della quale parleremo in futuro.

Padroneggiare ortografia, morfologia e sintassi è l’abc del web writer. Solo grazie ad una solida preparazione è possibile giocare con le parole e ridurre al minimo eventuali scivoloni (Questo è infatti un rischio che non potrai mai portare a zero, l’errore lo facciamo tutti). Per poter arrivare fino a qui è necessario conoscere la grammatica della lingua nella quale vogliamo esprimerci; è necessario re-imparare a scrivere, riscoprire la lingua scritta come strumento di lavoro e luogo di formazione continua. Quindi se vuoi fare il web writer è buona cosa rimettersi a studiare, leggere molto e approfondire le nozioni acquisite.

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